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Il paradosso dello smart working inteso come “concessione” del “padrone”

Circola in queste ore un articolo che riprende una ricerca americana: "A cosa sareste disposti a rinunciare per lavorare per sempre da casa?". Senza comprendere la pericolosità di tale affermazione, soprattutto declinata al nostro Paese.

Era fine novembre del 2020 quando la Germania, la cosiddetta locomotiva d’Europa, ha iniziato a costruire una misura ritenuta necessaria ai fini dell’esplosione dell’homeworking (e non smart working come spesso impropriamente lo abbiamo definito in Italia): un bonus di 5 euro al giorno per sostenere per il 2021 chi, nel passaggio causa pandemia da ufficio a casa, abbia dovuto far fronte a spese che prima non aveva. Parliamo, in linea di massima, di utenze. Nella sua trasformazione in provvedimento, questo bonus è stato così definito:

In Germania il Governo […] riconosce ai lavoratori […] uno sgravio di 5 euro al giorno scaricabile dalle tasse per tutto il 2021, con un tetto massimo di 600 euro. Per ottenere il bonus bisogna superare un costo complessivo di 1000 euro tra utenze, internet e acquisto di un computer o di una stampante.

Financial Lounge di Repubblica

Certo, il modo in cui l’homeworking sia stato declinato in Italia (già utilizzando il termine smart che indica tutt’altra cosa) e il fatto che ad oggi – perdurante lo stato di emergenza – lo si continui ad erogare fuori dalle modalità stabilite dalla legge che regola lo stesso (81/2017) meriterebbe una discussione a sé stante. Con la proroga dello stato d’emergenza (quanto dura questa emergenza prima di diventare normalità?) fino al 31 dicembre 2021 “le comunicazioni di smart working nel settore privato vanno effettuate esclusivamente attraverso la procedura semplificata già in uso“. Ossia, senza l’accordo con il lavoratore, necessario per stabilire limiti e paletti all’erogazione del lavoro dipendente. Lo smart working infatti è regolarmente normato dallo Stato italiano da una legge del 2017 che prevede una sorta di contratto tra le parti. Un contratto tale da garantire alcuni diritti imprescindibili del lavoratore come quello alla disconnessione su cui ha posto l’accento anche l’UE in tempi recenti (e in stato di emergenza).

Così, se da un lato abbiamo potuto ammirare dei veri e propri paradossi, soprattutto nel settore pubblico (uno su tutti, i giardineri in smart working a Napoli), dall’altro l’esplosione di una nuova modalità di lavoro che sfrutti il digitale per migliorare la qualità della vita è di fatto ancora improvvisata, non ben inquadrata a livello dirigenziale e istituzionale, come se d’un tratto dovesse finire.

“A cosa rinuncereste per la vostra libertà?”, la paradossale ricerca sullo smart working americana

E infatti negli Stati Uniti, che circa dal 1970-80 ispirano il nostro Paese come da ritratto di quella canzone dell’lp Mascalzone Latino di Pino Daniele al grido di “Accattate ‘e Marlboro, telefilm e coca-cola”, un sondaggio condotto da Polfish e ripreso nelle scorse ore dalle colonne del Corriere della Sera recita così:

«A cosa sareste disposti a rinunciare per lavorare per sempre da casa?»

La domanda è stata posta dall’istituto di sondaggi a circa 1000 lavoratori statunitensi. Gli americani, o meglio il 65 percento degli intervistati, ha detto in maniera molto carina che sì, sarebbe disposto a lavorare per sempre da casa. E si toglierebbe pure il 5 percento dello stipendio dalla busta paga per la cortesia.

Quello che non torna nell’interpretazione del Corriere (qui il link disponibile in abbonamento) è questa frase:

“Ma il dato che sorprende di più è che per il 15% sarebbe accettabile tagliare addirittura del 25% la busta paga pur di non dover tornare in ufficio. Segno che il tempo libero per una parte dei dipendenti sembra non avere prezzo“.

Corriere della Sera

Ora, che lo smart sia sinonimo di tempo libero è una cosa per cui in tanti, gettando il cuore oltre l’ostacolo, avrebbero lecito diritto di offendersi. Come più volte abbiamo ribadito, bisogna innanzitutto distinguere smart working da homeworking. In Italia, dove abbiamo un serio problema ad acquisire gli anglicismi senza stravolgerli (si veda selfie e flash-mob, per dire i primi due termini completamente snaturati varcate le Alpi) abbiamo chiamato tutto smart ma nella maggior parte dei casi era home. Smart, come inquadrato dalla legge 81/2017, è una modalità di erogazione in cui il lavoro esce da determinati paletti quando possibile (di tempi e spazio, fondamentalmente) ma che è normato da un accordo tra le parti che ne delimita i confini, a tutela di entrambe le parti appunto. Homeworking, invece, è quello che è successo a gran parte dei lavoratori dal febbraio del 2020: fare a casa quello che facevano in ufficio. E, per fare in fretta, senza nemmeno l’accordo tra le parti.

Mancanza di accordo vuol dire mancanza di tutele, da entrambe le parti chiamate in causa. Ma di una cosa siamo certi: lo smart working non è una cortesia che si fa al lavoratore. Soprattutto in Italia.

Le condizioni dello smart working italiano

Quello che dovrebbe essere un radicale cambio di mentalità, in cui gli strumenti digitali permettono di ottimizzare una serie di aspetti che vanno dalla mobilità (meno persone che viaggiano per raggiungere il posto di lavoro per fare ciò che potrebbero fare a casa vuol dire meno emissioni di CO2) alla gestione dei tempi personali, sembra quindi declinato come un vantaggio per il lavoratore. Ma in questo marasma le condizioni dei lavoratori in smart (o in home) sono davvero migliorate?

Se già lavorare in post pandemia è risultato devastante per tantissimi lavoratori, non è andata benissimo nemmeno per chi ha lavorato in smart. L’indagine più recente e più focalizzata sullo status dei lavoratori smart è quella di CISL che ha somministrato oltre 4800 questionari a un campione formato per lo più da impiegati e non appartenenti al sindacato.

Stando al rapporto, il 59 percento degli intervistati dichiara di aver lavorato molte più ore a casa rispetto al lavoro in presenza. Di questi, il 15 percento dichiara di aver lavorato almeno 10 ore in più rispetto a quanto stabilito dal contratto in fase di homeworking. Solo il 2 percento degli intervistati ha affermato di aver lavorato di meno rispetto al solito. Altro dato straordinario è quello legato al diritto alla disconnessione: nel 61% dei casi i lavoratori sostengono che “l’azienda non ha attuato alcuna misura né li ha informati dell’esistenza di tale diritto”; il 32% invece dice che “l’azienda si è limitata a ricordare che il diritto esiste e che il lavoratore non è tenuto a rispondere alle mail”.

Ciò nonostante, lo smart working piace. Lo dice lo stesso sondaggio per cui 1 su 5 si ritiene più concentrato e produttivo a casa e il 15 percento dei lavoratori sono compiaciuti dal maggior tempo che è stato possibile dedicare ai figli, altro argomento cruciale in un Paese che ai genitori lavoratori offre poche alternative.

Certo è che questi numeri non sembrano dipingere una situazione in cui lo smartworking sia una specie di “concessione” del padrone. Resta – lo smart working – una filosofia moderna per migliorare con gli attuali strumenti digitali la qualità della vita di tutti. E non certo a queste condizioni.

Enrico Parolisi

Giornalista, addetto stampa ed esperto di comunicazione digitale, si occupa di strategie integrate di comunicazione. Insegna giornalismo e nuovi media alla Scuola di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa. Aspirante re dei pirati nel tempo libero.

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