Editoriale

Abitare dignitoso, un diritto per ripartire dagli “ultimi”

La questione abitativa, attesi gli effetti sull'occupazione e più in generale su diversi aspetti della vita di ognuno, deve permanere al centro del dibattito politico e caratterizzarsi come focus per l'opinione pubblica.

Rimettere al centro delle agende il diritto all’abitare dignitoso attraverso le sue molteplici espressioni, dall’impegno di risorse per l’edilizia residenziale pubblica e quella sociale alla rigenerazione urbana, con logiche di integrazione delle policy, è stato uno dei temi al centro dell’incontro del Ministro Giovannini ieri con il Forum Disuguaglianze e Diversità, Asvis, Greenpeace Italia e WWF.

Chi conosce il mio pensiero e il lavoro realizzato in tanti anni di professione e tre anni da Amministratore pubblico sa che è questo il punto da cui partire per uno sviluppo sano e sostenibile. Ho sempre ritenuto, infatti, che non c’è peggior errore di programmare e pianificare politiche, servizi e misure senza una visione complessiva dei fenomeni più prossimi. L’abitare dignitoso, quindi il diritto di ognuno ad avere una casa, non può e non deve essere scollegato dal lavoro e dal welfare. Se è vero che i livelli di governance delle politiche per l’abitare sono differenti (dallo Stato ai Comuni passando per le Regioni) allora lo sforzo deve essere quello di abbandonare le logiche delle singole competenze e aprire ad un momento di reale condivisione e programmazione.

Gli studi che analizzano il rapporto tra politiche attive, abitare dignitoso e mercato del lavoro mostrano una relazione fra le prime due e i livelli di disoccupazione. In particolare, emerge come i modelli di welfare universali, e quindi con attenzione a spesa in servizi pubblici per anziani, disabili, famiglie e soluzioni abitative riportino a un tasso di disoccupazione di lunga durata minore, come in Svezia, rispetto a Paesi caratterizzati da sistemi non universali come l’Italia. A dimostrazione del fatto che la questione abitativa, attesi gli effetti sull’occupazione e più in generale su diversi aspetti della vita di ognuno, deve permanere al centro del dibattito politico e caratterizzarsi come focus per l’opinione pubblica.
Il diritto alla casa è questione di welfare, è questione politica che deve riportare il diritto all’abitare come pari al diritto al lavoro e al diritto alle politiche sociali.

Da teorica ho sostenuto sempre che le povertà fossero “discriminate” nel dibattito pubblico, sempre molto (giustamente) acceso sulla povertà economica, sulla povertà educativa, di salute e sempre (purtroppo) molto poco sulla povertà abitativa, ascritta spesso tra le sole competenze urbanistiche e infrastrutturali. La pratica da Amministratore pubblico mi ha dato ragione: le povertà sono correlate tra loro e come un circolo vizioso si alimentano l’un l’altra e risulta praticamente impossibile guardare ad una senza tenere in considerazione le altre. Possibile pensare che chi perde il lavoro probabilmente è a rischio povertà abitativa? Possibile ipotizzare misure a sostegno della povertà senza considerare che chi non ha mezzi probabilmente non riesce ad accedere al sistema creditizio? Per non parlare di quanto sia elevato il rischio in questo periodo di vedere flussi di risorse della criminalità arrivare nelle mani dei più deboli e dei più fragili.

L’esperienza di Restart Scampia a Napoli apre la strada a questo tipo di azione: un programma a più fondi, quindi con visioni e impatti differenti, una reale partecipazione dei cittadini, pertanto una lettura veritiera del territorio, un profondo comune sentire tra cittadini e pubblica amministrazione. A Scampia casa, lavoro e welfare si sono amalgamati con l’ascolto continuo del territorio, proponendo un coraggioso esempio di applicazione della clausola sociale e di estensione della coscienza collettiva del quartiere. La forza degli abitanti, unita alla possibilità di accedere a risorse importanti, ha fatto sì che si avviasse bene quel percorso di abitare dignitoso, con l’abbattimento di alcune delle Vele, l’assegnazione di nuovi alloggi, la progettazione di altri, l’applicazione della clausola sociale per l’inserimento al lavoro, l’individuazione e le proposte di percorsi formativi e tanto ascolto e reciproco rispetto.

Servono due cose, ho imparato: le persone giuste e una “scintilla” che blocchi l’arretramento delle politiche centrali sull’abitare dignitoso, sostenga gli enti locali nelle politiche per la casa e avvii e consolidi una programmazione integrata con lavoro, sviluppo e welfare, usufruendo di indicatori certi, un dialogo sociale sereno e una visione complessiva sulle disuguaglianze nel nostro Paese.
Un lavoro complesso, che ho definito qualche giorno fa come la necessità di un pensiero laterale collettivo, che ci aiuti a scoprire nessi nuovi e altrimenti introvabili. È il momento per stravolgere, partire dal punto di vista più lontano possibile, ribaltare certezze matematiche, mescolare le ipotesi e, in alcuni casi, affidarci alla fantasia.
Il pensiero verticale farà il resto, ne sono certa.

Monica Buonanno

Esperta di politiche attive del lavoro, dipendente di Anpal Servizi, Partner di Progetto del Forum Disuguaglianze e Diversità, già Assessore alle Politiche Sociali e al Lavoro del Comune di Napoli. In un mondo dove le disuguaglianze sono sempre più nette, trova inadeguata una politica che segmenti servizi e misure contro le povertà. Propone un modello di integrazione tra lavoro, welfare e sviluppo territoriale.

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