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L’immaginazione è il nuovo Romanticismo che può cambiare le aziende (e mettere al centro il valore umano)

L’uomo, la sua immaginazione, la sua capacità di progettare nuovi spazi, nuovi scenari, nuovi futuri. Ripartire dalla centralità dell’individuo in quello che Filippo Giustini (Marketing Toys) definisce un nuovo Rinascimento.

Il valore dell’immaginazione è forse quello che più abbiamo perso nel corso dei mesi della congiuntura pandemica: chiusi in casa forzatamente, fra lavoro e videochat, abbiamo smesso di pensare alle sfumature del mondo esteriore, avviluppandoci in rigidi schemi, zone grigie di confort che probabilmente ci hanno un po’ spento. E se, invece, la congiuntura pandemica ha lasciato un segno potenzialmente positivo, è l’esigenza – sentita da molti – di tornare ai contatti umani “reali”, ai rapporti concreti, alla dimensione fisica e manuale del mondo che ci circonda. E, come ci racconta Filippo Giustini di Marketing Toys, si sente forte l’esigenza di utilizzare l’immaginazione per costruire un nuovo Romanticismo con la finalità di tornare a mettere al centro della triade lavoro – vita – carriera il valore umano.

Ne abbiamo parlato con lui a seguito dell’evento “About the Imagination” organizzato lo scorso 21-22 agosto presso il Marchisoro Hub (FI), una due giorni di incontro, scambi, socializzazione, giochi e passeggiate nella natura fra perfetti sconosciuti. La regola era solo una: niente programmi, niente formalismi, niente regole ma ampio spazio all’immaginazione e all’improvvisazione.

Una sfida con un concept in cui organizzatori e partecipanti si sono fusi fra loro e scambiati i ruoli, lasciando spazio alla dimensione ludica dell’incontro e ad esperienze inedite, ha lasciato un segno in chi l’ha vissuta. Vediamo perché.

Giustini, partiamo proprio da “About the Imagination”: l’evento di “immaginazione” che avete promosso è finito in sold out in pochissime ore dall’annuncio, registrando la partecipazione di circa 50 persone da tutta Italia nel pieno delle ferie di agosto. Come spiega questo successo e qual è la sua dimensione innovativa?

Partiamo dalle sensazioni e dai feedback: è stato un momento di condivisione di spazi, idee ed esperienze fra manager e consulenti con alle spalle esperienze trentennali e giovanissimi startupper ma anche studenti che si stanno affacciando al mercato del lavoro e dell’impresa. Persone che non si conoscevano fra loro si sono trovate insieme per vivere un’esperienza. Si è parlato di lavoro ma ci si è dati tanti feedback sul campo: è stato bello perché si pensa sempre a questo tipo di incontri come come a qualcosa di noioso, ma la parte più bella è lo scambio di esperienza che rompe gli schemi.

Ecco, credo che quello che manca oggi sia proprio avere la possibilità di scambiarsi esperienze e l’umiltà di accettare consigli da chi ha più esperienza di te – perché è in questo mondo da tanti anni – o, al contrario, da chi ha più energia e visione di te perché a 20 anni si riesce a guardare le cose da un’altra prospettiva. Ci sono stati momenti di confronto e tavole rotonde all’aperto, sotto il bellissimo ed immenso leccio, con consulenti e formatori, sono stati momenti interessanti; anche se abbiamo lasciato tanto spazio anche agli eventi apparentemente marginali, come il laboratorio con il Play Doh™ dove i gruppi sono stati creati in base ai segni zodiacali (ride, ndr)… oppure le passeggiate al tramonto con la guida ambientale escursionistica, o ancora la musica a fine serata su vinile, questo per dire che si è creata una dimensione adatta alla persona e alle sue specificità, al suo valore prettamente umano al di fuori dei ruoli e delle competenze”.

Ma ci sono stati dei temi ricorrenti?

“Sì, ci sono stati dei temi ricorrenti come il disorientamento nel mercato del lavoro dei 25-30enni, che sono più “confusi” di quanto sicuramente lo eravamo noi, ma loro hanno tanta energia, voglia di fare, imparano molto più velocemente. Una ragazza mi ha detto: io so fare queste cose, in un’offerta di lavoro ci sono queste etichette… ma secondo te io corrispondo a queste? Ecco, il punto è qui: chi crea un’offerta di lavoro oggi, si affida a schemi ed etichette che poi poco c’entrano con il lavoro che andranno a fare.

Immagina la confusione di un 25enne di fronte a questo fiume di parole, che ha tanto da dare ma non sa come etichettarsi, perché non ha senso e non serve a nessuno etichettarsi.
Così non si può andare da nessuna parte: le etichette vogliono che tu stia dentro quella definizione, ma poi si sacrifica l’intraprendenza, la creatività, lo stesso problem solving che tutti cercano. Noi proprio questa settimana abbiamo aperto una posizione per un Social Media Manager Junior e abbiamo chiesto espressamente di non inviarci curriculum ma link a progetti social gestiti”.

In effetti, oggi, non esiste più una competenza che non sia ibrida… soprattutto con i “nuovi” ruoli nel mondo del lavoro.

“Esatto. E magari si è appassionati, che so, di uncinetto e non lo si dice perché si pensa che non sia rilevante, ma invece quella competenza a me fa capire che hai pazienza e dedizione molto più di altri.

La storia poi che siamo sostituibili è una sciocchezza: il valore umano conta eccome. Personalmente scelgo le persone con cui lavorare perché mi piacciono, perché umanamente sono in gamba, al di là di sapere fare tutto. Non tutti possono fare ogni cosa ma se hai la dedizione e la pazienza impari. I giovani oggi vengono schiacciati da queste scatole vuote in cui non sei nulla e magari ti chiamano per fare le fotocopie, pagati una miseria. Così non si dà valore alla persona, ma neanche all’azienda: bisogna formare le persone e farle star bene. Molte persone sono spaventate da questo sistema di cose che avrebbe bisogno di una sensibilità maggiore per essere cambiato, per riscoprire il valore umano e la dimensione della persona sul luogo di lavoro e non solo”.

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Uno dei claim di Marketing Toys

Un ragionamento interessante, disruptive per dirla con un termine che oggi va di moda. Ma poi, secondo lei, come funzionerebbero le cose?

“Anche un algoritmo può far funzionare le cose, ma ormai c’è bisogno di altro. I giovani noi li coinvolgiamo perché hanno energia, voglia di fare, e devono misurarsi con il mondo vero. Vanno formati e qualcuno deve metterli nella condizione di imparare a fare, sbagliare e muoversi in autonomia nel mondo del lavoro. Quindi quando si parlava di immaginazione, parlo anche di questo: immaginare mondi e modi diversi, nuovi, di lavorare perché finora mi sembra che le cose forse proprio bene non hanno funzionato, il mondo con il quale si è deciso di utilizzare le risorse ha provocato molti danni. Proprio per questo in “About the Imagination” abbiamo voluto dare ampio spazio all’immaginazione: ormai nessuno sa più cosa significa immaginarsi cose nuove e farlo soprattutto con metodo. Noi siamo quelli che sognano ancora”.

Qual è il valore dell’immaginazione, allora, oggi?

“In termini pratici, materiali, un robot o un algoritmo non saprà mai scrivere una poesia, forse scriverà un qualcosa con una struttura poetica corretta, ma il pathos è un’altra cosa.

L’immaginazione ha un valore inestimabile perché qui non si tratta di vivere il presente, ma di scrivere un futuro diverso, progettare e immaginare come si vivrà, cosa si farà in futuro, come si guiderà un’auto o come si andrà in giro, come si consumerà e cosa si consumerà.
E bisogna puntare ai risultati oltre la logica dell’orario, delle convenzioni, degli schemi del mondo del lavoro. Il nostro è stato un momento di provocazione, perché oggi neanche a scuola stimolano più la creatività che invece è un valore. “About the Imagination” nasce proprio per aprire un viatico di confronto e di valorizzazione dell’esperienza umana che si è creata da subito, con dei bellissimi confronti fra le persone che, pur non conoscendosi, si sono messi in gioco e lasciati andare.

Un gruppo che è diventato affiatato sin da subito, ed è stata una bella sensazione per noi che lo abbiamo organizzato”.

Ma, secondo lei, siamo ancora capaci di abbandonare gli schemi e vivere il momento?

“Non siamo più allenati ad improvvisare come nel teatro, ad esempio, nonostante tutti siano abituati ad utilizzare business plan che nel 90% dei casi sono totalmente disattesi. Noi crediamo che sia possibile anche – con un po’ di allenamento ed un pizzico di follia – lavorare seguendo l’onda, il ragionamento, senza uno schema predeterminato, dando valore all’immaginazione e alla capacità di adattarsi agli imprevisti: sì resilienti ma soprattutto antifragili, mi viene da pensare.Uno dei nostri ultimi progetti si basa proprio su questo: il recupero della dimensione umana passa anche per gli strumenti manuali, quello che apparentemente è analogico.

Penso al recente progetto che abbiamo lanciato con Fabio Viola (terzo game designer al mondo, ndr), delle carte da gioco nate per aiutare a progettare il coinvolgimento. Strumenti manuali che spingono al confronto all’interno di team e gruppi di lavoro, alla co-creazione, stimolando il ragionamento e l’immaginazione. Secondo me si deve tornare a questi momenti “analogici”, perché il rischio è che si passino intere giornate davanti al computer spegnendo spesso il cervello. Bisogna capire che qualsiasi rapporto, di amicizia, professionale, di business passa attraverso l’incontro, il vedersi anche in video call, guardarsi: riscoprire la dimensione dell’uomo, dello scambio di idee e di immaginazione, il confronto, riscoprendo infine anche quella che è l’educazione e il rispetto per l’altro”.

In che senso?

“Il rispetto per l’altro è una forma di educazione: se io vado in banca, a parlare con il direttore, magari non ci vado in short e maglietta, ma non perché ho qualche problema nel farlo, ma semplicemente perché so che chi avrà di fronte non sarà vestito da spiaggia, perché il suo ruolo non glie lo permette. Il mio “adeguarsi” a questa circostanza significa semplicemente rispetto della circostanza, condivisa, e quindi educazione.

Per costruire un rapporto che poi può anche sfociare in un business serve tempo, rispetto, educazione e dedizione. Dobbiamo riscoprire il valore umano delle relazioni, il piacere di condividere informazioni ed esperienze. E poi certo, siamo tutti qua si per fatturare ma anche per creare valore, cambiare le cose, impattare positivamente su mercati, prodotti e servizi, ed organizzazioni aziendali.

Abbiamo una visione molto romantica del lavoro, siamo fatti così! ”

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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