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Infanzia e Covid, quali effetti su socialità, fiducia ed emozioni? La ricerca

Una ricerca dell'OTG fa luce sui principali effetti della congiuntura pandemica sul mondo dell'infanzia

Che il Covid abbia rappresentato una batosta per adulti e bambini ormai è un dato di fatto. Ma come e quanto ha influito nel mondo dell’infanzia? E, soprattutto, in che modo sono cambiate le interazioni dei più piccoli con il mondo esterno, con la famiglia e con i pari?

Per far luce su quanto accaduto nel corso degli ultimi ventiquattro mesi, l’Osservatorio delle Tendenze Giovanili (OTG) – progetto cogestito dal gruppo di ricerca Mutamenti Sociali, Valutazione e Metodi (MUSA) dell’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (IRPPS-CNR) e dal Dipartimento per le Politiche della Famiglia della Presidenza del Consiglio dei Ministri – ha effettuato alcune rilevazioni sugli effetti psicosociali prodotti dalla diffusione del COVID19, mediante la realizzazione di indagini su giovani in età di infanzia e adolescenza.

Con un campione rappresentativo di 410 alunne e alunni delle scuole primarie dei Municipi VI e VIII di Roma, dissimili per caratteristiche socio-economiche, è stata effettuata un’indagine tra aprile e maggio del 2021 per indagare gli effetti della pandemia nel mondo dell’infanzia.

I dati della ricerca sull’infanzia

Nell’ambito della ricerca, rendono noto dal CNR,

è stato dapprima esplorato e analizzato lo stato dell’interazione e dei condizionamenti sociali infantili con particolare attenzione a iperconnessione, cyberbullismo, prosocialità, emozioni primarie, fiducia relazionale e adesione ai ruoli di genere.

A tal fine, è stato utilizzato un complesso questionario di ricerca cartaceo somministrato dai ricercatori nelle aule scolastiche. A corredo dell’indagine è stata somministrata una scheda socio-anagrafica ai genitori dei rispondenti. I primi risultati di questa indagine sono stati pubblicati su International Journal of Environmental Research and Public Health.

Il 46,3% dei rispondenti sono femmine e il 53,7% maschi. Il 47,6% appartengono al Municipio VI e il 52,4% al Municipio VIII; il 35,4% frequenta le classi terze, il 31,7% le classi quarte e il 32,9 le classi quinte. Nel 27,5% dei casi, il titolo di studio dei genitori è basso, nel 31,2% medio, nel 23,4% medio-alto e nel 17,9% alto. L’86,2% degli intervistati ha entrambi i genitori italiani, l’8,3% stranieri, e il 5,5% uno italiano e uno straniero. Il 19,3% di questi genitori sono conviventi, il 67% sono sposati, il 12,2% sono separati e l’1,5 divorziati. Lo status occupazionale dei genitori è nel 35,2% dei casi basso, nel 17,3% medio, nel 29,9% medio-alto e nel 17,6% alto.

Infanzia iperconnessa nella trasposizione dell’interazione dal reale al virtuale

L’iperconnessione, fenomeno che si è fortemente incrementato per effetto della pandemia, è stata definita da due indicatori di screen time, che hanno permesso di misurare il tempo di utilizzo di dispositivi informatici per l’uso di social media e applicazioni e di videogiochi.

I risultati della ricerca sul mondo dell’infanzia mostrano che

gli iperconnessi, ovvero chi fa un uso intensivo di social media e applicazioni, sono il 21,1% dei rispondenti. Il 28% presenta un uso moderato, il 35,1% un uso basso, mentre è solo il 15,7% dei bambini che non utilizza tali piattaforme (ma ciò non esclude l’uso delle chat).

L’iperconnessione da social media e applicazioni coinvolge principalmente i maschi (24,3% contro il 17,5% femmine) e i frequentanti le scuole afferenti al Municipio VI (24,2% contro il 18,2% del Municipio VIII). Relativamente all’uso di videogiochi, gli iperconnessi sono il 31,4% dei rispondenti. Il 24,8% ne fa un uso medio, il 37,1% basso e infine solo il 6,6% non li usa.

L’iperconnessione da videogiochi coinvolge principalmente i maschi (42,9% contro il 18,1% delle femmine), e chi frequenta le scuole primarie del Municipio VI (34,2% contro il 29% del Municipio VIII). Rispetto a questo tema si segnala che i videogiochi più gettonati sono quelli di combattimento violento (22,3%), fruiti per il 35,1% dai maschi e per il 6,7% dalle femmine.

L’iperconnessione, sia da social e applicazioni sia da videogiochi, cresce al crescere dell’età, in presenza di bassi livelli di istruzione familiare e tra figli unici. Inoltre, si verifica prevalentemente in presenza di specifiche tendenze: maggiore propensione all’imitazione di personaggi e modelli di riferimento virtuali, maggiore utilizzo di dispositivi informatici in compagnia di altre persone (phubbing), maggiore coinvolgimento nel cyberbullismo, sia come attore sia come vittima, maggiore litigiosità tra pari.

Altresì, la ricerca sul mondo dell’infanzia ha indagato i comportamenti e gli eventi accaduti online nel corso dell’ultimo anno (cioè dal principio della pandemia) in particolare per quanto concerne la devianza online e il cyberbullismo.

gli indicatori atti a rintracciare attori e vittime di episodi di cyberbullismo mostrano che il 28,5% dei rispondenti è stato artefice di almeno un atto di cyberbullismo (come sfogarsi quando si è arrabbiati, insultare, minacciare, escludere dai gruppi o condividere foto o video di altri senza permesso). Di questi, il 30,9% sono maschi e il 25,8% femmine.

Il 17,8% di bambine e bambini è stato invece vittima di almeno un atto di cyberbullismo (come insulti e prese in giro, minacce, esclusione da un gruppo, istigazione a farsi male o condivisione di foto o video senza il proprio permesso).

Di questi, il 21,8% sono maschi e il 13,2% femmine. Il 12,7% dei rispondenti è stato invece vittima dell’adescamento online da parte di soggetti adulti sconosciuti (ovvero coinvolti in un atto critico come il ricevere complimenti, offerte di regali, richieste di foto, video e incontri in presenza).

Tra queste vittime, si registrano il 12,3% di maschi e il 13,2% di femmine. Pur non essendo coinvolti in questi problemi, il 4,9% dei rispondenti si ritiene a rischio in quanto condivide incautamente ogni contenuto testuale e multimediale. Completamente esenti da questi problemi è solo l’8,3% dei rispondenti, in quanto non fa uso di chat.

Il peso della pandemia su ruoli di genere

Un paragrafo a parte meritano i condizionamenti sui ruoli di genere, che si acquisiscono fin dai primi anni dell’infanzia attraverso il processo di socializzazione e la costruzione di categorie interpretative che stereotipizzano il contesto sociale.

È noto, infatti, che ogni individuo possa più o meno aderire a specifici set di stereotipi, come i cosiddetti ruoli sociali maschili e femminili. È stato proposto a bambine e bambini un elenco di azioni e ruoli chiedendo chi svolgesse meglio le prime e chi ricoprisse meglio i secondi, ovvero i maschi, le femmine o se il sesso fosse irrilevante.

Nel 22,2% dei casi i dati evidenziano un alto livello di adesione al ruolo sociale maschile, ossia all’idea che determinate capacità siano di dominio maschile, come fare il poliziotto, il presidente, lo scienziato e comandare a lavoro. Il 36,4% presenta un livello medio di adesione a tale ruolo, mentre il 27,1% basso.

Solo il 14,3% appare esente da tale credenza. Rispetto al sesso dei rispondenti, il livello più alto di adesione al ruolo sociale maschile si registra tra gli alunni (25,6% contro il 18,2% delle alunne).

Al ruolo sociale femminile, relegato invece ad attività quali, in primis, pulire la casa, cucinare, fare la spesa e occuparsi dei figli, il 20% dei rispondenti presenta un alto livello di adesione, il 32,9% medio e il 29,2% basso. In questo caso, solo il 17,9% non ha subito questo condizionamento.

A testimonianza della negativa efficacia della presenza di una socializzazione a tutt’oggi diversificata per sesso, aderiscono maggiormente al ruolo sociale femminile le alunne (22,5% contro il 17,8% registrato tra gli alunni).

Socialità, fiducia, emozioni

Il Covid e le conseguenze della congiuntura pandemica hanno pesantemente influito anche sulla società, sui sentimenti di fiducia e sulle emozioni provate dal singolo bambino.

I ricercatori spiegano che la prosocialità,

connessa allo sviluppo qualitativo delle interazioni umane e dunque alla propensione al beneficio di altre persone in assenza di ricompense esterne, è stata misurata mediante uno specifico indicatore e verificando le relazioni con diverse variabili possibilmente influenti su tale atteggiamento.

Questa è risultata alta nel 44,6% dei casi, media nel 39,3% e bassa nel 16,1%. Le bambine, in particolare per effetto di una socializzazione che genera ancora una forte interiorizzazione degli stereotipi di genere, presentano livelli di prosocialità più elevati dei coetanei maschi (51,1% contro il 39,1% rilevato presso i maschi).

Sotto il profilo territoriale, i livelli più elevati di prosocialità sono stati invece riscontrati nel Municipio VIII. Bambine e bambini hanno maggiori livelli di prosocialità in presenza di un alto livello di istruzione familiare, alta percezione di emozioni primarie positive e bassa percezione di emozioni primarie di tipo negativo, minore coinvolgimento nel cyberbullismo passivo, minore uso di videogiochi e minore esposizione all’iperconnessione.

Rispetto alle relazioni verticali e orizzontali, sono stati misurati i livelli di fiducia riposti da bambine e bambini nei confronti delle loro principali figure di riferimento.

I risultati mostrano che si fidano maggiormente della madre (39,2%), seguita dagli altri parenti (esclusi i genitori) (21,8%) e dagli amici (20,6%). Solo al quarto posto il padre (16,3%), mentre chiudono la graduatoria gli insegnanti scolastici (2,3%).

Si fidano di più della madre e degli altri parenti le femmine. I maschi, sebbene con scarti minimi rispetto alle coetanee, si fidano di più degli amici e degli insegnanti scolastici. I maschi ripongono inoltre molta più fiducia nella figura paterna rispetto alle loro coetanee.  

Le emozioni primarie, che sono innate e universali e sia positive sia negative, sono state analizzate rispetto alla frequenza della loro percezione nell’infanzia.

Tra queste, quelle provate più frequentemente sono la felicità (93,1%) e la tranquillità (83,3%). A questi dati si contrappongono quelli sulle emozioni primarie negative. Il 23,0% dei rispondenti percepisce sempre o spesso agitazione, il 21,3% tristezza, il 18,1% rabbia, il 14,9% solitudine e il 12,9% paura.

Tutte le emozioni primarie negative sono percepite maggiormente dalle femmine, che in particolare sono più tristi, agitate e sole dei coetanei maschi. Infine, bambine e bambini sono più soli e tristi nel Municipio VI e più arrabbiati nel Municipio VIII.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Condirettore di FMag.it

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