Editoriale

Giustizia sociale, il senso perduto della pandemia

La giustizia sociale dovrebbe essere al centro del dibattito per la ripresa dallo shock pandemico per riscrivere la storia moderna dalla parte giusta

Il nostro è un continuo quotidiano aspirare a tornare “come prima”. 
Ho un pensiero divergente su questo: “prima”, lo ricordiamo bene, potevamo uscire, andare al ristorante e in vacanza, portare i bambini a scuola, fare shopping; “prima”, però, era anche lavoro sottopagato e non contrattualizzato, tirocini mascherati, povertà economica, abitativa, educativa, disparità di accesso ai servizi. Tra il “prima” di chi poteva fare shopping o andare in vacanza e il “prima” di chi lavorava a nero e non poteva far continuare gli studi ai figli, c’è di mezzo una pandemia che ha evidenziato le disuguaglianze in tutta la loro aberrante enormità.

A un anno dall’inizio della pandemia, la morte è diventata quotidianità e questo elemento atterrisce, perché significa che siamo in grado di abituarci a tutto e pensiamo che “tornare come prima” sia il meglio a cui aspirare.
Non si può pensare che quel “prima” sia il meglio auspicabile e pretendo che tutti, a iniziare da me, concorrano a quel “dopo” migliore, utilizzando fondi e risorse, competenze e idee, capacità politiche, amministrative e di gestione.

Rimettere, ora e non domani, al centro di ogni dibattito la questione delle disuguaglianze significa costruire un sistema che non spalanca la porta al populismo, buono per ogni stagione politica.  Significa che – se ci prepariamo e agiamo bene, con i fondi del Recovery, con la programmazione europea 21/27, con buone programmazioni regionali e con una visione complessiva orientata ai diritti – può entrare nella nostra quotidianità il senso della giustizia sociale. 

Ripartire dalle vertenze

Pensare a soluzioni per le vertenze industriali, come Whirlpool Napoli, è possibile: basta pensare a cosa accadrebbe se mai dovesse davvero chiudere la fabbrica di via Argine. Centinaia di donne e uomini che combattono con orgoglio e dignità lasciati nel deserto di quella che ancora oggi si chiama la zona industriale di Napoli ed evoca epoche ben diverse da quella di oggi. “Ere operaie” le possiamo definire e, con un senso di stanchezza intellettuale, assisteremmo all’apertura dell’ennesimo discount lì dove era fiorente un piccolo ma dignitosissimo distretto industriale cittadino, per lo più a vocazione manifatturiera. 

Se Whirlpool vuole andare via da Napoli, iniziamo a farci dire il perché, visto che ancora non è ben chiaro. Così come è possibile riallineare il potere del lavoro attraverso nuove forme di partecipazione dei lavoratori al governo d’impresa, ben conosciute in diversi Paesi europei come la Germania, e che in Italia stentano ad essere messe in pratica. 
E non lasciamo intentato lo sforzo di chi sta provando ad allineare la gig economy, migliaia e migliaia di ciclo-fattorini, nuova figura che Chaplin, se fosse ancora vivo, sicuramente utilizzerebbe per il remake di “Tempi Moderni”.

La necessità della giustizia sociale

Ristabilire un senso di giustizia sociale, sebbene sia un percorso lungo e complesso, porta con sé elementi di giustizia ambientale e di responsabilità collettiva, necessari elementi per un progresso equo e sostenibile. Portare elementi di rinnovamento nella direzione della giustizia sociale in tutti i contesti esprime un nuovo modo di vedere il “dopo”, indica la volontà comune di cambiare per davvero, iniziando dalle cause e non dagli effetti di un fenomeno. 

Rivedere il Reddito di Cittadinanza, ad esempio, così come il Governo sta provando a fare anche con il supporto di un Comitato di esperti, può essere visto come un segnale di rinnovamento e di giustizia sociale, purché se ne rivedano gli elementi salienti e si abbia il coraggio di assistere chi ha bisogno con una misura universale e proporre un piano per il lavoro distinto dalle misure di assistenza. 

I numeri parlano chiaro e ci dicono molto: oggi l’Inps ha pubblicato i dati sul reddito di cittadinanza. Ben il 20% dei nuclei richiedenti (213.355) è residente nella sola Regione Campania (e di questi il 63% nell’area metropolitana di Napoli). La Campania è seguita dalla Sicilia (189.897), dalla Puglia (87.745) e dal Lazio (86.251). In queste quattro regioni risiede il 62,4% dei nuclei beneficiari.

Basta questo per ripensare alla questione meridionale nei suoi termini più ampi, dal lavoro ai servizi essenziali, dall’accesso alla formazione, alla questione di genere e alla qualità della vita.

Monica Buonanno


Oggi siamo a un bivio, o decidiamo di prostrarci al “prima” oppure pensiamo al “dopo” facendoci indicare la strada dalla Storia. Una Storia recentissima, di morte e ingiustizie, povertà, disoccupazione, saracinesche abbassate, infanzia negata. Gli strumenti ci sono, è sufficiente utilizzarli pensando a quanto ingiusto sia stato il passato e a quanto sia doloroso ascoltare il silenzio delle fabbriche chiuse.

Monica Buonanno

Esperta di politiche attive del lavoro, dipendente di Anpal Servizi, Partner di Progetto del Forum Disuguaglianze e Diversità, già Assessore alle Politiche Sociali e al Lavoro del Comune di Napoli. In un mondo dove le disuguaglianze sono sempre più nette, trova inadeguata una politica che segmenti servizi e misure contro le povertà. Propone un modello di integrazione tra lavoro, welfare e sviluppo territoriale.

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