Editoriale

Chief Happiness Officer (CHO): chi è e perchè non dovrebbe mancare nelle aziende italiane

Si può sintetizzare come "manager della felicità", ma è una definizione riduttiva. Ecco perché al giorno d'oggi la figura del CHO non è più un lusso dell'extra welfare per l'azienda.

Ogni tanto spulcio le inserzioni per le offerte di lavoro: un po’ per tastare il terreno, un po’ per la mia continua voglia di nuovo. Devo dire che il 90% delle richieste nel mio comparto – amministrazione, contabilità e controllo di gestione – sono fatte senza avere esattamente idea di cosa si stia cercando e, di conseguenza, manifestando una certa incapacità nel delineare le skill richieste, ovvero le competenze.

Di fatto, gli amministrativi in un’azienda medio piccola sono sempre il sottoprodotto nella gerarchia dei ruoli, i cosiddetti “contacarte”, ai quali viene chiesto tutto: dal forecast della commessa in corso, al bilancio infrannuale, alla bolletta della casa del capo, al cambio di gomme della macchina del figlio.

Ma non voglio addentrarmi in questa logica stramba, quanto segnalare che spesso, tra i requisiti richiesti negli annunci, c’è un aspetto inquietante: capacità di tollerare lo stress. È drammatico. Ti stanno già dicendo che lavorerai male, forse sottopagato, con ritmi massacranti che ti porteranno, inevitabilmente, allo stress. Al quale però tu hai già dichiarato, nell’inviare l’application all’offerta di lavoro, che sei capace di resistere.

Il nostro modo di vivere il lavoro è già cambiato

Lo scenario aziendale che si presenta oggi è uno scenario molto difficile. La pandemia e la precarietà che trasmette la guerra nei Paesi dell’Est Europa hanno già modificato il nostro modo di vivere il lavoro. Sulla mia porta ho ancora la tabella del divieto di accesso senza mascherina e alla reception c’è il protocollo destinato ai dipendenti e ai visitatori. Negli ultimi due anni si è insinuata in noi, fino a diventare compagna di avventure, la diffidenza nei confronti dell’altro, che salutiamo ancora prendendoci a pugni o gomitate e lasciandolo a debita distanza se dobbiamo scambiare due chiacchiere.

E questi aspetti vanno ad aggiungersi a quelli che ormai sono fisiologici, come la incapacità relazionale di alcuni, un capo che troppo spesso è più boss che leader, inevitabili preferenze e agevolazioni per alcuni, insoddisfazioni economiche e personali.

Quante volte avete sentito parlare di welfare aziendale? Quanti di voi ricevono dalla propria azienda il corrispettivo in benefit dell’importo stanziato dallo Stato per usufruire di beni e servizi che accrescono il benessere del dipendente nella propria vita privata? Quanti di voi in azienda hanno programmi per favorire l’incontro, le relazioni interpersonali e fanno attività di team building?

Qualche dato: l’87% dei lavoratori nel mondo è demotivato; il 13% dei dipendenti, una sparuta minoranza, si sente fiducioso di poter raccontare senza timore un problema di tipo personale al proprio capo; il 25% vorrebbe cambiare lavoro; il 26% dei dipendenti ha l’ansia di rientrare il lunedì; soltanto il 20% si sente adeguato al lavoro; il 66% dei millennials è convinto di aver intrapreso la carriera sbagliata; il 91% dei manager sembra essere consapevole di manifestare un’incoerenza di fondo tra i principi del “trattare bene i collaboratori” e i loro comportamenti effettivamente messi in atto; il 75% dei collaboratori attribuisce a queste “bad practices” dei manager la causa di ambienti infelici (dati tratti da https://www.chiefhappinessofficer.it/)

Ed ecco che in questo scenario compare il CHO.

Chi è il CHO, Chief Happiness Officer

Il Chief Happiness Officer è una figura che, ovviamente, i Paesi anglosassoni conoscono molto bene, ma che da noi compare (quando compare) solo nelle grandi aziende. In parole povere parliamo di quello che forse avrete sentito chiamare con il nome, limitativo, di Manager della Felicità.

A cosa serve allora, il cosiddetto “manager della felicità“? Sicuramente a valutare il livello di benessere dei lavoratori in un’organizzazione e, successivamente, a studiare strategie, misure ed azioni per migliorare l’ambiente di lavoro, al punto tale da rendere più motivati e produttivi i dipendenti. In altre parole, cercare di renderli felici sul posto di lavoro. Fantascienza? Per ora sembra di sì, almeno finchè il boss non capirà che il primo a trarne beneficio sarà proprio lui e cioè la sua azienda.

E come?

  1. Caleranno i costi e si incrementerà l’efficienza nel breve periodo. Secondo fonti autorevoli (vedi Forbes e l’Harvard Business Review), il costo di un dipendente infelice è stimato in circa 16mila euro all’anno tra minore produttività e spese sanitarie. È stimato invece che una organizzazione attenta all’happiness riduce rispettivamente del 66% e del 51% gli episodi di malattia e gli indici di turnover;
  2. Aumenteranno ricavi e profitti e l’efficacia nel medio periodo. Nelle organizzazioni con la presenza del CHO, le persone si relazionano positivamente, si sentono felici e ottengono risultati individuali e collettivi che superano le aspettative. Come segnala ancora l’Harvard Business Review, in tali organizzazioni si evidenziano importanti fattori di crescita nei tradizionali KPI (Key Performance Indicators): aumento delle vendite (+37%), aumento della produttività (+31%), maggiore capacità di innovazione (+300%), migliore retention (+44%);
  3. Rigenerazione di fiducia e valori, non solo a favore dei dipendenti, ma anche dei clienti e degli altri stakeholder, per un futuro sostenibile nel lungo periodo. Le best practices sull’happiness in azienda alimentano una cultura positiva e valori di rispetto, inclusività e coerenza con effetti crescenti sul benessere personale, relazionale e organizzativo. In tal modo si ricrea engagement e retention, e, di conseguenza, l’azienda diventa a tutti gli effetti un “happy place to live“.

Allora che dite: responsabili delle risorse umane, manager d’azienda, team leader, accresciamo le nostre skill con un bel corso e una certificazione in felicità come chief happiness officer?

Mina Garofalo

Mina Garofalo, napoletana, è laureata in Commercio Internazionale e Mercati Valutari ed è una professionista di lungo corso. Donna di azienda, legge e scrive per passione.

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