Editoriale

Per garantire un futuro al Paese, la politica guardi i problemi reali

Un appello alle Istituzioni, centrali e locali, con la consapevolezza di un Governo neonato cui è affidato un compito più che complesso e di amministrazioni locali sfiancate dagli esiti della pandemia. E ben sapendo che chi amministra deve ascoltare le voci dei territori e delle aree più marginali del Paese in questo momento così complicato ma che può rappresentare un’occasione unica di ripartenza.

Seguiamo tutti, ciascuno con il proprio ruolo e con estrema apprensione e preoccupazione, l’andamento dei contagi da Covid-19, consci di quanto sia necessario contrastare la recrudescenza del virus nel nostro Paese. Siamo responsabili altresì delle politiche nei nostri territori, in particolare delle politiche di welfare, e mi permetto di portare alla vostra attenzione una riflessione più ampia sulle misure assunte nei confronti di quanti si trovino in uno stato di difficoltà sociale ed economica: parliamo di quella fascia di popolazione che per i più disparati motivi è a rischio di esclusione sociale, di quanti vivono ai margini, dei “nuovi poveri” che questa pandemia ha contribuito e sta tuttora contribuendo a definire.

I timori pervasivi sul futuro impongono una riflessione profonda sul futuro che ci attende partendo da un dato concreto: è mutata la geografia del disagio socioeconomico, le fragilità già note sono diventate maggiormente complesse e accanto ad esse sono emerse nuove tipologie di povertà e di esclusione sociale conseguenti al calo delle forme di lavoro non tipizzate, alla riduzione quali-quantitativa dei consumi, alle condizioni di deprivazione materiale, all’aumento di disagio socio psicologico sanitario dovuto allo stato di isolamento e paura e all’indebolimento delle cure domiciliari,  aumento e ampliamento delle sacche di povertà estrema anche tra anziani e famiglie, che si sono configurate in pochi mesi. E di questo nessuno ha colpa, men che meno chi subisce questo processo.

Gli effetti della pandemia si delineano nella definizione di nuove sfumature di emarginazione e sofferenza che si aggiungono a quelle già esistenti, restituendo un tessuto sociale fortemente segnato dalle disuguaglianze; la società sta perdendo i suoi parametri di riferimento e sta significativamente sacrificando la coesione sociale e la tenuta socio economica del Paese.

Domani sarà già troppo tardi se non riusciamo a ragionare in prospettiva, oltre la pandemia, per mettere al centro della politica misure contro il precariato e il lavoro nero e che permettano l’accesso al lavoro e alle cure di base anche alle situazioni più al margine, con un piano nazionale per rilanciare il mercato del lavoro e dell’edilizia residenziale pubblica (insieme alle altre forme di housing) e, al contempo, allinearci a tutti i Paesi europei civili con la misura universale di welfare senza tralasciare il mantenimento e il consolidamento dei servizi di base e socio sanitari sempre più fragili e insostenibili da parte degli enti locali.

Il mio è un grido di allarme: è necessario agire per mettere in sicurezza gli ultimi, gli invisibili, le categorie a rischio, per il bene dell’intero Paese.

Propongo come una tra le soluzioni una forte presa di posizione affinché anche il nostro Paese si possa dotare di una misura di sostegno alla povertà e al contempo di un piano straordinario per il lavoro e il diritto all’abitare dignitoso, così da riavviare l’intero sistema economico e sociale. Immagino il rafforzamento dell’impianto del reddito di cittadinanza, misura straordinariamente utile che ha sostenuto centinaia di migliaia di famiglie ma che deve essere migliorata, raffinata e ascritta nell’ambito del welfare generativo, ampliandola con preciso piano contro il precariato, lo sfruttamento e il lavoro nero con un set strutturato di servizi e misure per il lavoro dove si tenga conto che rafforzare il lavoro significa anche avere la capacità di sostenere  le imprese ed in generale tutte le attività produttive. Sono convinta che ce la si possa fare, con una visione che valichi oltre questa maledetta pandemia e consenta di farci rivedere le nostre città non più piegate nella disperazione ma di nuovo tese verso lo sviluppo.

Serve farsi carico dei nostri territori, dei nostri quartieri, delle nostre piazze, delle nostre periferie, fisiche ed esistenziali, dove vive gente con un nome e un cognome che deve ritrovare fiducia, voglia di vivere, capacità di rischiare per costruire la propria storia. Serve farsi carico dei giovani e delle giovani dei nostri territori a cui dobbiamo la possibilità di futuro.

Oggi è fondamentale che la politica guardi non solo alle risposte immediate ma a quelle di medio-lungo periodo. Serve attivare un processo di comunità che attivi il cambiamento a partire da responsabilità politiche, che attivi e coordini i processi di legalità, movimento e sviluppo dei nostri territori e soprattutto ritengo indifferibile una riflessione complessiva sul ruolo delle città, sentinelle dei territori, in grado di tutelare la coesione sociale e il livello di soddisfazione delle collettività.

Non lasciamo che la pandemia ci sterilizzi o indebolisca il patrimonio socio culturale e il sistema di cura costruito faticosamente in questi anni, ma aiutiamo il sistema a crescere nonostante tutto.

Monica Buonanno

Esperta di politiche attive del lavoro, dipendente di Anpal Servizi, Partner di Progetto del Forum Disuguaglianze e Diversità, già Assessore alle Politiche Sociali e al Lavoro del Comune di Napoli. In un mondo dove le disuguaglianze sono sempre più nette, trova inadeguata una politica che segmenti servizi e misure contro le povertà. Propone un modello di integrazione tra lavoro, welfare e sviluppo territoriale.

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