Interviste

L’apprendimento è responsabilità condivisa: “Accompagnare il bambino significa offrirgli il mondo, non i nostri strumenti”

"Ogni bambino porta il proprio pezzo di puzzle: non esiste un ordine imposto, perché il senso emergerà quando l’intero murales del sapere li avrà accolti. Bisogna dare gli strumenti ai bambini per sviluppare ogni tipologia di intelligenza, giorno dopo giorno”.

In un contesto educativo che troppo spesso privilegia programmi, risultati e standardizzazione, c’è chi sceglie di ripartire dall’esperienza. Dal fare. Dalla fiducia. Un approccio che rimette il bambino al centro non come destinatario passivo di contenuti, ma come protagonista attivo del proprio percorso di crescita.

Accompagnare, in questa visione, significa creare le condizioni perché ogni alunno possa sperimentare, sbagliare, osservare, rielaborare. Anche attraverso strumenti di uso quotidiano che, inseriti in un contesto educativo consapevole, diventano occasioni di apprendimento autentico. L’errore non è più un limite da evitare, ma una tappa necessaria del processo. La cooperazione si alterna all’autonomia, in un equilibrio dinamico che valorizza le differenze individuali.

Ne parliamo in questa intervista alla dott.ssa Nunzia Basile, educatrice in didattica esperienziale presso la scuola internazionale De Santis (Pozzuoli, NA), approfondendo un modello pedagogico che punta sull’ascolto, sulla partecipazione e sulla responsabilità condivisa nel percorso formativo.

Come vive un bambino l’esperienza scolastica quando viene coinvolto in prima persona?
“Credo che ogni bambino abbia dentro di sé un universo di possibilità – cento, mille, centomila se lo si lascia libero di esplorarle. Spesso, però, il mondo adulto taglia queste possibilità per paura dell’errore, per la fretta di voler “fare bene” senza prima capire davvero. Quando mi trovo in aula, cerco di lasciare da parte le nostre categorie e accogliere il bambino così com’è: persona viva, curiosa, desiderosa di capire e sperimentare. Ed è lì che accade la magia: l’attenzione cresce, l’entusiasmo esplode, e ciò che era semplice curiosità diventa apprendimento vero. È un approccio che sperimentiamo da ventitré anni e porta risultati sempre positivi”.

In che modo il bambino entra davvero nel processo di crescita? Attraverso che strumenti?
“La vera crescita non avviene guardando dall’esterno: avviene facendo. Quando offriamo strumenti di uso quotidiano – una tavola per mescolare colori, una macchina fotografica da esplorare, una ricetta da provare, un attrezzo da utilizzare – il bambino non si limita a ricevere informazioni, ma diventa artefice della propria esperienza, in modo diretto.

Qui si evidenzia l’importanza di dare fiducia, di coinvolgere il bambino nel processo educativo in modo attivo: rivestito di importanza, il bambino si concentrerà e dedicherà la massima attenzione a quel compito. Ma non è il coltello o il fiammifero o la macchina da cucire di per sé ad educare: è ciò che il bambino fa con quello strumento, come lo usa per porre domande, creare connessioni, superare difficoltà. L’adulto non è un dispensatore di risposte, ma un facilitatore che crea occasioni per agire, sperimentare, riflettere”.

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E cosa succede quando l’errore diventa parte del percorso?
“Succede una cosa bellissima: l’errore smette di essere qualcosa da temere e diventa il segno tangibile di un tentativo di apprendere. Quando un bambino fallisce, corregge, riprova e comprende, costruisce dentro di sé un senso di competenza e fiducia. Non bisogna richiamarlo, punirlo o farlo andare in frustrazione ma porlo in uno stato di coscienza in cui l’attenzione non è costretta ma attratta, un po’ come una musica che si riconosce e si ama perché nasce da dentro, non dall’esterno. E quando questo accade, il bambino torna spontaneamente su quell’esperienza, ne richiama i passaggi, ne conserva la memoria perché è sua, e non imposta dall’adulto. Stai creando così la vera libertà”.

Come cambia la dinamica tra cooperazione e individualità?
“All’inizio il gruppo esplora insieme: si ascoltano, si osservano, si influenzano a vicenda. In questo stadio cooperativo, ogni piccolo partecipante attinge dall’altro e con l’altro. Poi, mano a mano, la persona si appropria di ciò che ha vissuto e lo rielabora secondo i propri tempi, i propri ritmi, la propria sensibilità. Il bello è che queste due dimensioni – individuale e collettiva – non si escludono.

Si intrecciano continuamente, creando un tessuto di relazioni, idee, conquiste. Ogni bambino porta il proprio pezzo di puzzle: non esiste un ordine imposto, perché il senso emergerà quando l’intero murales del sapere li avrà accolti. Bisogna dare gli strumenti ai bambini per sviluppare ogni tipologia di intelligenza, giorno dopo giorno”.

Perché, secondo te, è così importante accompagnare e non dirigere?
“Perché accompagnare significa fidarsi dell’altro, riconoscere che il bambino non è un serbatoio da riempire ma una mente in movimento, in crescita, in dialogo col mondo. Gli strumenti quotidiani, che possono andare dal cucchiaio alla videocamera, dal quaderno agli scacchi ma anche attrezzi ritenuti “pericolosi” come seghetti, fiammiferi, una levigatrice o un cacciavite, diventano porte verso mondi di significato quando il bambino li usa per esplorare se stesso e gli altri. L’ho visto con i miei occhi, in tutti questi anni, non bisogna avere paura e non bisogna darsi limiti negli strumenti che le scuole possono mettere a disposizione dei bambini: loro in quel momento si concentrano, cancellano il caos attorno a sé e sono focalizzati nel portare a termine il compito assegnato.

L’incoraggiamento nasce proprio dalla spinta a fare di più, dal maggiore “rischio” che assume l’adulto: alla fine responsabilizza il bambino e lo fa sentire più importante. Quindi vorrei dire alle insegnanti provate, rischiate: i bambini hanno un potenziale infinito, e io mi sento onorata di poter riconoscere e accompagnare ogni possibilità che si manifesta davanti a me. In fondo, ogni bambino diventa la mia università, e ogni esperienza con loro è una lezione che rinnova il mio modo di essere adulto ed educatore”.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. È l'anima e la coordinatrice di F-Mag.

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