Editoriale

Beatrice Venezi, le donne e i ruoli di genere

Beatrice Venezi infiamma le polemiche per la sua volontà di farsi chiamare "direttore" a dispetto del genere. Ma la questione femminista non può ridursi ai ruoli e alla grammatica

Dopo la puntata di venerdì 5 marzo di Sanremo impazza la polemica su giornali, tabloid e via social network su una affermazione del direttore d’orchestra Beatrice Venezi che ama definirsi proprio così: “direttore” non “direttrice”, in barba al forzatissimo politically correct di questo Paese.

“Io sono un direttore d’orchestra, non una direttrice d’orchestra. Quello che conta per me è il talento e la preparazione con cui si svolge un determinato lavoro, nel mio caso la mia professione ha un determinato nome ed è direttore d’orchestra. Mi assumo la responsabilità di quello che sto dicendo”.

Beatrice Venezi al Festival di Saremo

Un’affermazione che nulla toglie alla storia della Venezi, conosciuta in tutta Europa come la più giovane direttore d’orchestra donna che le sale da concerto di tutto il mondo abbiano mai visto. Ma si sa, ad alcuni piace fare polemica e gridare allo scandalo, anche quando di scandaloso – come in questo caso – non c’è davvero nulla.

Chi è Beatrice Venezi

Toscana, classe 1990, ha festeggiato i suoi 31 anni sul palco dell’Ariston. Da una veloce lettura del suo profilo su Wikipedia si può capire di che pasta è fatta: si è esibita in alcuni dei teatri di maggior rilievo internazionale, dalla Spagna al Giappone, dal Libano al Canada, dall’ Argentina agli Stati Uniti. Nel 2017 è stata segnalata dal Corriere della Sera fra le 50 donne più creative dell’anno, mentre l’anno successivo è stata selezionata dalla rivista Forbes fra i 100 leader del futuro under 30. Ed è, ça va sans dire, la più giovane donna ad aver infranto il soffitto di cristallo del mondo della musica classica come direttore di orchestra.

Per lavoro, ho avuto l’occasione di intervistare Beatrice Venezi e di assistere dal vivo a una delle sue performance in occasione dei 25 anni della Nuova Orchestra Scarlatti al Teatro Mediterraneo di Napoli.

Lei incanta, non solo con la sua bravura ma con la sua presenza in abito da sera mentre dirige l’orchestra. Mi preme sottolineare questo elemento, perché proprio da questo punto di vista la si può definire rivoluzionaria e femminista: Beatrice ha cambiato il paradigma diventando non il direttore/direttrice di orchestra che si adegua ai dettami maschili(sti) del ruolo, ma una donna direttore/direttrice che fa uscire fuori la sua femminilità e il suo empowerment mentre fa un lavoro tradizionalmente relegato all’ambito maschile. E lo fa con abiti lunghi, eleganti, da sirena sinuosa, sovvertendo il dogma del tradizionale tight.

Beatrice Venezi ha rotto un muro, si è impossessata del ruolo e questo è accaduto a prescindere da come desidera essere chiamata.

Nessuno può toglierle i suoi risultati o sminuire la sua bravura solo perchè preferisce il termine “direttore”. Il suo talento, in altre parole, non verrà mai mutato dal genere con cui si declina la sua professione.

Questo però sembra non essere abbastanza.

Una polemica… paradossale

È comprensibile che a una lettura “superficiale” – ossia non approfondita riguardo la storia della persona e riassunta dalla stampa in 120 caratteri – la sua affermazione possa aver suscitato polemiche. Trovo, fra l’altro, che ogni discussione, purché intelligente, sia utile per rafforzare il dibattitto pubblico sul tema femminile, ma vorrei provare a ribaltare la questione evidenziandone i risvolti paradossali.

Beatrice Venenzi ha espresso il desiderio di essere chiamata direttore, non direttrice, perché confà alla sua professione. E il termine, diciamocelo, nulla toglie alla sua bravura e alla sua capacità di tenere il palco.

Personalmente e umilmente, termini come “avvocatessa”, “assessora (ancor peggio, assessoressa)”, “sindaca” e così via fanno accapponare la pelle. Non si tratta di un retaggio culturale (altrimenti dovremmo distinguere fra giornalista e giornalistO, dentista e dentistO, geometra e geometrO e invocare che anche gli uomini difendano il loro sacrosanto diritto alla declinazione maschile delle professioni) ma della nostra meravigliosa lingua che a volte sì, può essere anche “petalosa” e probabilmente non condivisibile. La grammatica italiana, di fatto, non contiene un genere neutro.

Nel leggere le polemiche di cui sopra, un dubbio mi assale: le “femministe” che la stanno attaccando, perché si sono soffermate su una frase decontestualizzata e avulsa da quello che è Beatrice Venezi e di quello che dice dagli albori della sua carriera, invece di fare fronte comune (come dovrebbe essere secondo il paradigma delle donne unite per le donne) e sottolineare la sua capacità di essere sui palchi di tutto il mondo in quanto brava, in gamba, sveglia, talentuosa?

Come mai non si parla del fatto che è la prima giovane donna direttore d’orchestra in tutta Europa, magari fonte d’ispirazione per centinaia di ragazze di tutto il mondo? Perché invece di prenderla come “modello” di woman power ci si limita a giudicare una parola – perché si tratta, appunto, di una parola?

Si sta, di fatto, giudicando la libertà di una donna di autodefinirsi come più le piace. E questo, in tutta onestà, sembra un tantino antifemminista.

Lo sguardo di intesa del primo e secondo violino Daniela Cammarano e Chiara Rollini e di Beatrice Venezi in occasione del primo concerto dell'Autunno Musicale 2018 della Nuova Orchestra Scarlatti (foto di Enrico Parolisi)
Lo sguardo di intesa del primo e secondo violino Daniela Cammarano e Chiara Rollini e di Beatrice Venezi in occasione del primo concerto dell’Autunno Musicale 2018 della Nuova Orchestra Scarlatti al Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli (foto di Enrico Parolisi)

Una riflessione più approfondita

Del resto, qualificare Beatrice Venezi nella forma di “direttrice-solo-perché-donna“, pertanto meritevole di attenzione rispetto ad un suo pari grado uomo esclusivamente per il suo genere, potrebbe creare il paradosso logico opposto. Una donna viene giudicata per ciò che sa fare, per le sue qualità intrinseche, per la bravura e il talento, oppure perché sa fare qualcosa che solitamente è di retaggio maschile?

La verità è che il genere non toglie e non mette nulla se si parla di professioni, ma queste polemiche di fatto distolgono l’attenzione da temi più concreti.

La discriminazione femminile e la parità di genere, infatti, passano anche per una concretezza che, agli albori dell’anno domini 2021, ancora latita.

L’Italia intera dovrebbe indignarsi perché ancora oggi le assunzioni delle donne vengono favorite con bonus e incentivi ad hoc, tramutandole automaticamente in categoria fragile, una sorta di specie protetta da salvaguardare. Attenzione, non sostengo che non siano necessari: ma se c’è bisogno di incentivare il datore di lavoro ad assumere una donna, abbiamo un problema più ampio in termini di occupazione femminile.

Potremmo allargare il campo e discutere del diritto al lavoro proprio nell’anno in cui, complice la pandemia da virus Covid 19, la metà delle donne si è trovata senza lavoro. Ancora, potremmo riflettere su opportunità di carriera pensate per le donne – attenzione, non di quote rosa, inutile quanto vuoto target per calmierare gli animi. Un esempio? In Italia manca una legge per il congedo mestruale, periodo del mese che per milioni di donne è un serio problema di salute a causa di altre complicazioni.

Che dire, inoltre, della mancanza di un sistema di welfare concreto che supporti la famiglia, dato che i figli sono una scelta di entrambi i partner, non solo della madre/donna?

O ancora, potremmo andare avanti con l’oggettivazione e la mortificazione del corpo femminile di una società in cui le riviste di costume e società giudicano una giornalista come Giovanna Botteri per come si veste, non per essere stata una delle corrispondenti italiane nei territori di guerra degli ultimi trent’anni?

La parità di genere non può essere schiacciata a mera declinazione linguistica e Beatrice Venezi fa bene a rivendicare la declinazione del ruolo come piace a lei. Anche io preferisco essere chiamata direttore, perché rende immediatamente l’idea di ciò che faccio. Ma non vuol dire che mi sento mascolinizzata o che l’essere donna sia un minus habens rispetto al posto nel mondo che ogni giorno ho combattuto per ritagliarmi.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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