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Calcolo della coppia nelle trasmissioni meccaniche: formule e esempi pratici

Due motori riportano la stessa potenza sulla targa, eppure uno trascina un carico che l’altro fatica a smuovere. La spiegazione ha un nome: coppia. È lei a dire quanta forza di rotazione arriva davvero all’albero, e nel dimensionare una trasmissione pesa più del numero di kilowatt dichiarato. Le formule per calcolarla sono poche e collaudate: un esempio numerico mostra come si usano davvero.

Coppia nelle trasmissioni meccaniche: definizione e perché conta nel dimensionamento

La coppia è la forza che fa girare un albero attorno al suo asse. Dipende da due fattori, la forza applicata e la lunghezza del braccio su cui agisce, legati dalla formula T = F × r. Lo si capisce bene con una chiave inglese: più è lunga, meno forza serve per allentare un bullone. Una forza di 100 newton su un braccio di 0,2 metri dà 20 N·m. E si arriva agli stessi 20 N·m in due modi: con poca forza su un braccio lungo, o con tanta forza su un braccio corto.

Due motori da 5 kW si comportano in modo opposto secondo il regime a cui girano: quello lento consegna una coppia generosa, quello veloce una coppia ridotta. Il carico da movimentare pretende un valore ben preciso di N·m, e la sola potenza lascia in sospeso la questione dei giri necessari per raggiungerlo. Il dimensionamento non può quindi fermarsi alla potenza: occorre conoscere la coppia richiesta al regime di lavoro e le condizioni nelle quali la trasmissione dovrà sostenerla.

Le formule di base per il calcolo della coppia trasmessa

Potenza, coppia e velocità di rotazione sono legate da una sola relazione: P = T × ω, con la potenza in watt, la coppia in N·m e la velocità angolare in radianti al secondo. Conoscendone due ricaviamo la terza.

I giri arrivano in rotazioni al minuto, e per comodità esiste una versione più maneggevole della formula: T = 9550 × P / n, dove la potenza va in kilowatt, i giri in rotazioni al minuto e la coppia esce in N·m. La costante 9550 racchiude il passaggio tra le unità di misura. Un motore da 4 kW a 1450 giri, per dire, sviluppa circa 26,3 N·m all’albero.

Il risultato, però, indica la coppia da trasmettere, e non svela quale dentatura e quale materiale la reggano giorno dopo giorno. La teoria diventa scelta pratica proprio in questo passaggio, quando servono ingranaggi dimensionati sulla coppia da trasmettere, con la geometria del dente e il materiale calibrati sul valore effettivo di lavoro. La rosa dei materiali segue l’impiego: acciaio, ghisa, acciaio inox contro la corrosione, bronzo, alluminio, nylon. La tempra superficiale e la cementazione possono aumentare la durezza del fianco e la resistenza all’usura e alla fatica da contatto. Il loro effetto sulla coppia ammissibile deve comunque essere verificato nel calcolo, insieme alla resistenza a flessione del dente.

Esempio pratico: dimensionare la coppia di un riduttore semplice

Usiamo un esempio: un motore da 3 kW che gira a 1400 giri al minuto, accoppiato a un riduttore con rapporto 1:5, per trovare la coppia in uscita.

All’ingresso il conto è diretto: T = 9550 × 3 / 1400 restituisce circa 20,5 N·m sull’albero motore. Il riduttore 1:5 taglia la velocità di cinque volte, e i giri in uscita calano a 280 al minuto. La coppia percorre la strada inversa e cresce nella stessa proporzione con cui la velocità scende, fino a circa 102,5 N·m in teoria, il quintuplo del valore d’ingresso.

Questo numero va corretto. Una parte della potenza si perde in attrito, quindi bisogna tenere conto del rendimento. Assumendo per questo esempio un rendimento complessivo di 0,95, la coppia disponibile in uscita risulta pari a circa 97,2 N·m. L’ingranaggio in uscita si dimensiona su questo valore, non su quello teorico, e si aggiunge un margine per i picchi. Con un altro motore, un altro rapporto o un altro rendimento i numeri cambiano, ma il procedimento è sempre lo stesso.

Errori comuni nel calcolo della coppia e le loro conseguenze

Primo errore da non fare: confondere la coppia nominale con quella di spunto. La nominale riguarda il funzionamento a regime; quella di spunto è disponibile all’avviamento e non coincide automaticamente con la nominale. Il suo valore dipende dal motore e dal sistema di avviamento e deve essere sufficiente a vincere la coppia resistente e ad accelerare le masse in movimento.

Il secondo errore? Trascurare il rendimento della trasmissione, in quanto una parte della potenza viene dissipata per effetto degli attriti negli ingranaggi, nelle tenute e nei cuscinetti. Se queste perdite non vengono considerate, il calcolo restituisce una coppia disponibile superiore a quella effettiva.

In ultimo, non trascuriamo mai i picchi di carico, perché le conseguenze si sdoppiano in due esiti opposti. Se il margine calcolato è troppo largo aumenta le dimensioni e il prezzo, con ingranaggi più grandi del necessario. Un margine risicato porta alla rottura precoce, con il dente che si scheggia o si spezza sotto una sollecitazione che il calcolo aveva sottostimato.

Dalla teoria alla scelta del componente: cosa cambia nella pratica industriale

Il calcolo dà un numero, ma la scelta dell’ingranaggio dipende anche da altro. Un buon dimensionamento riduce gli errori e fissa la coppia da tenere come riferimento, poi però dobbiamo trovare un buon compromesso tra la coppia da reggere, lo spazio nella macchina e il costo.

Un ingranaggio in acciaio cementato sopporta coppie alte e occupa poco posto, però costa di più. Uno in ghisa costa meno e assorbe le vibrazioni, ma a parità di coppia diventa più grande.

E la forma del dente? Quelli dritti sono semplici ed economici, quelli elicoidali girano più silenziosi e reggono più coppia, ma spingono di lato ed è quindi necessario adottare dei cuscinetti adatti a quella spinta. Non ci rimane, quindi, che decidere in base al numero del calcolo e ai limiti della macchina reale.

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