Sociale

Salute mentale, la grande assente dal PNRR: aumentano i disturbi, ma non ci sono risorse

Dopo la pandemia sono aumentati i livelli di i livelli di ansia, depressione e stress negli italiani. E il Coordinamento nazionale direttori dei Distretti di Salute Mentale denuncia: la salute mentale passa da "da cenerentola del Servizio sanitario nazionale a fantasma nel Pnrr che neanche la menziona".

La grande assente dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è la salute mentale: è quanto denuncia il Coordinamento nazionale direttori dei Distretti di Salute Mentale (DSM) italiani, che ha riunito a Roma per la V Conferenza nazionale l’80% dei direttori dei 123 Dsm territoriali, in rappresentanza di 25mila operatori tra psichiatri, neuropsichiatri infantili e dell’adolescenza, psicologi, infermieri, assistenti sociali e terapisti della riabilitazione psichiatrica, che hanno in carico quasi 1 milione di pazienti.

In altre parole, sebbene il PNRR assegni 15,63 miliardi alla Missione 6 – Salute, nel testo la salute mentale passa da “da cenerentola del Servizio sanitario nazionale a fantasma nel Pnrr che neanche la menziona”. Un pericolo, questo, per la salute dei cittadini, sempre più provati psicologicamente da disturbi di ansia sociale dopo due anni di congiuntura pandemica e, oggi, anche a causa dell’imperversare del clima di incertezza causato dalla guerra fra Russia e Ucraina.

Lo scenario di riferimento

I dati parlano chiaro: secondo la ricerca condotta dall’Istituto Superiore di Sanità, in Italia, durante il lockdown della primavera 2020, l’88,6% delle persone sopra i 16 anni ha sofferto di stress psicologico e quasi il 50% di sintomi di depressione. Situazioni che, se non affrontate in tempo, possono cronicizzarsi ed innescare disturbi di diverso tipo.

Se si guarda ai numeri, in sintesi, il quadro è il seguente:

Stress psicologico:

– l’88,6% del campione ha lamentato sintomi di stress psicologico, più frequente nelle donne (il 63% di chi ha avuto il sintomo era donna), nei disoccupati e in chi non praticava attività fisica.

Depressione:

– metà dei soggetti hanno sofferto di sintomi depressivi moderati (il 25,5%) o gravi (il 22%)
– le giovani donne hanno mostrato una maggiore comparsa di sintomi gravi
– le persone che vivevano in case multifamiliari o in monolocali senza giardino hanno mostrato una maggiore comparsa di sintomi gravi o moderati
– essere studente, pensionato, disoccupato o casalinga ha mostrato essere una condizione predisponente a di sintomi gravi
– l’attività fisica si è mostrata un fattore protettivo contro i sintomi depressivi più gravi.

Disturbo da stress post traumatico:

– la prevalenza di effetti moderati o gravi è stata rispettivamente del 5,6% e del 17,7%
– i sintomi più gravi hanno interessato soprattutto le donne, i più giovani e chi viveva in appartamenti multifamiliari.

Abitudini alimentari:

– l’analisi generale dei consumi alimentari riferiti non ha mostrato differenze tra i gruppi di popolazione – il consumo di verdure e legumi è stato significativamente più basso nei partecipanti che hanno sviluppato stress psicologico
– i partecipanti con sintomi depressivi moderati o gravi consumavano latticini, frutta e verdure con minor frequenza; al contrario assumevano cibi ricchi di zuccheri e grassi con maggior frequenza.

In altre parole, lo studio mostra che i livelli di ansia, depressione e stress, misurati durante il periodo di lockdown, sono risultati superiori a quelli stimati nella popolazione generale prima dell’emergenza sanitaria. Analisi più approfondite hanno evidenziato che la giovane età, la presenza di un familiare con sintomi, i problemi finanziari e la solitudine sono i principali determinanti degli stati ansiosi e depressivi e dei livelli di stress percepito superiori alla norma.

Vi è stata, dunque, un’emergenza silenziosa nel corso della pandemia: quella legata alla salute mentale, un argomento spesso poco discusso, che passa in sordina, ma che riguarda migliaia di italiani. Ma dopo due anni di pandemia ed emergenza sanitaria, quando finalmente il mondo iniziava a tirare un sospiro di sollievo, la notizia dello scoppio della guerra fra Russia e Ucraina ha lasciato atterriti gli abitanti dell’Eurozona e non solo.

Il peso psicologico, spesso silente, dello questo scenario di devastazione e violenza che incombe sulle vite di ognuno va affrontato prima che sia troppo tardi e la normale ansia e preoccupazione diventi qualcosa di più.

I fondi (mancati) per la salute mentale

Alla luce della situazione attuale, è scattato l’allarme del Coordinamento:

“La salute mentale degli italiani – affermano Giuseppe Ducci, portavoce del Coordinamento nazionale direttori dei Dsm italiani, con Massimo di Giannantonio ed Enrico Zanalda, co-presidenti della Società italiana di psichiatria (Sip) – è stata letteralmente travolta da guerra e pandemia che hanno moltiplicato esponenzialmente il disagio psichico, in un mix esplosivo tra pericolo clinico e incertezza sociale che ha portato a un aumento di patologie psichiatriche gravi (+30% negli adolescenti di disregolazione emotivo-affettiva, autolesionismo, violenza, uso di sostanze, depressione; +70% di disturbi del comportamento alimentare nei minori), delle persone bisognose di cure, come i migranti forzati, e dell’abuso di sostanze, da cannabis a cocaina”.

Eppure ad oggi, “nonostante l’Italia con la rete dei Dsm rappresenti un modello per la salute mentale di comunità a cui lo stesso Pnrr si ispira senza dichiararlo“, il Paese si attesta “nelle ultime posizioni in Europa per percentuale della spesa sanitaria investita in questo ambito“, sottolineano gli esperti che parlano di “baratro risorse“.

Cosa sta accadendo, dunque?

“Nessun fondo – segnala Ducci – è previsto per la salute mentale nel Pnrr, che ad essa non fa nessun riferimento e assegna 15,63 miliardi (Missione 6, Salute) alla sanità, a interventi, soprattutto strutturali, per la creazione di Case della comunità, Ospedali di comunità, Centrali operative territoriali e telemedicina, innovazione tecnologica e digitalizzazione del Servizio sanitario nazionale. Appare de tutto evidente che il rischio è quello di avere servizi nuovissimi, ma vuoti e quindi inutili e dunque una ‘rapina’ dal Governo di risorse umane ai danni dei Dsm, afflitti da una riduzione progressiva sempre più grave di personale, per i mancati turnover, specialmente dei medici”.

Dipartimenti di salute mentale che potrebbero diventare “scatole vuote”, senza le necessarie risorse umane:

“L’invisibilità della salute mentale per la classe politica italiana – incalza il portavoce del Coordinamento direttori Dsm italiani – va braccetto con il fatto che, nonostante la Conferenza Stato-Regioni abbia fissato al 5% la quota destinata alla salute mentale del Fondo sanitario nazionale, fissato per il 2022 in 122 miliardi di euro, la media di stanziamento effettivo delle Regioni è del 3,3%. In questo ambito, i fondi aggiuntivi destinati al rafforzamento dei Dipartimenti di salute mentale sono in tutto 60 milioni, ma tra questi sono compresi circa 30 milioni per il voucher psicologico, che è solo una mancia per la salute mentale – ribadisce – non condivisibile, perché non crea un ammortizzatore socio-sanitario in grado di attutire nel breve e nel lungo termine i contraccolpi subiti dalla salute mentale”.

A proposito del bonus per l’assistenza psicologica: dopo la bocciatura nella legge di bilancio a dicembre, la proposta è stata inserita all’interno del decreto Milleproroghe con circa 20 milioni di euro di risorse, suddivise in 10 milioni di euro per il potenziamento delle strutture sanitarie e 10 milioni di euro per i contributi individuali alle persone. E, si stima, potrà riguardare circa sedicimila beneficiari: una goccia nell’oceano, di cui oggi ancora non si ha contezza e dettaglio.

“I direttori dei Dsm italiani – conclude Ducci – chiedono quindi il coinvolgimento pieno e qualificato nelle azioni previste nel Pnrr per tutte le attività in diretta relazione con i Servizi di salute mentale sul territorio e, in particolare, l’inserimento dei centri di salute mentale e di tutti i servizi di accoglienza dei Dsm in ogni Casa della Comunità. Infine, ribadiscono la necessità di dotare i Dsm di adeguate risorse per sopperire alla carenza di personale e svolgere tutti questi compiti”.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Condirettore di FMag.it

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Back to top button