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“Bambini invisibili con la pandemia”: intervista a Paolo Siani

"Vittime di tutto quello che si è creato intorno al virus a partire dalla chiusura delle scuole e alla riduzione radicale della socialità. Da un anno i contatti sono pressoché azzerati e questo porta a disfunzioni sia fisiche che psichiche dei bambini”.

La pandemia rischia di trasformare i bambini nei nuovi ‘invisibili’. Serve correre ai ripari e lavorare per consentire ai più piccoli di recuperare nel minor tempo possibile la serenità che il Covid-19 gli ha tolto. A indicare la strada per farlo è il pediatra napoletano e deputato del PD Paolo Siani.

Onorevole, che tipo di ripercussioni ha l’emergenza pandemica sui bambini?
“La pandemia li ha certamente colpiti, non in base alla gravità del virus che abbiamo visto nei bambini non generare forme gravi, ma rendendoli vittime di tutto quello che si è creato intorno al virus a partire dalla chiusura delle scuole e alla riduzione radicale della socialità. Da un anno i contatti sono pressoché azzerati e questo porta a disfunzioni sia fisiche che psichiche dei bambini”.

Lei ha presentato in Parlamento una risoluzione sul tema. Di che si tratta?
“E’ una risoluzione proprio sui dati relativi alla neuropsichiatria infantile. Poiché questo problema sembra essere un fenomeno invisibile sia alla politica che ai media. I confronti, anche quelli in tv, si basano sempre sugli stessi argomenti. Non si va a fondo ad altre questioni importanti. Per esempio il numero di bambini che manifesta disturbi dell’alimentazione, sia in eccesso che in difetto, è un numero che è aumentato di molto. I neuropsichiatri e i pediatri stanno osservando fenomeni che prima erano praticamente rarissimi, per esempio di ragazzi che tentano il suicidio. Questo è un fenomeno che non viene preso in considerazione, come se non esistesse. Invece è molto diffuso tant’è che i neuropsichiatri sono molto preoccupati. Io ho raccolto le loro preoccupazioni e le ho tradotte in una risoluzione per chiedere al governo di tenerne conto”.

Cosa preoccupa maggiormente?
“Il dato più eclatante è che i posti letto di neuropsichiatria infantile nel nostro Paese, anche prima della pandemia, erano solo 94, un numero irrisorio. Attualmente con le richieste che sono drasticamente aumentate succede che i bambini con patologie neuropsichiatriche vengano ricoverati nei reparti di pediatria e questo, ovviamente, non consente un approccio diagnostico e terapeutico adeguato. E’ necessario prendere coscienza di questo fenomeno e dare subito risposte almeno aumentando i posti letto e la rete territoriale di ambulatori di neuropsichiatria infantile”.

Si possono destinare risorse del Recovery alla neuropsichiatria infantile?
“SI, e con i soldi del recovery queste sono le cose da fare subito poiché siamo dinanzi ad un fenomeno che non può considerarsi passeggero. Non è come con il Covid-19, non torni a casa dopo un mese di ricovero, ma ti ritrovi davanti ad un problema che durerà anni. Ci metteremo anni a recuperare. Questa è la cosa più grave che stiamo osservando e non ho visto nessuna risposta in merito, nessuno si interroga su questo?”.

La Dad e la chiusura delle scuole incidono sulle condizioni psichiatriche dei bambini?
“Noi ci dividiamo sempre in tifoserie come se si trattasse del derby Roma-Lazio: scuole aperte o scuole chiuse. E’ ovvio che le scuole bisogna aprirle in sicurezza. Il problema è come. E’ ovvio che tenere i bambini a casa comporta dei gravi disagi a loro, alla famiglia e alla società in quanto, nei prossimi anni, sconteremo una carenza di cultura. Si aggravano le disuguaglianze, chi era in difficoltà prima lo sarà maggiormente dopo. Aumenterà la dispersione scolastica e il numero di ragazzi che non sanno fare le cose a scuola. Un disastro culturale che sconteremo nei prossimi anni. Bisogna rendersene conto”.

Lei si sta occupando anche degli Istituti carcerari a pena attenuta. Ci spiega di cosa si tratta?
“C’è una mia proposta di legge in discussione in commissione Giustizia alla Camera per abolire l’Icam (istituto carcerario a pena attenuata) un posto dove ci sono mamme condannate a pene non gravi con bambini fino a tre, sei o nove anni. La legge prevede che sia possibile tenerli non in carcere con le mamme , ma in case famiglia. Il problema è che in Italia ce ne sono solo due: una a Roma e l’altra a Milano. In questa proposta di legge abbiamo approvato un finanziamento per realizzarne di nuove. Già con legge di Bilancio grazie ad un emendamento che ho presentato abbiamo appostato un milione e mezzo di euro per realizzare le case famiglia necessarie. Ora stiamo cercando di capire se il ministero ha dato seguito a quanto approvato per evitare che questa iniziativa resti solo sulla carta”.

Tornando al recovery, in che modo si può utilizzare per supportare l’infanzia?
“Attraverso una mozione sul piano infanzia chiediamo di inserire nel recovery plan un capitolo specifico che raccolga tutte le norme che ci sono. Vorremmo si cambiasse il rapporto attuale e che i bambini venissero visti come priorità e messo al centro”.

Loredana Lerose

Giornalista pubblicista, laureata in sociologia. Di origine lucana, trapiantata a Napoli da più di vent'anni, appassionata di danza, teatro, letteratura e psicologia. Scrive per il quotidiano Cronache di Napoli dal 2009.

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