Editoriale

Whirlpool Napoli, il simbolo della lotta per il lavoro dei giorni nostri

Le donne e gli uomini di Whirlpool Napoli non mollano ancora. E siamo arrivati al 31 maggio 2021, triste secondo anniversario di una lotta che mi ha coinvolto sin dal primo momento, percependone il forte simbolismo connesso alla certezza che si trattasse di una vertenza lunga, faticosa, estenuante e che – secondo me – sta facendo la Storia delle lotte per il lavoro.

Dico che sta facendo la Storia, perché è stata condotta con forza, tenacia e dignità senza pari e con un obiettivo fermo e unico, quello di far rispettare un accordo firmato solo pochi mesi prima ai massimi livelli istituzionali.

Un passo indietro: 31 maggio 2019, mi trovo al Comune in riunione con le organizzazioni sindacali su città, lavoro e turismo. Intorno alle 16,30 una telefonata mi informa che, inaspettatamente e a dispetto di accordi presi formalmente in sede ministeriale, la multinazionale Whirlpool intende chiudere lo stabilimento di Via Argine a Napoli. Un attimo, e chiedendo scusa, con l’allora vicesindaco della città ci siamo messi in macchina e siamo corsi all’assemblea. E da quel preciso istante che la vertenza Whirlpool è entrata con prepotenza nella mia vita, da Assessore prima e da cittadina poi.

Vedere centinaia di donne e uomini, molti in lacrime, con quell’espressione di incredulità mi ha talmente ferito che ho deciso che quella vertenza doveva diventare la vertenza non solo di quella fabbrica, ma della città, del Mezzogiorno, dell’intero Paese. Una battaglia di giustizia e di civiltà verso quei lavoratori e verso tutti noi, perché è inaccettabile che ad una multinazionale possa essere consentito di disattendere un accordo siglato in sede formale e istituzionale coinvolgendo organizzazioni sindacali, Ministero dello Sviluppo e Regione Campania, dopo pochi mesi dalla sottoscrizione. Voglio essere molto chiara su questo punto. Il caso della Whirpool è un’esperienza paradigmatica per la città, che ha un’antica vocazione industriale e di filiera. Far chiudere il penultimo stabilimento della cosiddetta “zona industriale” – trasformata nel tempo in un deserto, ferita aperta per la città – è chiaro segnale di una volontà di disinvestimento al Sud e vuol dire consegnare centinaia di famiglie al degrado. Whirpool ha puntato sulla produzione di componentistica per lavatrici di alta gamma, che a dire della proprietà non ha più mercato. La soluzione della multinazionale è chiudere lo stabilimento, sottovalutando il prezzo sociale completamente scaricato sugli operai ed i loro figli e sottodimensionando l’impatto economico sul territorio. Innanzitutto, è da chiarire l’impatto sui bilanci della multinazionale di quello che ritengono essere uno stabilimento in perdita. Ad oggi, abbiamo notizie certe di bilanci in attivo, nuove assunzioni – sebbene in somministrazione – e un’attività a dir poco fiorente. In tutto ciò, si è deciso, altrove, che Napoli debba chiudere. Ancor peggio se si pensa ad una eventuale delocalizzazione della produzione. In sintesi, una fabbrica che funziona, lavoratrici e lavoratori competenti, un indotto di oltre 800 tra operai e impiegati, un territorio che per sostenersi ha bisogno di legalità, tutele e garanzie, e inspiegabilmente la chiusura che il 1° luglio potrebbe addirittura portare al licenziamento.

Il quadro nazionale e locale è chiaro a tutti: una faticosa ripresa dalla pandemia, una grande responsabilità sui nuovi fondi del NextGenerationEU che se non utilizziamo al meglio sarà la peggiore eredità che lasceremo ai figli, una lente ma costante deindustrializzazione del Sud, un tasso di inattività nazionale del 35.4%, e regionale del 49.7%, il record negativo della Campania relativo al più alto numero in Italia di percettori di reddito di cittadinanza, un importante flusso migratorio di giovani del Sud laureati (circa il 21% sul totale), un rischio povertà doppio del livello nazionale ed europeo  e un rischio di esclusione sociale regionale di circa il 50% (dati Istat, Inps e Eurostat). Negando il lavoro condanniamo alla povertà, alla criminalità organizzata, alla marginalità sociale. E sono assolutamente certa che a Roma o a via Santa Lucia non siano indifferenti al problema, anzi, pur avendo provato a portare soluzioni, inequivocabilmente Whirlpool le ha restituite ai mittenti.

Il tempo ormai non è molto, ora è il momento di giocare tutta la partita, consapevoli di due elementi: il primo, Whirpool è un presidio di legalità. Gli operai portano i loro figli a scuola grazie al posto in fabbrica e fanno economia locale pulita. È una comunità che si auto-sostanzia e che ripercorre i punti della nostra Costituzione antifascista, che sancisce che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Il secondo, la lotta Whirlpool ha sancito un nuovo modo di fare vertenza, responsabilizzando tutti, dalla città al Governo, alla Regione, alle forze sindacali, all’opinione pubblica, al mondo dello spettacolo, definendo una linea precisa, ovvero che gli accordi non si toccano, perché se va via Whirlpool apriamo un’autostrada a tutte le multinazionali – e non solo – che potranno siglare accordi in Italia, sfruttare i lavoratori, e poi con logiche predatorie abbandonare territorio e persone per fare profitto altrove.

La soluzione? Condurre alla riapertura della fabbrica secondo gli accordi presi, con un piano di investimento chiaro, utilizzando ogni strumento che le infrastrutture normative mettono a disposizione. E con l’unica idea chiara che condividiamo tutti: non si molla, non si fa un passo indietro, la responsabilità è troppa e non è il tempo per fare errori.

Monica Buonanno

Esperta di politiche attive del lavoro, dipendente di Anpal Servizi, Partner di Progetto del Forum Disuguaglianze e Diversità, già Assessore alle Politiche Sociali e al Lavoro del Comune di Napoli. In un mondo dove le disuguaglianze sono sempre più nette, trova inadeguata una politica che segmenti servizi e misure contro le povertà. Propone un modello di integrazione tra lavoro, welfare e sviluppo territoriale.

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