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Il coraggio (mancato) del Governo sull’obbligo del Green Pass nei luoghi di lavoro

Il provvedimento sull'obbligo del Green Pass nei luoghi di lavoro è un comportamento che, a Napoli, definiremmo da rafaniello (ravanello, in italiano): rosso fuori, bianco dentro. Ossia, per dirlo in un altro modo, un atteggiamento che al di fuori si fa portatore di virtù e diritti, ma che arrivato al cuore del problema non prende le decisioni coraggiose che gli permetterebbero di risolverlo.

Il Governo ieri ha approvato, quasi all’unanimità, l’obbligo di accedere con il Green Pass nei luoghi di lavoro, indipendentemente dal fatto che questi siano pubblici o privati. Il vincolo scatterà a partire dal prossimo 15 ottobre e fino al 31 dicembre 2021, momento in cui dovrebbe cessare lo stato di emergenza legato alla congiuntura pandemica.

Prima di andare oltre, ho la necessità intellettuale di chiarire in premessa una cosa: sono vaccinata e l’ho fatto con entusiasmo aderendo al primo Open Day messo a disposizione nella mia città per la fascia d’età e sono pienamente convinta della necessità del vaccino e dell’utilità del Green Pass. Sono di quanto più lontano possibile ad un pensiero No – Vax ma, nella scelta del Governo, vedo una mancanza di coraggio allarmante e l’ennesimo rilancio delle responsabilità verso terzi.

La decisione del Governo, infatti, comporta che dovranno essere i datori di lavoro a controllare il possesso del Green Pass dei dipendenti e, in caso negativo, sono state stabilite le sanzioni che vanno da 400 a 1.000 euro per i mancati controlli, mentre in caso di una violazione da parte del lavoratore la cifra aumenta da 600 a 1.500 euro. La sospensione dello stipendio scatta fin dal primo giorno per i lavoratori del pubblico e del privato che non abbiano il Green Pass. Nel pubblico chi non ha Green pass è ritenuto “assente ingiustificato” e dopo il quinto giorno di assenza il rapporto di lavoro è sospeso. Nel privato invece il lavoratore è assente senza diritto alla retribuzione fino a presentazione del pass. Nessuna conseguenza disciplinare e niente licenziamenti, in entrambi i casi. 

L’obiettivo, quindi, dovrebbe essere quello di spingere sulla campagna vaccinale e far aderire chi ancora non si è vaccinato. E stiamo parlando di una platea che guarda circa 10 milioni di persone in età da lavoro (o inserite già nei contesti lavorativi), quindi pienamente vaccinabili (al netto di coloro che, per le più svariate cause, non possono accedere al vaccino) e che hanno liberamente deciso di non sottoporsi all’inoculazione.

Ecco, il punto è questo: la libertà di scelta ancora oggi esiste, perché il vaccino non è mai stato reso obbligatorio. Mentre da mesi siamo spettatori di una campagna vaccinale più o meno gridata, altisonante, contraddittoria – ricordiamo tutti il pathos e l’allarme sulle inoculazioni di alcuni vaccini e le decisioni contrastanti in merito a distanza di poche ore – il Governo continua, ancora una volta, a non prendersi la responsabilità del “padre di famiglia” che, in virtù dell’emergenza sanitaria, decide cosa è meglio fare per tutti, ma piuttosto preferisce andare avanti con obblighi e restrizioni.

Cosa farà chi non si è vaccinato? Non perderà il posto di lavoro ma potrà sottoporsi a tampone – la cui validità è stata estesa dalle 48 alle 72 ore, gratuito per chi non può vaccinarsi, con costi calmierati a 15 euro per tutti gli altri – ottenendo quindi il Green Pass temporaneo.

Ma possiamo permetterci di lasciare a casa centinaia di persone con lo spauracchio di una multa salata e possiamo rendere i datori di lavoro controllori intransigenti delle loro risorse umane senza però l’onestà politica e intellettuale di rendere obbligatorio il vaccino perché strumento necessario per il benessere della popolazione? Possiamo continuare ad ingolfare e alimentare il mercato dei tamponi invece di utilizzarli come primo strumento di verifica della Covid?

Il provvedimento sull’obbligo del Green Pass nei luoghi di lavoro è un comportamento che, a Napoli, definiremmo da rafaniello (ravanello, in italiano): rosso fuori, bianco dentro. Ossia, per dirlo in un altro modo, un atteggiamento che al di fuori si fa portatore di virtù e diritti, ma che arrivato al cuore del problema non prende le decisioni coraggiose che gli permetterebbero di risolverlo. La responsabilità, signori miei, nemmeno questa volta è di casa.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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