Editoriale

Mottarone, quando le nostre vite sono appese a fili invisibili

Leggo con orrore quanto è emerso dalla indagini sulla tragedia della funivia del Mottarone. Mi causa un sentimento di indignato panico, di rabbia ansiosa, il pensiero che – anche questa volta – poteva essere evitato il massacro di 14 persone innocenti, che non volevano far altro che godersi una domenica di riposo con la famiglia. Penso all’unico superstite, un bambino piccolo, che di colpo non troverà più la sua mamma, il suo papà e il suo fratellino. E penso a quanto sia scellerato l’animo umano nel solo lontanamente immaginare di manomettere i freni di emergenza di una cabina sospesa nel vuoto a 1400 metri d’altezza perché tanto “cosa vuoi che succeda“. Eppure è successo.

Quanto è accaduto al Mottarone è l’ennesimo riflesso di un’Italia alla deriva, collusa, imbrogliona e delinquente. Un Paese malato fatto da persone che, alla leggera, giocano a fare Dio e prendono decisioni sulla vita altrui. Già nella tragedia del Ponte Morandi ci è sembrato chiaro quanto la nostra vita sia appesa al filo del destino e di come sia solo una questione di attimi non trovarsi coinvolti nella tragedia. Ma non possiamo vivere pensando di essere fatalisti, non possiamo percorrere strade e ponti, andare in gita o viaggiare, immaginando che sia l’ultima cosa che facciamo nella nostra vita.

Di chi è la colpa per la tragedia del Mottarone? Me lo sto chiedendo da due giorni. Dell’imprenditore? Del tecnico? Del responsabile? Di chi non vigila sugli impianti? Di chi non ha riparato la funivia? Di chi l’ha messa in funzione? Dello Stato che non ha effettuato controlli e si affida al buonsenso? Perché qui del buonsenso non vi è alcuna traccia. Possibile che nella catena degli eventi – e delle decisioni criminali, perché se decidi di bloccare un freno di emergenza sei un criminale – nessuno si sia passato la mano sulla coscienza e abbia pensato di non mettere in pericolo la vita di innocenti? Oppure, anche solo per un attimo, come si è potuto immaginare che il gioco valesse la candela?

C’è bisogno che le cose cambino, e presto, prima di provocare altre morti. C’è bisogno che dall’alto vengano prese decisioni forti sulla sicurezza del Paese per stanare le storture prima che si tramutino in stragi. Perché se solo un individuo può ancora pensare che le sue azioni non si ripercuotano sul prossimo, stiamo perdendo tutti. Se solo una persona non effettua il suo lavoro con dovizia, se solo un singolo decide di sottostare ad accordi da briganti, siamo tutti in pericolo.

Perché, con tutta onestà, delle parole di solidarietà e cordoglio degli alti ranghi politici e amministrativi non ce ne facciamo nulla se la nostra vita resta appesa ad un filo. L’Italia ha bisogno di ripartire e di rinascere, di essere resiliente, di evolversi. Ma non c’è piano di ripresa che tenga se prima non ci liberiamo di queste cellule di cancro a piede libero che minano la sicurezza delle persone. Non ci sono fondi e appalti che servono a rilanciare il Paese se ogni giorno siamo in pericolo di vita. Non c’è futuro se anche la tragedia del Mottarone resta impigliata fra le pagine di cronaca nera dei giornali e non diventa un viatico per una presa di coscienza forte. Altrimenti, come nel caso del Ponte Morandi, restano ai posteri pagine di vite strappate, storie di famiglie addolorate, giornate di commemorazione ma niente di più. Un vuoto per le esistenze spezzate, nessun insegnamento per la storia che si ripete.

Perché dimenticare è facile, agire un po’ meno.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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