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“L’innovazione a scuola? È data dall’ascolto dei bambini”

"La bravura dell’insegnante sta nel saper leggere i bambini, perché il bambino spesso non è parole ma mimica, gesti, sguardi. Il mondo dell’infanzia è importantissimo e non si può schiacciare dietro uno schermo”

Il rientro in classe com’è andato quest’anno per bambini e genitori, dopo la terribile congiuntura pandemica? Dopo aver approfondito com’è stato conciliare per le madri lavoratrici smartworking e dad, abbiamo voluto indagare a fondo sul ritorno in aula dei bambini, soprattutto quelli più piccoli del nido, della primavera, infanzia e primaria. E ne abbiamo parlato con Nunzia Basile, coordinatrice scolastica dell’Istituto Paritario Bilingue “De Santis” di Pozzuoli (Na).

Il ritorno dei bambini a scuola dopo l’anno di pandemia: come è stato il rientro in aula?

“Credimi, questo settembre ha segnato l’anno più bello della mia carriera: ritornare dopo la pandemia è stato bellissimo, ed è stato anche molto facile per i bambini che avevano sete di stare con l’altro. Mi piace definirmi come “osservatrice scolastica” e posso tranquillamente affermare che, dopo quest’anno chiusi in casa, sia i bambini che i genitori erano prontissimi ad accedere alla scuola e questo è importante, perché sono stati più preparati – sia genitori che bambini – alla voglia di andare a scuola. Questo ovviamente ha facilitato l’accesso sia al nido e che alla scuola dell’infanzia e la primaria. L’importante è utilizzare sempre e comunque gli strumenti educativi adatti alla loro età”

Ma è cambiato qualcosa nell’approccio alla scuola dopo la dad?

“La dad per la scuola dell’infanzia in effetti si traduce in un rito per non spezzare le abitudini: un saluto, una scheda didattica, fare conversazione, renderli partecipi con la proposta di imparare una canzone insieme. Ma non si può definire scuola, perché manca il contatto umano, l’interazione personale. Certo, adesso è sicuramente strano per loro vedere la maestra con la mascherina; non potersi abbracciare, dare un bacio… siamo sempre lì pronte con il disinfettante. Oppure c’è maggiore attenzione affinché non si scambino le merendine…  Non erano questi gli “strumenti” utilizzati prima della pandemia, era normale un’accoglienza anche fisica, come tenersi per mano e fare un girotondo, per far sentire ai bambini meno il distacco con la famiglia e farli sentire come a casa. L’aspetto più bello e importante della scuola italiana è proprio l’affettività delle insegnanti”

In che senso?

“Ad esempio, noi abbiamo molte famiglie straniere che spesso restano sbalordite dal calore, dalla vicinanza anche fisica che si crea con i bambini. Negli altri Paesi ci sono più restrizioni oppure c’è più distacco fra alunno e insegnante, non c’è il contatto umano. Certo, la pandemia ha cambiato un po’ le cose, adesso ad esempio non ci si abbraccia più. Però portiamo avanti tantissime attività laboratoriali sulle emozioni, perché i bambini avevano bisogno di tirare fuori le loro angosce, le loro paure, i pensieri sia positivi che negativi relativi a questo mondo che sta cambiando, che utilizza anche strumenti diversi come la didattica a distanza e il digitale”

L’approccio con la didattica a distanza e il digitale per bambini così piccoli (ndr, nido, asilo e prime classi infanzia) come è stato?

“Il digitale è un processo troppo complesso per un bambino così piccolo, che ha bisogno di vedere la maestra, di giocare con i compagni, di tenerli vicini. Noi per quanto possibile evitiamo gli strumenti digitali come tablet o schermi, sono bombardati a 360° dal materiale multimediale. Utilizziamo certo la LIM o il computer per le canzoni in lingua inglese, ma puntiamo ad altro. La bravura dell’insegnante sta nel saper leggere i bambini, perché il bambino spesso non è parole ma mimica, gesti, sguardi. Il mondo dell’infanzia è importantissimo e non si può schiacciare dietro uno schermo”

Cioè?

“La scuola deve puntare al futuro, tenendo però un piede nella tradizione. Non si può fare un salto completo nel digitale, perché il bambino perde le emozioni, non riesce ad afferrare tutti i processi che si vivono nel mondo online e spostarli all’offline. Faccio un esempio: quando si tratta come argomento l’integrazione culturale, non può bastare un video o una canzone o una poesia; i bambini vanno resi protagonisti di una storia o di un racconto che li prenda, che li emozioni… il digitale non sempre riesce a trasformare in attive le emozioni e i gesti, spesso sono spettatori passivi. E la differenza sta nella capacità degli adulti di approcciarsi a loro ed essere attenti ad utilizzare le giuste parole, perché i bambini non notano la differenza di etnia, ad esempio, siamo noi a fargliela notare”

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Il giardino della scuola De Santis

Scuola e famiglia, un binomio che a volte può essere complicato. Come si conciliano?

“Scuola e famiglia devono camminare di pari passo, senza darsi le colpe, ma cercando di incrociarsi ed intrecciarsi nella crescita dei bambini, confrontarsi, parlare. Ognuno ha un ruolo nella crescita dei più piccoli e bisogna darsi una mano, senza addossarsi colpe reciproche. Spesso siamo tutti un po’ superficiali, ma dipende dal fatto che adesso da genitori non abbiamo più il tempo che avevano i nostri genitori, perché ci dividiamo fra famiglia, casa e lavoro. Senza il tempo necessario alcune cose possono sfuggire, ma scuola e famiglia non possono viaggiare su due binari diversi, devono sempre incontrarsi pur nella differenza dei ruoli, in un patto educativo fra scuola e famiglia. Se ad esempio il bambino è abituato ad utilizzare le posate quando è a scuola, mentre a casa no (o viceversa) andrà in confusione. Se, invece, scuola e famiglia riescono ad andare d’accordo incidono positivamente sullo sviluppo del bambino, ad esempio nella condivisione delle regole – poche e positive, come per esempio l’utilizzo delle posate – e questo rafforza la crescita del bambino”

Sono cambiati i bambini dopo la pandemia?

“No, un vero e proprio cambiamento non c’è stato, perché il bambino sa adattarsi alle situazioni. Certo, c’è maggiore attenzione all’igiene, alle mascherine, e proviamo a far sembrare tutto più leggero con una canzone che insegna loro a lavarsi le mani oppure a non raccogliere le cose da terra. Quello però che ho notato dei bambini delle ultime classi inserite è il ritardo nell’acquisire l’abilità del linguaggio: con il Covid i bambini sono stati più tempo a casa ma ho notato che, spesso, parlano sempre più tardi, ma perché come dicevo prima c’è meno tempo per dialogare. Una madre che lavora da casa oppure quando torna a casa spesso è stanca per il lavoro, o ancora deve dedicarsi alle faccende domestiche e non sempre può stare tutto il tempo che vorrebbe con il bambino. E strumenti come il tablet o il cellulare non aiutano, perché tolgono il tempo all’interazione umana, i bambini sono meno stimolati, con informazioni che arrivano a rilento, quindi, spesso imparano più tardi”

La tecnologia, allora, non aiuta lo sviluppo del bambino?

“Non sempre. Bombardare il bambino con apparecchi multimediali, per intrattenerlo, non sempre è produttivo se è tempo che si toglie ad altre attività, anche manuali, come impastare il pane, riordinare, giocare insieme ad un genitore. Durante la pandemia, stare chiusi in casa 24 ore su 24 ha fatto sì che l’aspetto digitale diventasse parte integrante del tempo trascorso in casa anche per quelle famiglie che magari volevano tenerlo lontano, ma perché è normale che ad un certo punto si siano trovati modi alternativi di trascorrere il tempo. Tablet o cellulari, però, non dovrebbero mai essere gli unici mondi a disposizione dei bambini. Certo, la tecnologia ci ha aiutato, per non perdere del tutto il contatto o la vicinanza con i bambini, ma non può mai essere sostitutiva della presenza umana che permette di esprimere emozioni e impressioni in modo diverso. Un’interazione interamente basata sulla tecnologia però penalizza proprio questo”

Apprendimento e bambini. Cosa si potrebbe fare di più?

“Immaginare dei programmi personalizzati per ogni bambino. Non tutti imparano allo stesso modo e negli stessi tempi, alcuni sono portati per delle cose mentre altri per altre. La scuola è diventata ormai quasi come un’azienda, ma che lavora su un materiale preziosissimo: i ragazzi. La scuola li deve ascoltare, insegnare loro tutte le discipline, ma al tempo stesso dare loro la possibilità di sviluppare capacità e affinità, far venire fuori le personalità. E questo spesso non accade, anche perché gli studenti sono tanti: l’ideale sarebbe lavorare con piccoli gruppi, utilizzando l’atelier, dove il bambino o il ragazzo che viene accolto inizia la giornata con quello che è più stimolante per lui”

Quindi la scuola andrebbe riformata?

“La scuola italiana messa su carta è bellissima: le sue riforme, la sua storia, Montessori, Don Milani, i modelli educativi, l’accoglienza, non tralascia nulla. La scuola italiana è valida, ha tantissimi professionisti. Però tutto questo non sempre si traduce nella realtà: ci sono strumenti antichi in scuole moderne, strutture che non permettono l’agibilità, laboratori non utilizzabili… Se invece la scuola riesce ad attrarre i ragazzi in quello che è loro più affine o che sanno fare meglio, creerebbe percorsi di crescita non solo personale e culturale ma anche professionale. Questo sicuramente contrasterebbe l’abbandono scolastico e la dispersione, perché il ragazzo si sentirebbe valorizzato in quello che è realmente, non un numero su un registro. Non si possono seguire solo i programmi e pensare al traguardo da raggiungere. Ci sono bambini e ragazzi che si accontentano della spiegazione, altri che cercano ulteriori stimoli: la vera riforma è una scuola che ascolta e che si rende capace di adattarsi ai ragazzi, con percorsi strutturati per le loro esigenze. I bambini non possono essere omologati, occorre stimolare la loro creatività”.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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