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Figli del grembo paterno. Perché il cognome materno è ancora un tabù in Italia

Il punto, quindi, è ottenere il diritto paritario di scegliere quale cognome dare alle generazioni future, di avere la possibilità di scrivere una storia genealogica che abbia le tracce di padri e madri. O anche solo di madri, con il cognome materno.

Prendo in prestito parte del titolo dell’ultimo libro della scrittrice Chiara Gamberale – che neanche a farlo apposta indaga il legame fra padre e figlia – per affrontare la questione del cognome materno, un tema che nell’anno domini 2022 in Italia ha tutte le sembianze di un vero e proprio tabù socio culturale ancora persistente.

Sebbene sia notizia delle ultime ore che in Senato, presso la seconda Commissione Giustizia, sia stato avviato l’iter di esame delle proposte di legge per l’attribuzione diretta ai figli del cognome materno, ancora una volta sembra che l’Italia viaggi lontana anni luce dalla parità sostanziale fra i diritti di uomini e donne, padri e madri. Un riflesso che condiziona le vite e le storie di ognuno di noi, vincolati già dalla nascita ad un retaggio patriarcale diffuso e cristallizzato, che ha l’effetto di cancellare le tracce delle madri per assicurare i figli alla storia e alla tradizione del cognome paterno, rendendoci di fatto figli di quel grembo.

Vincolati da una concezione arcaica del Diritto di Famiglia – cui ricordiamo, solo nel 1975 è stato riformato abolendo il concetto di “patria potestà” nei confronti dei figli in favore dell’uguaglianza sostanziale fra marito e moglie – a distanza di poco più di quarant’anni la situazione ancora stenta a cambiare.

E se per la generazione dei boomer e dei baby boomer poteva ancora essere scontato che sia “il figlio maschio” a tramandare il cognome, assuefatti dalle consuetudini, per noi millennials e per la generazione Z non è detto che debba ancora andare così. Il punto, quindi, è ottenere il diritto paritario di scegliere quale cognome dare alle generazioni future, di avere la possibilità di scrivere una storia genealogica che abbia le tracce di padri e madri. O anche solo di madri, con il cognome materno.

La situazione in Italia sul cognome materno

Chiariamo subito un punto: in Italia oggi non è del tutto impossibile dare al figlio appena nato il cognome materno, ma nella maggior parte dei casi è subordinato a quello dell’uomo o ad una sua oggettiva mancanza.

L’Art. 262 del Codice Civile, infatti, afferma che

Il figlio [naturale] assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Se il riconoscimento è stato effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori il figlio [naturale] assume il cognome del padre. Se la filiazione nei confronti del padre è stata accertata [269 ss.], o riconosciuta [250] successivamente al riconoscimento da parte della madre, il figlio [naturale] può assumere il cognome del padre aggiungendolo o sostituendolo a quello della madre”.

Parliamo, pertanto, di casi “limite” del padre sconosciuto, non presente o che non riconosce la prole. Infatti, secondo il Ministero degli Interni il cognome materno segue, ad oggi, queste regole:

  • può essere dato insieme a quello paterno, ma il cognome della madre segue quello del padre;
  • può essere dato se la madre non sa chi è il padre biologico del bambino;
  • al bambino non possono essere dati più di due cognomi. Ciascun genitore – nel caso di cognome composto – potrà quindi trasmettere un solo elemento a sua scelta. l genitori decidono, altresì, l’ordine di attribuzione;
  • la scelta viene fatta una tantum e applicata a tutti i figli nati o adottati successivamente;
  • se non c’è accordo tra i genitori, la Corte può decidere di dare al bambino il doppio cognome in ordine alfabetico.

Un sistema burocratico e culturale in qualche modo schiacciante verso la parità di genere che determina una situazione per cui il cognome materno può semplicemente seguire a quello del padre, se i partner sono concordi. Per cui, senza accordo, non c’è diritto né ombra del grembo materno. E ad oggi la letteratura giuridica non indica in caso di doppio cognome quale a sua volta sarà trasmesso ai figli di seconda generazione, supponendo che – per l’obbligo di non superare i due cognomi – si preferisca sempre quello paterno, elidendo (ancora una volta) il cognome materno.

Neanche a dirlo, il nostro Paese è fanalino di coda in Europa.

Lo stato dell’arte sul cognome materno

Non sono mancate, nel corso degli ultimi trent’anni, disquisizioni in tribunale sull’argomento di cui sono pieni gli archivi. Quarant’anni fa, il celebre caso di Iole Natoli, attivista, pittrice e giornalista di Palermo che fu la prima, nel 1980, a battersi per far avere alle figlie anche il cognome materno. Ma, ancora oggi, come dicevamo all’inizio, una legge in Italia precisa in merito non c’è.

“Il Codice Civile sancisce solo che ogni persona ha diritto al nome che le è per legge attribuito” dichiarò la Natoli all’epoca. E definì “il cognome patrilineare [come] il burqa culturale delle donne. Iole Natoli ha sempre portato avanti la battaglia per il riconoscimento del cognome materno, spiegando come “l’attribuzione del solo cognome paterno risulti lesiva della dignità sociale della donna e della sua posizione di madre”.

La questione continua a trascinarsi a suon di petizioni, proposte di legge e appelli che non sembrano risolvere la situazione. Come spiega egregiamente sul Messaggero nel novembre scorso Franca Giansoldati,

“Solo nella attuale legislatura ci sono ben otto proposte parlamentari in giacenza, collocate su un binario morto. La prima è stata presentata da Laura Boldrini il 23 marzo 2018 e l’ultima da Simona Malpezzi il 10 giugno di quest’anno. Nel mezzo ci sono le altre proposte a firma di Renate Gebhard, di Julia Unterberger, di Laura Garavini, di Fabiana Dadone, di Alessandra Maiorino, di Paola Binetti. Senatrici e deputate appartenenti a diversi partiti (dal Pd a Forza Italia, dal Sudtiroler, ai Cinquestelle). Tre proposte sono ferme alla Camera e cinque al Senato e nessuna è mai stata avviata alla discussione in Commissione Giustizia, né è stata concretizzata in un testo unificato per approdare in Aula”.

Ma ieri c’è stato un segnale nuovo: le proposte sono arrivare in Commissione Giustizia al Senato. Finalmente.

Cosa deciderà il Senato?

E’ ancora presto per sapere come andrà la discussione in Senato, ma un timido passo avanti sembra esser stato fatto. La senatrice Pd Valeria Fedeli, coordinatrice dell’intergruppo in Senato sul cognome materno, ieri ha scritto:

“A ormai 6 anni dalla pronuncia della Corte costituzionale, che anche nel 2021 era tornata a sollecitare il legislatore in merito, è iniziato oggi in Parlamento l’iter per il riconoscimento del diritto al cognome materno. Si tratta di un primo passo fondamentale”.

“La Commissione giustizia del Senato ha infatti avviato la discussione sui disegni di legge depositati in materia, tra cui quello presentato dal Partito Democratico a prima firma Malpezzi. Una battaglia civile e politica portata avanti dentro e fuori le sedi istituzionali, trasversale agli schieramenti, tanto che in Senato si è da tempo costituito un intergruppo di senatrici di tutte le forze politiche, che fa ben sperare nella possibilità di arrivare al più presto a un testo unificato da approvare prima possibile e comunque entro questa legislatura”.

Questa scelta di civiltà, che riguarda sia il diritto dei minori all’identità, che è trasmessa anche dal cognome materno, che il principio dell’uguaglianza giuridica e morale tra uomo e donna e quindi tra coniugi e genitori, richiede infatti, per diventare concreta, una modifica legislativa per permettere di attribuire a figlie e figli sin dalla nascita anche il cognome della madre e quindi la possibilità per le figlie e per i figli di essere identificati sin dalla nascita anche con il cognome della madre”.

Forse, finalmente, anche l’Italia può avere la possibilità di superare questa disparità legislativa, attribuendo parità al grembo materno e a quello paterno. E a rendere le generazioni future figli di genitori liberi dal patriarcato, consapevoli di avere a portata di mano una scelta: quella di scrivere la genealogia delle proprie famiglie, scevri da ogni condizionamento.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Condirettore di FMag.it

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