Interviste

PNRR, le “migliori intenzioni” per cambiare il Paese

Quanto è vicino il PNRR alla vita delle persone e come potrebbe ridefinire la geografia socioeconomica del Paese? L'intervista a Monica Buonanno

Da qualche giorno si parla del PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che dovrà cambiare le sorti del Paese con interventi trasversali e settoriali. Ma da oltre un anno, però, le donne appaiono e scompaiono nella narrazione istituzionale soprattutto nella ripartizione dei fondi. La stessa sorte sembra toccare ai temi legati al lavoro, al welfare, alle fragilità e ai più giovani. Come se bastasse un bonus o una misura scevra da un sistema che l’accolga, al fine di reiterarne gli effetti, per risolvere i problemi endemici del Belpaese. O ancora, osservando le cose da un altro punto di vista, si potrebbe pensare che la politica possa essere lontana dai temi che toccano realmente la vita delle persone.

Forse il nodo della questione è questo: al cospetto della congiuntura pandemica, possiamo ancora permetterci una narrazione politica da spot pubblicitario o stiamo rischiando la stabilità economica e sociale del Paese? Ne abbiamo parlato con la “nostra” contributor Monica Buonanno, esperta in politiche per il lavoro, membro del Forum Disuguaglianze e Diversità, già Assessore alle politiche sociali e al lavoro presso il Comune di Napoli. E, soprattutto, donna del Sud dalla visione trasversale sui temi a noi più cari.

Dott.ssa Buonanno, nel PNRR quanto spazio è dedicato ai temi più vicini alla vita delle persone come il lavoro, le donne, il welfare?
“Il PNRR porta con sé una speranza, ovvero risorse importanti per l’integrazione di servizi e misure a favore di donne e giovani, con una particolare attenzione al Mezzogiorno. Gli elementi di base sono interessanti, restano da vedere ovviamente l’operatività e la capacità di attuazione. Lo spazio dedicato a giovani, donne, welfare, disagio abitativo, povertà, è uno spazio “diffuso”, ovvero se ne tratta nelle sei Missioni in modo attento ma il rischio che esiti in una semplice narrazione politica è alto. Per un intervento di questo tipo, assolutamente innovativo per il Paese e per di più da realizzare in un momento così faticoso, la ricetta è una: competenze, visione, capacità di individuare indicatori di risultato e di impatto attendibili e certi, monitoraggio costante e tempi rapidissimi di attuazione. È come una spedizione difficile nella foresta equatoriale: la concentrazione deve essere altissima, i pericoli sono ovunque e soprattutto non si vedono ad occhio nudo e c’è bisogno di guide esperte che ci traghettino verso l’uscita”.

Le misure nel PNRR per rimettere al centro il tema dell’occupazione femminile, o per il supporto alle famiglie, sono sufficienti?
“Il piano riporta per l’occupazione delle donne un progetto di sostegno all’imprenditoria femminile e un intervento specifico di definizione di un Sistema nazionale di certificazione della parità di genere. A questi due interventi il Piano dedica rispettivamente 400 milioni e 10 milioni di euro, cifre significative se prese in assoluto e soprattutto se considerate in affiancamento agli incentivi per le assunzioni attraverso misure di decontribuzione per i datori di lavoro, finanziate in legge di bilancio, alla fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno e alla nuova programmazione europea 2021-2027 per le azioni finalizzate alla riduzione del divario di genere. Ci tengo, però, a sottolineare l’importanza delle dimensioni trasversali del PNRR; ciascuna Missione del Piano, infatti, prevede l’attivazione di una spinta all’occupazione femminile: la Missione 1 (Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura e Turismo) attraverso le auspicate riforme nella pubblica amministrazione, storicamente un veicolo decisivo dell’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, che possono potenzialmente svolgere un ruolo centrale e con i nuovi meccanismi di reclutamento e la revisione delle opportunità di carriera verticale e di promozione alle posizioni dirigenziali di alto livello si può contribuire al riequilibrio di genere. La Missione 2 (Rivoluzione verde e Transizione ecologica) ha un ruolo di contrasto alle disuguaglianze di genere soprattutto le misure connesse all’edilizia residenziale pubblica, visto che la carenza abitativa si riflette in modo diverso su uomini e donne in funzione del diverso ruolo familiare e del fatto che la maggior parte delle famiglie monoparentali sono affidate a donne. La Missione 3 (Infrastrutture per una Mobilità sostenibile) prevede misure rilevanti per potenziare la mobilità delle donne, le quali ordinariamente utilizzano più degli uomini i trasporti collettivi. Le donne tendono, inoltre, ad avere delle catene di spostamenti quotidiani più spezzate e complesse degli uomini, il cui tragitto standard è casa-lavoro-casa. La Missione 5 (Inclusione e Coesione) è quella che ci riguarda più da vicino, oltre ad essere la Missione che contempla gli interventi diretti di cui ho detto prima. Ma non solo, considera anche pienamente tutte e tre le dimensioni orizzontali del Piano, ovvero donne, giovani e Sud, rispetto alle quali si attendono ricadute forti sul tasso di occupazione e sulla sua qualità, dagli interventi sulle politiche per il lavoro e la formazione al potenziamento delle infrastrutture sociali e la progressiva attivazione dei servizi a essi connessi, alle misure a sostegno del Mezzogiorno, che rafforzano la dotazione dei servizi essenziali e colmano il divario di connettività e digitalizzazione nelle aree marginali. La Missione 6 (Salute) potrà avere un impatto diretto sulle disuguaglianze di genere derivante dal rafforzamento dei servizi di prossimità e di supporto all’assistenza domiciliare, incoraggiando un aumento dell’occupazione sia nel settore dei servizi di cura, a cui contribuiscono maggiormente le donne, sia più in generale nell’economia riducendo l’onere delle attività di cura fornito in famiglia dalle donne. Quindi, posso dire che è un Piano scritto con le migliori intenzioni per le donne, sia in termini di impatto diretto che indiretto; come sempre, alle buone intenzioni deve seguire, come ho detto in premessa, una capacità di realizzazione che non termina sui tavoli a Roma, ma che deve necessariamente avere una continua capacità di verifica e valutazione attraverso l’analisi territoriale, di risultato e di impatto. E non penso a complicate sovra o sottostrutture impegnate in disordinati incontri a più voci, ma a semplici e preordinati sistemi di monitoraggio ovviamente digitalizzati e a continui confronti diretti con chi rappresenta il territorio, auspicando che non cambi in corso d’opera come purtroppo può accadere quando si tratta di rappresentati politici”.

E quelle per le povertà e l’occupazione?
“Aumento dell’occupazione e contrasto alle povertà sono di fatto due dei driver principali del Piano, ovvero l’intero Piano nasce con una premessa precisa, quella di traghettare il Paese fuori dagli effetti devastanti della pandemia, considerando a titolo esemplificativo che tra il 1999 e il 2019, il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7,9 per cento; nel medesimo periodo in Germania, Francia e Spagna, l’aumento è stato rispettivamente del 30,2, del 32,4 e del 43,6 per cento. Tra il 2005 e il 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà assoluta in Italia è salito dal 3,3 per cento al 7,7 per cento della popolazione – prima di aumentare ulteriormente nel 2020 fino al 9,4 per cento. E chi ne paga di più sono le donne, i giovani e in termini più assoluti chi vive nelle zone più marginali. L’Italia è il Paese in Europa con il più alto numero di Neet, con la disoccupazione femminile a tassi di gran lunga al di sotto della media degli altri Paesi e queste situazioni si aggravano di parecchie cifre nel Mezzogiorno. Il digital divide, il calo della produttività, la poca attenzione all’ambiente, la lentezza della burocrazia, nella giustizia e nelle riforme strutturali, fanno il resto. Il Piano sulla carta destina il 40 per cento circa delle risorse territorializzabili al Mezzogiorno, a favore del riequilibrio territoriale, oltre ad essere fortemente orientato all’inclusione di genere e al sostegno all’istruzione, alla formazione e all’occupazione dei giovani. Si parla di tutte le forme di povertà materiale, educativa, abitativa, energetica, a sostegno dell’idea che è urgente realizzare tutto ciò che è possibile per ridurre le disuguaglianze nel nostro Paese, se non vogliamo essere condannati a un futuro fosco e a un declino irreversibile. Il PNRR riporta nella sezione finale una valutazione quantitativa di impatto (dal 2021 al 2026) sull’occupazione totale, femminile, giovanile e nel Mezzogiorno, che ci fa ben sperare, visto che ad esempio l’occupazione totale ha uno scostamento percentuale rispetto allo scenario di base di 2.5 punti percentuali, l’occupazione femminile di 3.7 punti percentuali mentre quella giovanile vede un aumento di 3.2 punti percentuali. Una maggiore attenzione va destinata agli strumenti di contrasto alla povertà. Lo dico per esperienza, perché è facile cadere nella trappola di incentivi, sussidi, bonus, e via così che non recano alcun beneficio se non assolutamente temporaneo. Il Piano non riporta punti di auspicio per misure per così dire temporanee, anche perché a quelle sono state destinate risorse importanti a partire dal Cura Italia all’ultimo Decreto Sostegni. Utili nel momento dell’emergenza ma secondo me assolutamente controindicati nel momento della ripresa, quando sono necessari interventi di sistema e che guardano allo sviluppo del Paese”.

Secondo lei, in che direzione andrebbe rafforzato il PNRR?
“Al PNRR manca un elemento che mi auguro venga ripreso poi con i provvedimenti di attuazione: lo sguardo verso l’impatto della criminalità nella realizzazione delle grandi opere. L’attenzione deve essere altissima, il PNRR è un’occasione straordinaria e non possiamo assolutamente permetterci di non considerare il grido d’allarme che arriva dalla Relazione semestrale della DIA pubblicata a febbraio scorso. Nella Relazione si evidenzia con chiarezza la capacità delle grandi organizzazioni criminali di sfruttare una situazione imprevedibile come la pandemia da Coronavirus nonostante il lockdown e i suoi riflessi negativi sulle attività criminali tipicamente legate al controllo dei territori, come lo spaccio di droga o l’estorsione. Le mafie hanno cambiato strategia, operando in forma imprenditoriale per entrare sia negli appalti pubblici che nel tessuto economico produttivo rilevando imprese e attività in difficoltà per la crisi. Alcuni gruppi criminali, piuttosto che imporre le estorsioni, preferiscono entrare in società con imprenditori “puliti” che diventano lo specchietto senza macchia dell’attività economica, una non comune capacità dei clan più organizzati attraverso la quale la criminalità potrebbe trarre ulteriore vantaggio grazie alle risorse pubbliche. Questo è l’elemento che mi preoccupa di più, ho come la sensazione che non se ne parli abbastanza e quindi non lo si affronti in modo corretto. Ma questo non vale solo per il PNRR ma per tutte le erogazioni di denaro pubblico”.

Perché, quando si parla di misure legate al welfare (ricordiamo l’annuncio sull’assegno unico familiare), alle povertà (ad esempio, il reddito di cittadinanza) o al lavoro (orientate quasi esclusivamente agli under 35) si tende sempre a ragionare su target e non si guarda ai bisogni nel loro complesso, escludendo parte della popolazione?
“Siamo un Paese dove le disuguaglianze sono tante, nette e in aumento. Non c’è più il tempo, occorre agire velocemente con una strategia di uscita dalla crisi dove lo Stato agisca democraticamente, puntando a lavoro di qualità, ad abitazioni dignitose per tutti, a servizi di prossimità che non lascino soli chi non abita nelle metropoli o non ha competenze e strumenti digitali, al rilancio di un sistema produttivo basato sull’attenzione all’ambiente e all’innovazione, al riequilibrio di genere e territoriale. Auspico una misura universale di welfare, in grado di sostenere temporaneamente chi ne abbia bisogno per cause involontarie (un licenziamento, una malattia improvvisa, ecc.) e di sostenere in modo sistematico chiunque non possa accedere al mercato del lavoro (anziani, disabili, incollocabili, ecc.); auspico un sistema di fiscalità più giusto e più equo insieme ad un’attenzione più alta ai territori, in particolare quei territori lontani dai riflettori, che nascondono invece specificità straordinarie e occasioni di sviluppo. Rivedrei il reddito di cittadinanza: detto che per fortuna che c’è stato in pandemia ed ha funzionato da ammortizzatore reale, dovremmo però eliminare la complessità eccessiva e ripensarne il modello. Nutro speranze nei confronti del Comitato Nazionale istituito dal Ministro Orlando, proprio a supporto della rivisitazione della misura. Il tutto in un’ottica completamente ribaltata del welfare che oggi viene considerata dai più come la cenerentola delle politiche, un costo più che una opportunità. Il welfare al contrario deve essere visto per quel che è, un investimento per tutti, visto che nell’arco della vita a ciascuno capita di essere “target””.

In Europa, l’obiettivo almeno teorico di Ursula von der Leyen è quello di “dare maggiore visibilità e status ai diritti sociali in quanto tali e non come semplici derivati della creazione di ricchezza e crescita economica”. Il ragionamento comporta anche appelli in favore di politiche universali, come il reddito, il salario minimo o le garanzie sociali. In Italia ne avremmo bisogno? E quando saremo pronti per compiere questo passo?
“La crisi pandemica, l’ho detto più volte, con quel che ha prodotto in termini di disagi, sofferenze, distruzione, consolida ancor più l’urgenza di ripensare il welfare. La questione tra le più spinose è la sottovalutazione della dimensione universale del welfare. La finalità principale del welfare è quella di rendere accessibile a tutti, a prescindere dal reddito, dalla posizione sociale, dal dove si vive e si produce, un sistema di condizioni che altrimenti sarebbero godute solo da pochi. La promozione dei diritti, attraverso un welfare universale vero e non selettivo, non è un fasto a cui le precarie condizioni dei conti pubblici ci obbligano a rinunciare, né ogni intervento pubblico in campo sociale sottrae risorse al mercato. La giustizia sociale, la riduzione delle disuguaglianze, l’azione verso l’equità di erogazione dei servizi ai cittadini, devono essere considerato una priorità per tutti, ciascuno per le rispettive competenze. Abbiamo bisogno di una nuova consapevolezza del welfare come bene collettivo e non come sostegno a categorie; non siamo ancora pronti in Italia: forti disparità regionali, progettualità disorganiche, visioni della collettività troppo segmentate, squilibri legati a fisco e previdenza, e non ultimo un sistema clientelare e affaristico, non consentono ancora di vedere la luce. Il PNRR ci può dare una grossa mano, se e solo se si configurano le condizioni di cui ho detto in premessa, competenza, rapidità, visione, organicità di intenti”.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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