Editoriale

Governare non è un’operazione di marketing: non siamo (solo) target

L'esempio di Draghi: ecco perché il Governo non può continuare a targettizzare i cittadini come in un'operazione di marketing

Partiamo da un presupposto: l’essere umano, per poter vivere tranquillamente la sua vita sociale, fin da bambino utilizza categorie, etichette e target per rendere ri-conoscibile il mondo che gli sta attorno. Rispolverando i libri di scuola, questo assunto fu teorizzato da Edward Tolman, primo psicologo cognitivo, nel lontano 1948 sotto il concetto di “mappe cognitive“. Per sintetizzare, grazie ad alcuni esperimenti in laboratorio Tolman teorizzò che quando acquisiamo informazioni rispetto all’ambiente circostante, riusciamo ad innescare degli automatismi di pensiero e di azione che ci consentono, ad esempio, di arrivare dal punto A al punto B indipendentemente dagli ostacoli che troviamo sul percorso.

Qualche anno più tardi, nel 1967, Ulrich Niesser teorizzò i modelli cognitivi, ossia gli input del cervello che, di fronte ad uno stimolo esterno, innescano un output di informazioni e di azioni. Un po’ come trovarsi a rispondere alla più banale delle domande a LEredità: la risposta ci viene in mente in una frazione di secondo, senza doverci pensare più di tanto. Ancora, numerosi studi sociologici sulla Teoria dell’Etichettamento spiegano l’implicazione sociale e culturale delle etichette date alle persone, in particolare per quanto riguarda i crimini, ma questa è un’altra storia ancora.

Senza scomodare ulteriormente i padri della psicologia e della sociologia, basti sapere che tutto questo accade perché siamo delle spugne che osservano il mondo concettualizzando le informazioni, gli usi, i costumi, le interazioni e quant’altro ci occorre per vivere serenamente la nostra vita quotidiana. Lo facciamo per semplificare e adottare dei parametri rispetto a delle situazioni o degli obiettivi.

Il marketing utilizza proprio questo assunto: per vendere un prodotto, suddivide in categorie il pubblico di riferimento (donna/uomo, giovane/anziano, provenienza geografica e così via), semplificando in insiemi quantificabili e “controllabili” il target cui si riferisce la campagna promozionale, pubblicitaria, di comunicazione o social. Si tratta di “schiacciare – i professionisti del settore mi passeranno il termine – tutta una serie di informazioni relative alle persone per renderle più facilmente identificabili e orientabili rispetto allo scopo prefissato.

Nei giorni scorsi è montata la polemica (sacrosanta) contro un’affermazione di Draghi circa le vaccinazioni fatte agli psicologici (target: personale sanitario) under 35 (target: giovani). Secondo il Presidente del Consiglio, questi vaccini non andavano inoculati a loro per favorire il compimento della campagna vaccinale agli over 70 (target: anziani). Tralasciamo per un momento la schizofrenia da parte dello Stato che prima dispone e poi si lamenta (ndr, gli psicologi di qualsiasi età sono stati vaccinati dallo Stato, mica da Maga Magò): non si parla di risolvere il problema a monte, cioè la lentezza della campagna vaccinale e il numero esiguo di vaccini rapportato alla popolazione, ma di scatenare una “guerra di categorie” su chi ha più diritto ad essere vaccinato. Spoiler alert: tutti, nessuno escluso.

E allora trascorriamo giornate a discutere, per restare in tema vaccini, se ne ha priorità il medico giovane o l’anziano a casa, il professore ultra sessantenne o il lavoratore quarantenne che tutti i giorni prende i mezzi pubblici per andare in ufficio. Così, però, non si può andare più avanti.

L’idea del target non vede le persone e le loro specificità, né i bisogni nel loro complesso. E quando la politica diventa qualcosa di troppo simile ad un’operazione di marketing, sia nella comunicazione che nelle azioni, vuol dire che si sta bypassando un presupposto fondamentale: mettere le persone al centro delle politiche e delle azioni. I mesi della pandemia hanno reso evidente proprio questo: non c’è l’attivazione di politiche che siano trasversali e che guardino ai bisogni delle persone, ma una costante categorizzazione di target cui poter rivolgere azioni e relativi piani di comunicazione, a partire dai codici ATECO inclusi ed esclusi dai vari decreti.

Se volgiamo lo sguardo al mondo del lavoro, invece, il quadro diventa ancora più disperato. Sei una donna? Incentiviamo la tua assunzione con sgravi fiscali (però fino a seimila euro) invece di potenziare il sistema di welfare per consentire al nucleo familiare di gestire casa, famiglia, figli e lavoro. Sei un disoccupato? Prendi il reddito di cittadinanza, ma non lamentarti se la gente se la prende con te perché vieni pagato per stare a casa. Poi quando finisce il Reddito, non sappiamo ancora cosa farne di te. Sei giovane, ma fino a quando? Perché dopo i 30-35 anni finiscono i bonus e le misure, quindi devi accettare con serenità di essere condannato alla precarietà. Poi ci lamentiamo della fuga dei cervelli.

Tutto questo nell’azione politica non può funzionare. Se non ci si inizia a chiedere perché le donne lavorano di meno degli uomini, perché non ci sono politiche adeguate per contrastare la disoccupazione, perché non si interviene con serietà sulla dispersione scolastica e sulla formazione, oppure sull’inserimento nel mercato del lavoro di persone ormai vicine agli “anta“, questo Paese non riuscirà ad uscire dalla crisi ideologica e politica in cui è finito.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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