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L’etica del dolore dimenticata nell’indiscriminato voyeurismo sociale

Qualcuno sul dolore altrui prova a costruirci un effimero momento di gloria, ma stiamo dimenticando che quando si pubblica qualcosa dall'altra parte c'è chi soffre.

Il dolore è una cosa seria e va rispettato: immaginate, solo per un secondo, di aver perso tragicamente un vostro parente, l’amore della vostra vita, un amico caro. Immaginate che, da qualche parte nel web, qualcuno decida di pubblicare – senza consenso alcuno – la foto del cadavere sul ciglio della strada o la ripresa di una cruenta tragedia.

Immaginate di essere lì, paralizzati, avanti a quelle immagini che scorrono sul monitor o sullo schermo dello smartphone e di essere indifesi: perché sono ovunque, si susseguono nelle chat e nei social, senza alcuna possibilità di arrestare il fiume in piena. E’ quello che accade ogni giorno, sotto i nostri occhi, senza che nemmeno ce ne accorgiamo più perché ci sembra normale. Non lo è.

Che la curiosità umana verso gli accadimenti tragici o violenti sia un meccanismo naturale siamo d’accordo. Ma quando si va oltre il fatto o la notizia, il timore è che ci si stia dirigendo verso un punto di non ritorno per l’etica collettiva e la civiltà sociale.

Prendiamo due esempi, speculari ma correlati fra loro. Fra sabato pomeriggio e domenica mattina della scorsa settimana, i social sono stati letteralmente inondati dalle immagini dei calciatori della Nazionale danese mentre soccorrevano il campione Christian Eriksen steso a terra per un malore. I compagni di squadra hanno fatto letteralmente un muro umano attorno al corpo privo di sensi del collega, per proteggerne la privacy e tutelare la famiglia da un’immagine raccapricciante. Ma anche per difendere la dignità di una persona che in quel momento stava rischiando la vita.

Se da un lato quest’immagine ci ha rincuorato sul senso della squadra e del team, dall’altra lascia pensare come, ormai ovunque, di fronte ad un avvenimento più o meno insolito – che sia un malore in strada, un incidente, un incendio e quanto si vede sui social – ci sia sempre qualcuno pronto ad immortalare cosa stia accadendo. E se da un lato questo straordinario strumento permette di raccontare la realtà – un po’ come agli albori di Twitter, con la premessa di essere un microblog condivisibile in poche battute, e la prevedibile meteora del citizen journalism – dall’altro sembra che ormai ci si sia dimenticati del buon senso e delle basilari regole di civiltà. Di pudore. Di rispetto. Di comprensione del dolore altrui.

Oggi accade una cosa ancora più raccapricciante: alcune testate hanno diffuso il video – agli atti della magistratura – delle telecamere di sorveglianza della funivia del Mottarone. Se posso darvi un consiglio, non guardatelo: la tragedia è spettacolarizzata ancor più delle parole, dalle interviste e dai morbosi dettagli che si sono susseguiti dal 23 maggio. Quello che appare nel video, con i volti delle vittime in chiaro e gli ultimi istanti della loro vita immortalata, non lascia più spazio all’immaginazione. In pochi secondi, ancora una volta, il dolore diventa voyeurismo, sciacallaggio, elemento mainstream per far parlare dell’argomento e attirare l’attenzione dei cybernauti.

Quel video, ci tiene a sottolineare subito dopo il PM che segue le indagini, “tratta di immagini dal fortissimo impatto emotivo, oltretutto mai portati a conoscenza neppure dei familiari delle vittime la cui sofferenza come è intuitiva comprensione non può e non deve essere ulteriormente acuita da iniziative come questa“. Ancora, parliamo di “immagini di cui è comunque vietata la pubblicazione, anche parziale, trattandosi di atti che, benché non più coperti dal segreto in quanto nota gli indagati, sono relativi a procedimento in fase di indagini preliminari“. E, infine, il PM Olimpia Bossi ribadisce che “ancor più del dato normativo mi preme sottolineare l’assoluta inopportunità della pubblicazione di tali riprese che ritraggono gli ultimi drammatici istanti di vita dei passeggeri della funivia precipitata il 23 maggio scorso perché sul Mottarone“.

Basta. Non si può più andare avanti a colpi di click su “video shock” a spese di chi quel dolore lo sta vivendo, lo sente ardere nel cuore e nell’anima. Tanti anni fa, quando ero appena adolescente e iniziavo a navigare in rete, nei forum – e poi nei social – ci si atteneva ad una certa “netiquette“: una sorta di regolamento online condiviso su cosa era giusto pubblicare e cosa no. Se sgarravi e infrangevi le regole, c’era un primo avviso, poi il ban definitivo.

Sempre più spesso il dolore diventa spettacolo, pornografia dei sentimenti, scarno voyeurismo sociale, uno strumento come un altro per attirare l’attenzione, ricevere like e condivisioni sui contenuti pubblicati, una manciata di click su siti di informazione o sui blog online. Sarebbe ora, però, di dare una regolata a questo inarrestabile sciacallaggio che spiattella a più non posso dettagli che, in tutta onestà, non aggiungono nulla a narrazioni già esacerbate.

Credo, soprattutto, che sia arrivato il momento in cui iniziamo a chiedere a noi stessi cosa vogliamo davvero farne dell’utilizzo di questi strumenti e se vogliamo continuare a farci andar bene questo estremo palcoscenico sociale, fine a sé stesso, che ha l’unica utilità di soddisfare un bisogno morboso di raccontare dettagli, condividere immagini, vagare nel dolore altrui.

Perché forse sarebbe ora di ristabilire delle regole e soprattutto pensare che non tutto quello che vediamo è giusto condividerlo verso un pubblico immenso e sconfinato. E che, di fronte ad un qualsiasi video non autorizzato e poi diffuso, dall’altra parte c’è qualcuno che soffre per quelle immagini. Stiamo abdicando all’etica del dolore in favore di uno spettacolo cruento e senza senso.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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