Sociale

LinkedIn è pieno di narcisisti che ci fanno sentire inadeguati e dobbiamo saperci difendere

Un universo di persone felici, performanti, stabili lavorativamente ed emotivamente e con carriere di successo: il mondo magico del social per eccellenza dei professionisti nasconde "caratteristiche narcisistiche" che rischiano di impattare anche sulla nostra esperienza. A tu per tu con l'esperto Bernardo Paoli.

Digitiamo l’indirizzo, o peggio tappiamo sull’app, e veniamo travolti da un universo di persone felici, performanti, stabili lavorativamente ed emotivamente, con lunghissime descrizioni di ciò che fanno in una vita piena di successi e interessi, pronti a dispensare consigli e condividere esperienze su come siano bravi e belli: LinkedIn è anche questo. Un luogo dove potenzialmente l’umano comune può sentirsi a disagio, fuori luogo in mezzo a questa elite di gente che sa cosa dire, sa cosa fare ed è piena di coccarde che si è autoappuntata nelle loro pagine descrittive.

Questo meccanismo, in realtà, è comune a LinkedIn come agli altri social media, scopriamo con lo psicologo e psicoterapeuta Bernardo Paoli, esperto in disturbo narcisistico della personalità. Solo che, su LinkedIn, per sua stessa natura, tende a evidenziare e incentivare tale comportamento.

Dottor Paoli, cosa accade su LinkedIn? Per un comune utente sembra di guardare dalla finestra uno spettacolo fatto di successi altrui e attestati di merito autoconferiti che lo tagliano fuori. Esiste questo rischio?
“Partiamo intanto da due dati che ci arrivano dalle ricerche. Il primo è che le persone con un disturbo narcisistico, quando compilano i test psicologici che rilevano il livello di felicità personale, ottengono dei punteggi molto alti; ovvero, tendono a descrivere se stessi come straordinariamente felici. Gli psicoterapeuti, però, sanno bene che si tratta solo di una narrazione in salsa narcisistica: sentirsi superiori rispetto agli altri comuni mortali affermando di essere più felici della media. Questo non corrisponde a ciò che realmente viene vissuto, ma è ciò che loro raccontano… e se riesci a convincere gli altri, riesci anche meglio a convincere te stesso“. 

E il secondo dato?
“Il secondo dato che arriva dalle ricerche è che le persone che utilizzano molto i social pensano che gli altri siano più felici. Questi due dati testimoniano la distanza esistente fra la realtà narrata sui social e la realtà fuori dai social. Come diceva, c’è l’autoconferirsi dei titoli – è uno dei tratti caratteristici nel narcisismo, in cui la compulsione alla dominanza spinge a dichiarare di possedere più di ciò che realmente si ha, a costo anche di mentire -, lo sbandierare i successi occultando gli insuccessi, il mostrarsi più felici di quanto lo si sia davvero. In un certo senso, queste caratteristiche narcisistiche sono diventate parte integrante delle regole del gioco sui social“.

Questi comportamenti diventano un problema per chi osserva tali profili dall’esterno?
“Può non essere un problema, se una persona è consapevole che la copertina non fa il libro, e che potrebbe esserci una distanza, a volte anche abissale, tra il marketing di un prodotto e come poi il prodotto è davvero una volta che ce l’hai tra le mani”.

bernardo paoli
Lo psicologo e psicoterapeuta Bernardo Paoli

Il lavoro è sicuramente un aspetto importante della vita personale. Ma questo continuo mettere in mostra il proprio lavoro, la propria carriera e il proprio progresso e trasformarlo nel topic principale della propria comunicazione digitale è salutare per l’individuo? O nasconde aspetti su cui sarebbe necessario lavorare? 
“Faccio prima una premessa. Generalizzando, si può dire che ci sono tre modi diversi di intendere che cosa sia la felicità. Un primo modo è quello secondo cui si è felici quando si arriva, grazie al proprio lavoro, a fatturare un certo importo economico – pare che sia circa 77mila euro lordi l’anno, se uno è single – che permette di togliersi molti sfizi, di mettere soldi da parte, e di non essere angosciati se arriva una bolletta imprevista da pagare. Un secondo modo di intendere la felicità è quella di tradurla come capacità di perseguire i propri obiettivi: mi pongo degli obiettivi e riesco a raggiungerli. In questo caso non si tratta solo di obiettivi economici ma, più in generale, di obiettivi di vita, e anche di meta-obiettivi. Il meta-obiettivo è l’obiettivo degli obiettivi, un obiettivo di secondo livello; in altre parole, il senso della propria vita, quello scopo alto, come lo chiamava George Bernard Shaw, per cui spendere la propria esistenza. E poi c’è un terzo modo di intendere la felicità, che corrisponde a una felicità senza condizioni. In quest’ultimo caso l’idea è che se dici: ‘Sarei felice se… fossi ricco/ fidanzato/ laureato/ con tanti amici/ etc.’ ti stai già precludendo la possibilità di essere felice. Nel qui e ora, invece, hai già tutto ciò che ti serve. Scrive Seneca: ‘Non si è mai infelici solo per il presente’. Personalmente ritengo che tutte e tre questi modi di intendere la felicità siano validi, ma solo se perseguiti tutti insieme: sia l’arrivare a una buon livello economico, perché l’autonomia economica sta alla base dell’autonomia morale; sia l’aver sviluppato buone capacità di problem solving, e aver ben definito qual è il senso della propria vita; sia, infine, il sapersi godere il presente per quel che è”. 

Certo, non è semplice…
“Ho fatto questa lunga premessa per dire che l’equilibrio psicologico richiede sempre la presenza di due poli opposti, da mantenere attivi e in tensione: sia riuscire a produrre soldi, che impostare la propria vita su valori che prescindano dai soldi; sia crearsi delle sicurezze, che saper vivere senza sicurezze; sia avere la capacità di perseguire con successo degli obiettivi, che godersi la totale assenza di obiettivi da raggiungere. Rispondendo quindi alla domanda, se una persona pone sempre l’accento su uno solo dei due poli – come, ad esempio, il successo nella propria carriera – è come se pianificasse di voler sempre camminare su una gamba sola“.  

Ma è vero che sui social più che comunicare ci ‘parliamo addosso’? E se sì, perché?
Pubblichiamo sui social se riceviamo approvazione; se non fosse così, non pubblicherebbe nessuno. Se parlarsi addosso porta ad avere un certo seguito, chi si parla addosso continuerà a farlo. Per questo il vero potere sta nelle mani di chi compra il biglietto: di chi mette un like, scrive un commento e segue un influencer, perché è dalla parte di chi applaude. Poi, a chi pubblica i contenuti va ricordato che, per una piccola mente, gli applausi sono un fine; mentre per una grande mente sono solo un invito a proseguire”.

Come un utente può avere un approccio umanocentrico alla comunicazione social? 
“Offrendo solo il meglio di ciò che si ha, e vivendo la pubblicazione dei propri contenuti come un servizio per gli altri“.

Enrico Parolisi

Giornalista, addetto stampa ed esperto di comunicazione digitale, si occupa di strategie integrate di comunicazione. Insegna giornalismo e nuovi media alla Scuola di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa. Aspirante re dei pirati nel tempo libero.

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