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Prorogato lo smart working per altri tre mesi: questo non è un titolo corretto

L'estrema semplificazione tradisce la realtà dei fatti: per altri tre mesi lo smart working non sarà normato come dovrebbe. A causa di uno stato di emergenza che dopo due anni non può giustificare più deroghe.

La notizia è la seguente: fino a marzo 2022 la disciplina Covid sul lavoro è prorogata in funzione del perdurare dello stato d’emergenza. Questo vuol dire che, oltre ad alcune proroghe indispensabili come quella del congedo parentale, per altri tre mesi a partire da quando scriviamo i datori di lavoro potranno erogare smart working in modalità semplificata.

Il titolo ricorrente invece in queste ore è “Prorogato lo smart working“. Una estrema sintesi giornalistica che tradisce un errore di fondo: lo smart working non è prorogato ma esiste da anni ed è normato dalla legge 81 del 2017. Ad essere prorogata è la modalità in cui questo smart working viene erogato, ossia bypassando l’accordo (individuale) tra le parti che dovrebbe regolare l’attività lavorativa del dipendente in smart.

Smart working fra luci e ombre

Già lo scorso agosto su queste pagine scrivevamo di come funziona il lavoro agile in pandemia in Italia e lo scenario non era dei migliori. Citando una ricerca di CISL infatti si notava che – nell’assenza di paletti fissati appunto dall’accordo tra le parti – 6 lavoratori su 10 hanno lavorato molto più da casa e più o meno la stessa percentuale non aveva ricevuto informazioni sul diritto alla disconnessione che è tornato prepotentemente alla ribalta e che a marzo ha costretto l’UE a prendere per l’ennesima volta una netta posizione sull’argomento.

Altre ricerche, che invece risalgono a inizio pandemia, descrivono un quadro in cui lo smart working è tutto rose e fiori. E sarebbe disonesto non ammettere che – questo è un dato ricorrente in qualsiasi indagine sull’argomento – i vantaggi ci sono e riguardano soprattutto il work-life balance dei dipendenti. Tanti affermano che lo smart working in Italia non finirà con il Covid ma resta un aspetto: al momento lo smart working è una decisione unilaterale in cui il lavoratore non ha voce in capitolo.

Ed è assurdo che dopo mesi di pandemia le aziende abbiano dovuto fare enormi giravolte e sforzi notevoli in tempo ridottissimo per cavalcare il momento emergenziale e ottemperare a richieste spesso devastanti da parte degli Organismi statali e che al contempo nulla è stato fatto da un punto di vista legislativo per chiedere alle aziende di prendersi il dovuto tempo per normare l’attività lavorativa remota dei dipendenti.

Per altri tre mesi, l’unico obbligo che dovrà assolvere l’azienda è quello di comunicare l’elenco dei lavoratori in smart (che poi spesso sarebbe homeworking ma lasciamo perdere), mentre per altri tre mesi il dipendente non sarà tutelato da come questo smart dovrebbe svolgersi.

Enrico Parolisi

Giornalista, addetto stampa ed esperto di comunicazione digitale, si occupa di strategie integrate di comunicazione. Insegna giornalismo e nuovi media alla Scuola di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa. Aspirante re dei pirati nel tempo libero.

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