Editoriale

Giustizia italiana, Facebook e proprietà intellettuale: siamo ancora all’anno zero

La fragilità di un sistema da troppo tempo immutato mostra tutta la sua debolezza quando si tratta di decidere su temi freschi come social, digitale e proprietà intellettuale

Il Governo Draghi ritiene centrale la riforma della Giustizia. La riforma della Giustizia è stato anche tra i motivi di scontro che hanno portato alla caduta del Conte-bis, sotto il fuoco di Italia Viva indirizzato all’ex guardasigilli Bonafede. Ed è uno dei leit-motiv anche andando a ritroso nella nostra memoria. L’Europa, che sia nel 2019 che nel 2020 ha espresso delle raccomandazioni in merito, l’ha ribadito nel momento di staccare il maxi-assegno di Next Generation EU (volgarmente chiamato recovery fund), come spiegava Felice Luca Maglione in questo articolo.

In linea di massima, stiamo inguaiati. Non solo per una lentezza atavica della macchina della Giustizia in Italia, sia essa civile o penale. La somma di ritardi nello scrivere e/o riscrivere interi codici ormai obsoleti (si pensi solo che il Codice Penale italiano – sebbene mutato – è sempre quello scritto da Rocco nel ’30 in pieno fascismo) si somma a un progresso tecnologico complesso da seguire. E che oggi, 2021, manifesta tutte le sue carenze in argomenti già di per sé complessi.

Fare causa a Facebook e la proprietà intellettuale

Mi sono imbattuto qualche giorno fa nel post di un sindacalista che prometteva fuoco e fiamme perché Facebook per la nona volta ha cancellato coattamente il suo profilo. Incuriosito dai precedenti citati dal suo avvocato, ho recuperato la decisione del Tribunale di Pordenone (2139/2018) scoprendo che nel Civile pare sia in effetti perseguibile la cancellazione di un profilo social senza giusta causa.

Ma non è questo ad aver destato la mia attenzione.

Nel procedimento, in cui Facebook è stata giudicata in contumace perché non si è proprio presentata alle udienze, c’è un passaggio estremamente preoccupante.

Stralcio della disposizone del Tribunale di Pordenone (sez. Civile) 2139/2018

Stando a ciò, sembrerebbe che lo Stato italiano ritenga libero da ogni vincolo di proprietà intellettuale tutto ciò che su Facebook e su qualsiasi altro social è disponibile gratuitamente.

Stiamo parlando di un precedente pericoloso che praticamente non tiene conto di nulla dell’attuale scenario digitale legato alla fruizione dei contenuti video. Non tiene conto delle piattaforme di video on demand che hanno modelli di ritorno del business AVOD (Advertising Video on Demand, pubblicità sul video). Non tutela i creatori di contenuti. Praticamente, non tiene conto del presente (e nemmeno del futuro).

Per fortuna non siamo in Common Law

Già, perché quello stralcio è talmente discutibile che se in Italia vigesse il common law basterebbe fare all’americana e citare la sentenza 12076/2015 Tribunale di Roma che vede contrapposto un fotografo e una testata giornalistica per cassare almeno tre paragrafi. In quel caso, la testata giornalistica avrebbe preso foto pubbliche su Facebook per pubblicarle in tre edizioni del giornale, salvo il fatto che non era stata chiesta all’autore alcuna autorizzazione.

Il Tribunale di Roma, tre anni prima di quello di Pordenone, ha ribadito l’ovvio: non si perde la proprietà intellettuale nel momento che pubblico su Facebook o Instagram un mio contenuto. Ne cedo il diritto di utilizzo alla piattaforma social, ma non ne perdo la paternità.

In questo solco si sono mossi in tanti che, in questi anni, hanno chiesto risarcimenti per utilizzo improprio di materiale fotografico o video.

Una cecità imbarazzante

Non è common law, ok, ma le disposizioni non possono contraddirsi e in questo caso sembra proprio che così accada.

Quella di Pordenone, però, dimostra anche che c’è un lavoro enorme da fare per normare una serie di comportamenti in un mondo digitale che ormai non può essere più messo in secondo piano.

Immaginate per un attimo che i giganti della TV di serie A decidano di pubblicare gli highlights di una partita in chiaro di cui hanno acquistato i diritti (a carissimo prezzo) sui loro canali social. Un qualsiasi signor pincopallo non violerebbe nulla se prendesse quel video, lo scaricasse e lo trasformasse in un’opera propria?

Quello che è accaduto con le immagini di Wimbledon è esattamente lo stesso. Non conta cosa io decida di pubblicare sui social: il materiale prodotto è mio e ne cedo l’utilizzo a una piattaforma con condizioni concordate. Nessuno dovrebbe poter aggirare queste regole, benché il Tribunale di Pordenone assolva l’azione dell’uomo.

Ma non è l’unico caso

La Giustizia italiana rincorre il digitale ed è un fatto. L’esempio appena fatto finisce nel calderone di provvedimenti dal sapore raccapezzato. L’intera legge c.d. sul cyberbullismo ne è una prova. Scritta male (lo spiegavo su Cronachedi in questo editoriale). O ancora, il reato di diffamazione che non ha ancora una fattispecie a mezzo web perché da decenni lo Stato ricorre all’equiparazione a mezzo stampa. Come se, ad oggi, essere diffamati attraverso i social network corrisponda all’essere diffamati su una cronaca locale.

Quindi sì, la riforma della Giustizia è fondamentale. Ma non solo perché lo dice l’Europa, ma perché in questo momento non siamo pronti al presente, figuriamoci al futuro.

Enrico Parolisi

Giornalista, addetto stampa ed esperto di comunicazione digitale, si occupa di strategie integrate di comunicazione. Insegna giornalismo e nuovi media alla Scuola di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa. Aspirante re dei pirati nel tempo libero.

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