Editoriale

Sanremo è lo specchio di un’Italia che non vuole crescere e affrancarsi da sé stessa

La musica è solo un pretesto per lo stesso show di 70 anni fa. Ma i tempi sono diversi, i diritti reclamano spazio, la parità di genere non è accantonabile e il Covid avrebbe suggerito una svolta che non c'è.

In queste ore mi sono a più riprese chiesto che sensazione proverei se, al primo giorno da docente all’università, dopo aver preparato la mia prima lezione, una platea di accademici avesse commentato il mio outfit.

“Con quella giacca così mette in risalto le spalle”.
“Sì, ma il gilet tradisce un certo sovrappeso”.

Certo, il giornalismo da rivista fa parte del gioco da tempo immemore. Per la precisione, dalla Dolce Vita che le nostre casalinghe in nuclei familiari monoreddito potevano solo sfogliare (e sognare) sulle pagine patinate dei primi magazine o dei giornali. Sanremo non faceva eccezione. E non la fa ancora oggi.

Sanremo è uguale a sé stesso da tempo immemore. Per questo stona, come un ampolloso lampadario di cristalli in una casa dal design moderno. Se questi vezzi di stile restano però al gusto delle persone, non si può dire lo stesso di uno storytelling svilente della copertina italiana per eccellenza, soprattutto quando si affrontano temi vivi e urgenti come la parità di genere. Temi che trovano spazio, spesso in maniera pretenziosa, in altre occasioni e che poi vengono completamente accantonati quando si tratta di celebrare questo vecchio e polveroso rito collettivo.

Un po’ come un animalista spagnolo che sospende il suo giudizio durante la Festa de San Fermìn a Pamplona.

E se va dato atto che nelle ultime edizioni un tentativo di portare i grandi temi sul palco è stato fatto (ultimo in ordine di tempo quello – mutilato dalla maggioranza politica – della giornalista palestinese Rula Jebreal), in questa edizione – alla quale vogliamo per forza fornire un alibi col Covid – si è preferito prendere e strapagare un calciatore – Zlatan Ibrahimovic – che fa la parodia di sé stesso, e che pochi giorni prima della kermesse si è “tirato” una polemica contro quello che è attualmente il più forte cestista americano, LeBron James (I can’t breathe), sull’impegno civile degli atleti da cui dire che è uscito malridotto è un eufemismo.

Si lascia giusto il palco a storie win-win come quella (toccante) di Antonella Ferrari che parla di SLA. O Elodie che racconta di quanto era povera e di come ora può permettersi quegli abiti.

Eccola, Elodie. La vera vincitrice di questo Sanremo. Del Sanremo che piace agli italiani: quello della farfallina di Belen. Quello dell’outfit provocante. Dello spacco di Elodie, di Annalisa che “va fuori di seno” (scrive Il Fatto Quotidiano) ma la cui scollatura “convince tutti” (scrive il Messagero). Ma anche quello morboso del mezzo seno da fuori della giovane Gaia, che magari su quel palco ci era salita per cantare, e che si è ritrovata sulle copertine dei giornali perché il suo top bianco scende giù (e nelle pagine dei quotidiani sul web quando per riempire l’articolo si va a raccogliere la “rattamma” sui social network quasi a mò di complimento, di classifica di gradimento).

E se la grande assente resta la musica, il ché resta abbastanza assurdo in una manifestazione canora (ma ci siamo abituati), con tutte quelle stonature e quei fuori tempo che manco all’Antoniano sarebbero stati perdonati, tutta quella retorica fatta di panchine rosse e grandi proclama sulla donna-oggetto che deve autodeterminarsi cade sotto i colpi di uno storytelling indegno e morboso.

Del resto, gli artisti in gara sono complici (fatta pace della buona giovane Gaia). Un tempo a Sanremo si dettava la moda, lo stile, si eccedeva, si provocava. Era LA passerella, non UNA passerella.

Oggi non vi è più alcuna provocazione in tutto ciò, al contrario. Si parla di look eterogenei, di metrosessualità, si strizza l’occhio all’ambiguità di genere, ma de facto poi stiamo lì a guardare a chi esce fuori il capezzolo e, mentre Achille Lauro gioca a fare David Bowie con circa 50 anni di ritardo, dimentichiamo che nel dibattito pubblico si stia ancora a parlare del fatto che sia giusto o meno il ddl Zan sull’omotransfobia.

Sanremo è uguale a tanti anni fa ma in un mondo totalmente diverso. Un mondo che si è reinventato a causa del Covid, che ha scoperto gli strumenti digitali per superare le barriere fisiche. Un mondo che guarda ai diritti e a un futuro sostenibile. Mentre i teatri vanno online, il lavoro passa sul web tra call e cloud sharing, finanche la scuola è stata costretta a misurarsi con sé stessa, Sanremo in maniera arrogante e spocchiosa continua a essere Sanremo. Citando il mio amico giornalista, e acuto osservatore, Enrico Sbandi:

… si è scelto di riproporre la formula tradizionale nella sua forma mutilata del pubblico. Risultato: anziché creare attesa per le invenzioni, saltano agli occhi le mancanze.

Enrico Sbandi

Del resto, come recita il suo slogan, “Sanremo è Sanremo”. Ed è proprio questo probabilmente che quest’anno non gli viene perdonato.

Lo dice l’Auditel, non io.

Enrico Parolisi

Giornalista, addetto stampa ed esperto di comunicazione digitale, si occupa di strategie integrate di comunicazione. Insegna giornalismo e nuovi media alla Scuola di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa. Aspirante re dei pirati nel tempo libero.

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