Editoriale

Donne per le donne: la redazione di F-Mag contro la violenza di genere

Oggi si celebra la Giornata contro la violenza sulle donne, una data che per la redazione di F-Mag non è solo un simbolo ma un punto di partenza, di riflessione, di denuncia e di ascolto.

Fra le nostre pagine diamo spazio alle storie delle donne, alle iniziative in loro favore, alle opportunità di lavoro e carriera, alle sfide sul welfare (spesso mancante), alle denunce contro il gender gap e la violenza.

Perché parlare di violenza sulle donne non è mai abbastanza se, solo nel 2021, da gennaio a novembre sono morte 109 donne (dati: Ministero dell’Interno). Ma questi sono solo i tristi casi più eclatanti: secondo la stima del Ministero, ogni giorno si denunciano circa 89 episodi di violenza: tanti, troppi.

La violenza è spesso psicologica, mentale, affettiva, fisica ed economica e tenere traccia di ogni atteggiamento lesivo nei confronti della dignità della donna è quasi impossibile, perché in troppi casi non si denuncia ancora.
La violenza ha innumerevoli sfumature: tutte e tutti siamo chiamati a fare qualcosa per far sì che le parole spese oggi non siano solo vuota commemorazione ma speranza, rinascita, orgoglio, volano per ripartire.

Ognuna delle donne di F-Mag ha voluto scrivere una riflessione personale, intima, un pensiero vivo contro la violenza sulle donne. Eccoli qui raccolti: io, da Direttore, non posso che essere orgogliosa di aver incrociato per la mia strada persone così meravigliosamente sensibili e in gamba.

Daniela Ruggiero, Innovation Manager di Fortress Lab: “Ogni donna ha diritto a prendersi i suoi spazi e i suoi tempi , di decidere il proprio raggio di azione senza essere limitata. Considerare la violenza sulle donne come un modo di esprimersi ha un effetto dannoso sull’intero progresso dell’umanità di cui siamo tutti responsabili e compartecipi. La violenza sulle donne non va taciuta più ma denunciata a gran voce”.

Monica Buonanno, Dirigente ANPAL: “109 femminicidi da gennaio ad oggi, di cui 6 in Campania. Donne impaurite che si sentono sole, spesso con il carico dei figli minori cui assicurare per quanto possibile un minimo di serenità. La violenza sulle donne ha mille volti, dalla violenza economica a quella psicologica a quella sessista fino ad arrivare all’estrema decisione per mano di chi dice di amare la propria donna di ucciderla o ucciderne i figli. Il volto della violenza si nasconde ovunque, è trasversale a livello geografico, non ha età e non conosce ceto sociale. Il mio preciso e fermo impegno a porre in essere tecniche, servizi e misure per contrastare la violenza economica attraverso il lavoro, primo strumento per l’autonomia e la libertà”.

Dafne Malvasi, poetessa, ci regala una sua poesia tratta da “Confessione di una denuncia mai fatta”: “ Non sono mai caduta dalle scale. Ho sempre avuto un buon equilibrio. Sono sempre stata brava a schivare quasi tutti i colpi. Da quelli involontari, per cui “scusami Dafne, non volevo, non l’ho fatto apposta”. A quelli voluti, per cui “te la sei proprio cercata Dafne, ben ti sta”. Ho preso schiaffi che non capivo. Ma li sentivo eccome. Non chiedevo. Ma osservavo. Non piangevo. Provavo angoscia e disgusto.

La violenza è infima, meschina, ti lascia libera ma in catene. E tu vorresti allontanartene ma riesci a fare pochi passi perché poi il laccio stringe e ti stritola. E ti divora e ti inghiotte. La spirale del male è ampia. Soffoca, senza fretta. Non esiste Amore, esisti solo tu, sola, e come unico compagno il dolore.

E tutto questo ti da a malapena modo di sopravvivere, di temere di essere assalita dal tuo stesso respiro. Respira Dafne, respira lentamente, una volta, ancora un’altra. E un’altra ancora. Respira Dafne, ora sei al sicuro”.

Loredana Lerose, giornalista, conclude con una riflessione: “Chissà quante volte ne hai incontrata una, chissà quante volte le hai posato lo sguardo addosso e hai notato i suoi denti non perfetti, ma non il livido rossastro e rigonfio all’angolo delle labbra, chissà quante volte il ciondolo penzolante dal filo di argento ha catturato la tua attenzione distogliendoti dal collo violaceo e chissà, quante volte ancora, le hai guardato quel braccialetto che le adorna un polso dolorante. Tu e lei, due tra tante: tu in superficie e lei nell’abisso.

E’ strano come in una società che predica l’empatia, sia la non curanza a farla da padrone. Eppure è così, tutti in prima linea per schierarsi contro la violenza sulle donne, tutti pronti a un selfie col segno rosso sul volto per marcare la propria distanza da chi quella violenza la pratica, un segno che è una condanna morale a chi non ha rispetto della vita altrui. Ma anche un modo per dire a una compagna, una moglie, una madre, una ragazza che si affaccia alla vita credendo che sia l’amore a farla splendere che non sono sole e che non tutti gli uomini sono violenti, che la vita è bella e che bisogna liberarsi di chi gode nel rovinargliela. Tutto giusto, tutto fantastico, peccato che non basti, peccato che una donna vittima di violenza la bellezza l’abbia dimenticata insieme a chi era e ai sogni che aveva, convinta di meritarsi ciò che ha.

I greci chiamavano ananke l’impossibilità di sfuggire al proprio destino, perfino gli dei, pare, non vi si opponessero, ma gli dei, si sa, erano presuntuosi e non facevano squadra. In questo gli uomini potrebbero essere migliori e dovrebbero esserlo. Fare squadra significa empatizzare, diventare un tutt’uno per raggiungere un obiettivo indipendentemente da sé stessi, per il bene di tutti. E quanto sarebbe d’aiuto raccogliersi attorno ad una donna che si sente vinta, che per vergogna o paura sceglie di isolarsi e lasciare fuori dalla sua vita chi vedendola sfiorire vorrebbe salvarla? Tanto. Se un uomo, vile e manipolatore riesce a fare il vuoto attorno alla sua vittima, ha già vinto.

E allora la testardaggine che accomuna un po’ tutti dovremmo utilizzarla per esserci comunque, anche quando chi è in posizione di debolezza non ci vuole e innalza muri per tenerci fuori dalla sua vita. Perché non è vero che ci si salva da soli, non sempre almeno. E allora al di là delle analisi psicologiche spicciole e delle pillole di saggezza non richieste che dispensiamo quotidianamente sui social e negli sprazzi di vita vera, sforziamoci di ascoltare e di osservare di più. Magari, per una volta empatizzando davvero, restando in silenzio per ascoltare il non detto che riempie l’esistenza di una donna che non vede via d’uscita, perché la vita non sempre è bella, anzi a volte fa schifo, ma vale la pena in ogni suo istante, fino all’ultimo respiro che nessuna donna dovrebbe esalare per mano di un uomo”. 

Nessuna si salva da sola. Non sempre, almeno.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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