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Siamo un Paese di vecchi: la natalità è in calo, ma non è colpa nostra

Ancora una volta, infatti, nel Belpaese le nascite sono in calo e il 2020, anno della tremenda pandemia da Coronavirus, ha segnato il minimo storico: - 15% su tutto il territorio nazionale. Un dato allarmante, che apre a numerosi scenari di riflessione sul presente e sul futuro, e sembra non arrestarsi anche nel corso del 2021.

Gli italiani sono un popolo di santi, poeti e navigatori” ma, a meno di cento anni dalla citazione resa alla storia da Mussolini giustificando l’invasione in Abissinia, possiamo affermare con spavalderia che in primis siamo un Paese di vecchi.

A dirlo sono le recenti rilevazioni Istat sul tasso di natalità e denatalità. Ancora una volta, infatti, nel Belpaese le nascite sono in calo e il 2020, anno della tremenda pandemia da Coronavirus, ha segnato il minimo storico: – 15% su tutto il territorio nazionale. Un dato allarmante, che apre a numerosi scenari di riflessione sul presente e sul futuro, e sembra non arrestarsi anche nel corso del 2021.

I dati dell’Istat sulla denatalità

Lo scenario che emerge dai dati dell’Istat sulla denatalità è piuttosto drammatico: se l’Italia resta un Paese di vecchi, senza il dovuto turnover generazionale, sarà un Paese inevitabilmente condannato a crollare su sé stesso. Per fare un esempio, in un futuro prossimo non ci saranno abbastanza risorse umane nel sistema produttivo: questo vuol dire che non ci saranno abbastanza persone per pagare le pensioni, per sostenere la competitività imprenditoriale, per mandare avanti un sistema stratificato e predominante.

A pesare, sicuramente, le condizioni dettate dalla congiuntura pandemica: secondo l’Istat, “nel 2020 i nati sono 404.892 (-15 mila sul 2019). Il calo (-2,5% nei primi 10 mesi dell’anno) si è accentuato a novembre (-8,3% rispetto allo stesso mese del 2019) e dicembre (-10,7%), mesi in cui si cominciano a contare le nascite concepite all’inizio dell’ondata epidemica. La denatalità prosegue nel 2021: secondo i dati provvisori di gennaio-settembre le minori nascite sono già 12 mila 500, quasi il doppio di quanto osservato nello stesso periodo del 2020”.

”Nel Nord-ovest, più colpito dalla pandemia durante la prima ondata, a dicembre il calo tocca il 15,4%. Il clima di incertezza e le restrizioni relative al lockdown sembrano dunque aver influenzato la scelta di rinviare il concepimento. A gennaio 2021 si rileva la massima riduzione di nati a livello nazionale (13,6%), con picco nel Sud (-15,3%) che prosegue, più contenuta, anche a febbraio (-4,9%); queste nascite sono, per la quasi totalità, riferibili ai concepimenti di aprile e maggio 2020”.

‘Il forte calo dei nati a gennaio 2021, tra i più ampi mai registrati, dopo quello già marcato degli ultimi due mesi del 2020, lascia pochi dubbi sul ruolo svolto dall’epidemia. Il crollo delle nascite tra dicembre e febbraio, riferibile ai mancati concepimenti della prima ondata pandemica, poteva essere dovuto al posticipo di pochi mesi dei piani di genitorialità. Tuttavia, dai primi dati disponibili, tale diminuzione sembra l’indizio di una tendenza più duratura in cui il ritardo è persistente o, comunque, tale da portare all’abbandono nel breve termine della scelta riproduttiva”.

Ma può solo la pandemia aver determinato questa tendenza che sembra inarrestabile? La risposta, chiaramente, è no.

Un Paese di vecchi? E di chi è la colpa?

Se siamo un Paese di vecchi la colpa non è (solo) nostra: la generazione fertile, quella che va dai 20 ai 40 anni, ha perso la bussola della “normalità” già da parecchi anni. Rispetto alla generazione dei nostri avi, i così detti baby boomers nati fra gli anni ’40 e ’60 che hanno vissuto il boom economico (e demografico) del post-guerra, le generazioni a seguire già dagli anni ’80 hanno iniziato a pagare lo scotto di vivere in un mondo diverso, complesso, globalizzato, dove già iniziava a diffondersi il termine “disoccupazione” e “denatalità”.

A pesare nel mondo contemporaneo, quindi, ci sono diversi fattori che incidono sulla natalità: non la semplice volontà di “non avere un figlio” – dovuta, fra l’altro, alla diffusa presa di coscienza di non voler rispondere a nessun obbligo sociale o pressione biologica- ma il confrontarsi con condizioni lavorative, economiche e sociali sempre più complesse.

Per fare un banale esempio, oggi i percorsi di studio si sono allungati all’inverosimile: mentre un tempo poteva bastare per lavorare la terza media o il diploma, al giorno d’oggi è richiesto quasi per ogni lavoro un titolo di studio che non sia inferiore alla laurea, se non il master o la specializzazione. Se questo si traduce, da un lato, con una classe lavorativa maggiormente specializzata, d’altra parte allunga inevitabilmente i tempi dell’accesso al mercato del lavoro.

Cosa che, quando avviene e se avviene, non trova un terreno fertile di stabilità, costanza e diritti: non tutti possono vantare stipendi dignitosi e condizioni lavorative favorevoli, come il famigerato quanto agognato contratto a tempo indeterminato. Tradotto, ancora una volta: la generazione fertile ha vissuto e vive un mercato del lavoro competitivo, schiacciato al ribasso, dove le certezze non ci sono e si fanno i salti mortali per arrivare a fine mese, fra collaborazioni occasionali, contratti a scadenza, miraggi di una vita che spesso restano tali.

Come se non bastasse, lo Stato non valorizza ancora il welfare familiare come dovrebbe: non ultima, l’introduzione dell’assegno unico e universale per i figli minori, definito come una sorta di “benefit per incentivare le nascite” che però non trova una sua reale collocazione nell’economia familiare.

Basti guardare le cifre (irrisorie) per rendersi conto che per decidere di fare figli a pesare non è solo la condizione economica ma una questione di prospettiva. Non è un mistero, infatti, la carenza di asili nidi e la necessità di una rete familiare di appoggio: sempre l’Istat, infatti, rileva che

”Il numero medio di figli per donna delle italiane è in calo al Nord (da 1,16 a 1,14) e in egual misura nel Mezzogiorno (da 1,23 a 1,21). Resta stabile al Centro (1,11). Al Nord a detenere il primato della fecondità delle italiane resta sempre la Provincia autonoma di Bolzano (1,62) seguita dalla provincia di Trento (1,27). Tra le regioni del Centro, il livello più elevato si osserva nel Lazio (1,13) mentre nel Mezzogiorno il picco si registra in Sicilia (1,30) e Campania (1,28); in Sardegna si registra il valore minimo pari a 0,94, ancora in diminuzione rispetto allo 0,97 del 2019”.

Ancora una volta, se siamo un Paese di vecchi, non dipende (solo) da noi ma dai lussi che non ci si può permettere: anche se a lavorare si è in due, ma non si ha la possibilità di lasciare l’infante a scuola o dal presidio sociale dei nonni/parenti, si finirà a lavorare per pagare la babysitter. Una scelta che in molti casi le coppie più o meno giovani non possono permettersi: non è un caso se, proprio nella congiuntura pandemica, a perdere il lavoro sono state più le donne che gli uomini (dati Istat: 412mila in meno), spesso per l’esigenza di doversi dedicare ai compiti di cura domestica.

Insomma, se non si riuscirà ad invertire la tendenza e a ripensare tanto alle politiche del lavoro quanto a quelle relative alla rete del welfare familiare, difficilmente gli italiani riusciranno a far figli. Perché le scelte consapevoli non possono essere dettate dai ritmi biologici, sociali o culturali: per mettere al mondo qualcuno ci vuole amore, senz’altro, ma anche uno straccio di prospettiva e di futuro. Senza di quello, saremo solo un Paese di vecchi.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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