Editoriale

Ho fatto il vaccino AstraZeneca e sono felicissimo

Ho ricevuto la convocazione per la somministrazione del vaccino Covid-19 nel pomeriggio del 19 marzo, proprio mentre l’Italia scioglieva le riserve sul blocco ad AstraZeneca. La richiesta di vaccinazione l’avevo fatta, dopo svariati problemi con la piattaforma, qualche giorno prima (faccio parte del corpo docente dell’Università Suor Orsola Benincasa e insegno Giornalismo e Nuovi Media alla Scuola di Giornalismo di Napoli) e – come da prassi durante la sospensione – avevo scaricato il consenso informato solo per Pfizer e Moderna.

Sono arrivato con quasi due ore d’anticipo rispetto alla convocazione al Covid Center allestito alla Stazione Marittima. Ero l’unico con così largo anticipo. Mi è sempre piaciuto prendermi i miei tempi quando ho un impegno: preferisco aspettare ma non fare tardi. Arrivato al Molo Angioino, credevo di respirare un’aria diversa. Con me in coda c’erano principalmente docenti, molti di loro pendolari. C’era voglia di ripartire. Si poteva palpare con mano. I nervi erano distesi, si scherzava, i timori sembravano essere totalmente dissipati. Insomma, una situazione meno tragica di quella che ero lecito aspettarmi dopo il marasma di informazioni piovute a pioggia in questi giorni. Soprattutto – cosa che da malpensante non credevo di poter dire – l’organizzazione in loco è stata perfetta. Non un accalcamento, nessuna fila ingestibile e nessuna attesa biblica, sedie a disposizione per le persone anziane e quei due o tre che – in barba a ogni minima regola della convivenza civile in fase Covid – fumavano senza mascherina sono stati prontamente richiamati.

All’ingresso ho dovuto compilare nuovamente i moduli di consenso allegati. De facto, AstraZeneca era tornato somministrabile e questo spaiava tutte le carte in tavola. In ogni fase dell’accettazione, da buon personale didattico, è stato dato per assunto che mi venisse somministrato AstraZeneca.

Ho tenuto per me i miei timori fino all’ingresso nel cubicolo prefabbricato, un’operazione veramente veloce e agile. Un’organizzazione praticamente tedesca, per restare in tema. Ho avuto modo di confrontarmi direttamente con la dottoressa che supervisionava la mia vaccinazione. Le ho spiegato ogni perplessità che avevo sul mio quadro clinico e la somministrazione di questo vaccino di cui ho sentito la qualunque: febbre, brividi, disorientamento, problemi di equilibrio, dolori articolari e così via. Ho parlato della mia psoriasi, delle mie allergie alimentari e di fenomeni di asma risalenti alla mia infanzia. La dottoressa si è fatta spiegare tutto e mi ha posto domande mirate. Una volta completata la veloce chiacchierata, e palesato che AstraZeneca lo potevo tranquillamente avere, ha proceduto a vaccinazione.

Ho aspettato una ventina di minuti nell’attesa di eventuali reazioni avverse in cui l’unica domanda che ho posto al personale in sala era se potessi prendere il caffé alla macchinetta allestita sul posto (per la cronaca, mi è stato sconsigliato). Non un intoppo, non un rallentamento per tutto l’iter. Sono uscito sulle mie gambe, senza nemmeno il minimo effetto collaterale.

Anzi. Lasciato l’edificio ho preso una bella boccata d’aria frizzante consapevole di aver fatto il gesto probabilmente più importante della mia vita per l’umanità, l’unico utile per sperare di ripartire. Le nubi della mattina hanno iniziato a lasciar spazio, su San Martino, a un timido sole e ho pensato che è proprio una bella giornata, la più bella da un anno a questa parte.

Al momento sto bene. Non ho acquisito nessun superpotere né sono diventato un mutante, ma di controindicazioni nemmeno la traccia. Se domani mattina mi sveglio con tre teste o con quattro braccia sarà mia premura avvisarvi su queste pagine.

Enrico Parolisi

Giornalista, addetto stampa ed esperto di comunicazione digitale, si occupa di strategie integrate di comunicazione. Insegna giornalismo e nuovi media alla Scuola di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa. Aspirante re dei pirati nel tempo libero.

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