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In Italia il lavoro uccide: due persone ogni giorno muoiono lavorando

Le storie come quella di Luana spingono l’informazione, i partiti, i sindacati, le persone a guardare in quei luoghi, nelle fabbriche, nei cantieri, nei luoghi del lavoro, in quelle realtà dimenticate che l’automazione e le intelligenze artificiali avrebbero dovuto soppiantare. Ma l’attenzione dura poco, lo spazio del pianto collettivo, il tempo per consentire al popolo di digerire anche questa tragedia.

Il lavoro in Italia uccide e lo fa nel silenzio e nell’indifferenza di un Paese distratto. I dati pubblicati dall’Inail, l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, nella sua Relazione annuale sono quelli di un bollettino di guerra. 

Ogni giorno due persone muoiono lavorando

Le denunce di infortunio con esito mortale raccolte dall’Inail nel 2021, sono state 1.361, quasi 4 ogni giorno, meno dei 1.684 incidenti mortali denunciati nell’anno precedente. Dunque si potrebbe pensare che un decremento del 19,2% di incedenti mortali possa rappresentare un trend positivo ma, in realtà, l’Inail sottolinea che «la contrazione è legata interamente ai decessi causati dal contagio da Covid-19, passati dai circa 600 del 2020 ai circa 200 del 2021. I casi mortali “tradizionali” – sottolinea l’Istituto – sono aumentati di quasi il 10%». Le morti accertate “sul lavoro” dall’Inail sono 685, due al giorno, mentre sono ancora in fase di istruttoria 57 casi. 

Numeri che, se depurati dal fattore Covid-19, disegnano un quadro tragico per il mondo del lavoro del nostro Paese. 

I dati nel dettaglio

I dati ci dicono che in Italia si continua a morire di lavoro e sono in aumento sia le morti avvenute sul posto di occupazione, che rappresentano l’81,5% dei casi totali, sia quelle che l’Inail definisce «in itinere», che avvengono nel tragitto da o verso la sede di occupazione dei lavoratori e che sono il 18,5%. 

Dei 685 morti sul lavoro registrati dall’Inail nel 2021, 616 sono uomini (89,9%) e 69 donne (10,1%), un gap di genere dovuto soprattutto al fatto che i settori maggiormente a rischio, come quello dell’edilizia e delle costruzioni in generale (175 denunce di incidenti mortale nel solo 2021) e quello dei trasporti (150 denunce), sono settori a netta prevalenza di occupati maschi. 

I controlli

Nel 2021, nella sua attività ispettiva, l’Inail ha comunicato di aver «controllato 9.944 aziende e di queste il 92,51% sono risultate irregolari». Una percentuale che mostra come la sicurezza sul lavoro sia in Italia ancora un miraggio in molte realtà produttive del Paese e che spesso le morti potrebbero essere evitate se fossero rispettate le misure e i protocolli di sicurezza. 

Grazie alle ispezioni sono stati regolarizzati 104.869, con una crescita del 152,84% rispetto al 2020, di cui 102.052 irregolari e 2.817 in nero. Su questo dato hanno pesato in maniera sostanziale le indagini ispettive in diverse società di food delivery che hanno messo a nudo come questo settore sia stato negli anni passati uno dei meno limpidi. La cifra totale dell’evasione accertata sulle retribuzioni imponibili è di circa 5 miliardi di euro. 

Il caso mediatico di Luana D’Orazio

Eppure in Italia questi numeri, che hanno la dimensione di una guerra, non fanno breccia nel dibattito pubblico. Una distrazione, quella degli italiani, che viene squarciata solo da quei casi che, per dinamica e per immagine, riescono ad adattarsi ai nuovi canoni del consumo della comunicazione.

Nel maggio del 2021, ad esempio, una ragazza di 22 anni, Luana D’Orazio, morì schiacciata dal macchinario tessile al quale lavorava in una fabbrica di Prato. Luana era giovane, aveva una bambina, era una bella ragazza che sognava di fare cinema. Le sue foto hanno riempito i giornali e i social e la sua storia di caduta sul lavoro ha risvegliato partiti e sindacati. Nelle settimane che seguirono quella tragedia il velo di indifferenza, che da decenni copre questa realtà, era stato, se non squarciato, almeno sollevato, e gli italiani, spiando sotto quella patina, erano diventati tutti esperti di lavoro e sicurezza, proprio come in ogni emergenza dal Covid alla guerra in Ucraina.

Poi però, come ogni fenomeno mediato dei nostri giorni, anche la storia di Luana D’Orazio è finita nel dimenticatoio, coperta da post sull’estate, sul Covid, sulle mascherine, sulla guerra… Mentre l’Italia dimenticava con naturalezza la tragedia della mamma 22enne, altri lavoratori e altre lavoratrici morivano lavorando. Più di due Luana ogni giorno perdevano i loro sogni, il loro futuro, la loro vita sul posto di lavoro e lo facevano senza destare scandalo, senza diventare una foto da pubblicare sui social, senza avere lo spazio e l’attenzione che meriterebbe chi cade in una guerra che si combatte senza trincee ma che lascia sul campo morti e feriti ai quali non spetta memoria.

I numeri che l’Inail pubblica ogni anno sui morti di lavoro fanno paura, spaventano perché illuminano il lato oscuro della nostra modernità mostrando quei luoghi che, nel mondo delle piattaforme digitali, della liquidità e della immaterialità dell’economia tra Nft e cryptovalute, pensavamo scomparsi. Le storie come quella di Luana spingono l’informazione, i partiti, i sindacati, le persone a guardare in quei luoghi, nelle fabbriche, nei cantieri, nei luoghi del lavoro, in quelle realtà dimenticate che l’automazione e le intelligenze artificiali avrebbero dovuto soppiantare. Ma l’attenzione dura poco, lo spazio del pianto collettivo, il tempo per consentire al popolo di digerire anche questa tragedia. Manca la riflessione, l’azione concreta per risolvere il problema, per assicurare a chi lavora sicurezza e dignità. 

Nei numeri dell’Inail c’è tutta l’arretratezza di una modernità che, nonostante tutte le innovazioni, non è riuscita ancora a risolvere la contrapposizione tra salute e lavoro. 

Claudio Mazzone

Nato a Napoli nel 1984. Giornalista pubblicista dal 2019. Per vivere racconta storie, in tutti i modi e in tutte le forme. Preferisce quelle dimenticate, quelle abbandonate, ma soprattutto quelle non raccontate. Ha una laurea in Scienze Politiche, una serie di master, e anni di esperienza nel mondo della comunicazione politica.

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