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Cyberbullismo, la testimonianza di Flavia Rizza che salva i ragazzi

Flavia Rizza è la testimonial della Polizia di Stato contro il bullismo e il cyberbullismo: con la sua storia fa riflettere i ragazzi sulle conseguenze e li spinge ad essere migliori

Flavia Rizza si può definire come vittima di bullismo e cyberbullismo. Anzi no, perché Flavia non è quello che le è successo, ma è quello che racconta di sé, è quello che nessuno specchio può riflettere, è quello che ha fortemente voluto essere: una giovane guerriera che ha imparato a trarre forza e coraggio dalla codardia degli altri. Testimonial della Polizia di Stato contro il bullismo e il cyberbullismo ha raccontato a F-Mag, come spesso fa nelle scuole, la sua storia.

Prima il bullismo e poi il cyberbullismo

Da piccolissima presa di mira per il suo aspetto fisico. Era alle elementari quando sono iniziati gli  insulti  e i calci da parte di un compagno di classe. Alle medie non è andata meglio, era in seconda quando la curiosità e la voglia di capire e approfondire la portavano a fare domande ai professori le sono valsi l’appellativo di ‘lecchina’ della classe. Flavia non aveva uno smartphone e non era iscritta ai social ma era proprio in rete che qualcuno aveva postato una sua foto per offenderla. Per fortuna non basta uno schermo a nascondere la codardia violenta degli adolescenti e un’insegnante, accortasi di quanto stava succedendo convocò i genitori dei ‘cuor di leone’ per fargli presente la gravità della situazione. Ma allora ancora si pensava che bullismo e soprattutto il cyberbullismo fossero ‘marachelle’, ragazzate. Così non era, così non è e Flavia, dopo aver parlato con i genitori di quello che le stava succedendo ha sporto denuncia alla polizia postale e da allora non ha mai più smesso di raccontare la sua storia per spronare chi ne sta vivendo o ne ha vissuto una simile a denunciare e raccontare. Perché nel farlo si smette di essere vittime.

Flavia, i ragazzi oggi sono iperconnessi e il cyberbullismo è un reato ben definito. Quando parli con loro della tua storia che succede?
“In questo anno di pandemia abbiamo avuto quel processo di digitalizzazione che avremmo affrontato in cinque anni. Siamo stati tutti iperconnessi e i casi di cyberbullismo sono aumentati di tanto. Anche gli incontri con i ragazzi delle scuole sono stati online. Sono stati tutti molto partecipi probabilmente perché qualcuno sta vivendo ciò che ho vissuto io o se non lo vive in prima persona lo vede accadere e si sente coinvolto. Ci sono sempre spunti di riflessione nuovi e diversi e tutti portano ad una conclusione: insultare chi reputiamo diverso non qualifica la persona che prendiamo di mira, ma noi stessi. Siamo tutti diversi l’uno dall’altro e dobbiamo apprezzarlo. Dobbiamo imparare ad essere sicuri delle nostre insicurezze perché sono ciò che ci rende più belli”

Il primo episodio di cyberbullismo lo hai subito alle medie. Da allora cosa è cambiato?
“E’ stata approvata la legge 71 del 2017, un ottimo punto di partenza per risolvere il fenomeno. Sono stata più sfortunata perché quando è successo a me questa legge non esisteva. Adesso c’è una pena certa che va dall’ammonizione da parte del Questore all’obbligo di svolgere attività socialmente utili a scuola”.

Un passo a cui possono seguirne altri. Cos’ è ancora necessario fare?
Sicuramente non modificare la legge che deve restare specifica per i casi di cyberbullismo e non deve includere, per esempio, il sexting o il revengeporn che sono un’altra cosa e sono già punibili. Oltre ai consigli da dare ai giovani servirebbe unire un’ora di educazione digitale nelle scuole perché a volte non bastano mamma e papà a controllare quando navighi, ma serve qualcuno che ti spieghi cosa fare o non fare quando sei in rete. Solo così puoi distinguere i pro e i contro. Perché internet è una risorsa infinita che non deve essere demonizzata, basta utilizzarla nel modo corretto”.

Non è sufficiente, ma il ruolo che giocano i genitori può fare la differenza?
“Fa sicuramente la differenza. Sia quello che giocano i genitori che gli insegnanti con cui i ragazzi passano molto tempo per molti anni ed è per questo che è giusto che si formino per essere capaci di riconoscere un caso di bullismo o di cyberbullismo. Troppo spesso sento ancora dire che la tristezza o il malumore che vive un ragazzo è sicuramente colpa dell’adolescenza, della prima cotta, della pubertà. Beh, la tristezza e il malumore che provavo io non erano legati al mio corpo che cambiava, ma a chi mi faceva pesare di essere diversa. Pensavano fossi debole e continuavano, ma io ero semplicemente una ragazzina che andava a scuola per imparare e risolvere le sue curiosità”.

E le tue curiosità ti hanno spinto a fare teatro. Dicono sia terapeutico…
“Il teatro è stato un bel punto di svolta perché tu sul palco ti metti a nudo davanti al pubblico che vede, percepisce quello che senti e si accorge se lo prendi in giro. Il disagio che mi si è creato all’inizio mi ha fatto capire ancora di più chi fosse Flavia. Ho imparato a presentarmi in maniera diversa definendomi con il mio mondo tutto insieme e non solo per quello che studio o faccio. Mi presento per quello che sono”.

E cosa sei?
“Una timida estroversa”.

Cos’hai in programma adesso?
“Questo è un momento di quiete con meno incontri. Ne ho uno con una scuola e poi c’è il progetto che portiamo avanti con l’associazione Sentiti bene e la Fondazione Carolina. Io e Andrea Nuzzo creatore di Io sono Bill saremo insieme all’istituto Rossellini. Io parlerò dei rischi di internet e lui dell’utilità. E’ un progetto che mi sta a cuore e che abbiamo iniziato prima della pandemia. Da due storie diverse si può tirare fuori il mondo”. 

Loredana Lerose

Giornalista pubblicista, laureata in sociologia. Di origine lucana, trapiantata a Napoli da più di vent'anni, appassionata di danza, teatro, letteratura e psicologia. Scrive per il quotidiano Cronache di Napoli dal 2009.

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