IntervisteImpresa e Startup

Arrigo Panato: “Adesso la sfida per le imprese è innovare e cambiare mentalità”

"La tecnologia è uno straordinario abilitatore capace di rivoluzionare modelli di business. La partita però oggi, ne sono sempre più convinto, si gioca sul lato della leadership ed organizzativo. Dobbiamo tornare tutti a rimetterci in gioco"

Cosa serve alle imprese italiane per affrontare la ripresa post pandemica? Quali sono le skill irrinunciabili per restare competitivi sul mercato e quanto conta uscire dall’ecosistema italiano e aprirsi all’internazionalizzazione? La redazione di F-Mag ha rivolto queste domande ad Andrea Arrigo Panato, Dottore Commercialista e Revisore Legale dello studio omonimo, che negli anni ha maturato una particolare esperienza nella gestione ordinaria e straordinaria d’impresa, occupandosi in particolar modo di valutazioni d’azienda e operazioni di finanza straordinaria e risanamento aziendale.

Dottor Arrigo Panato, che clima c’è per le imprese in Italia nella congiuntura post pandemica?
“La ripresa c’è, mi pare innegabile. Le PMI Italiane sono ripartite (in molti casi possiamo dire che non si sono mai fermate). Se da un lato ci aspettiamo che la crescita del PIL sia sostenuta dal PNRR e dall’Europa, dall’altra assistiamo ad alcune criticità che vanno monitorate: scarsità di materie prime, caro logistica, inflazione.

Oggi la grande sfida riguarda i territori su cui insiste il Made in Italy. Non è facile dire se saranno in grado di attrarre talenti ed attrarre capitali. È una sfida complessa per il Paese, sicuramente una grande opportunità per quelle imprese innovative e dinamiche capaci di cavalcare il cambiamento”.

Lei è esperto in valutazione di impresa, di startup e di “restartup” (da cui l’omonimo libro), ossia del tornare a pensare come reinventare l’impresa e il settore di riferimento. Cosa occorre, quindi, per restare competitivi sul mercato?
“Nel mio libro “Restartup” provo a sintetizzare le caratteristiche dell’impresa dinamica, capace di crescere affrontando la discontinuità sia aziendale che familiare: consapevolezza di dover testare la validità del business model; forte tensione ad operare all’interno di una filiera di qualità (internazionale); consapevolezza di dover definire la dimensione minima per competere; apertura del capitale a nuovi soci ed investitori; velocità di esecuzione per competere; competenze interne ( dati) ed un forte bisogno formativo e consulenziale; innovazione di prodotto o di processo (open innovation, Industry 4.0, ecc); forte attenzione alla selezione e gestione dei talenti; capacità di affrontare per tempo il passaggio generazionale; partnership con Università e centri di ricerca.

Il mio Studio ed io da tempo ci interroghiamo sul percorso che le imprese (e specularmente noi professionisti) devono intraprendere per tornare a crescere. Da queste riflessioni è nato un servizio di advisory che aiuta le imprese ad affrontare le discontinuità strategiche e familiari per tornare a crescere”.

Quanta vivacità c’è in Italia termini di idee ed innovazione e quanto, secondo lei, queste trovano realmente spazio nelle varie misure del Governo?
“In Italia manca un mercato realmente concorrenziale e per conseguenza manca un vero premio all’innovazione per l’imprenditore che ha il coraggio di cambiare il modello di business della sua impresa. Non a caso le imprese che crescono maggiormente sono quelle che si rivolgono al mercato internazionale.

Mancando il mercato, lo Stato cerca di sopperire mediante incentivi ed agevolazioni che sono sicuramente strumenti molto potenti per chi ha ben chiara la propria strategia aziendale, con il rischio però di creare distorsioni nel mercato interno.

Detto questo vedo nei prossimi mesi sempre più una realtà imprenditoriale polarizzata: da una parte, le imprese più sane finanziariamente e ben gestite, capaci di investire e di sfruttare gli incentivi, correranno; dall’altra, le imprese incapaci di ridisegnare il proprio progetto aziendale e con le conseguenti difficoltà economiche che si troveranno sempre più in crisi.

La sfida del Paese e di tutti noi si giocherà sul rendere contendibili queste ultime favorendo la crescita dimensionale delle nostre PMI e operazioni di M&A anche su realtà di piccole dimensioni”.

Ma l’innovazione, oggi, si può pensare in termini non solo tecnologici o digitali: potrebbe servire un nuovo modo di fare impresa, con differenti principi ispiratori da cui partire, per essere parte dell’ecosistema globale?
“La tecnologia è uno straordinario abilitatore capace di rivoluzionare modelli di business. La partita però oggi, ne sono sempre più convinto, si gioca sul lato della leadership ed organizzativo. Dobbiamo tornare tutti a rimetterci in gioco. Spesso in Italia l’innovazione c’è. È il mercato capace di comprare questa innovazione che manca. Per questo, e non solo, è necessario inserirsi in ecosistemi più ampi”.

Lei è ambassador del programma Accelerate Italy, che porta le startup italiane a Boston: quanto può essere attraente questa prospettiva e perché è importante puntare anche sull’internazionalizzazione?
La missione di Accelerate Italy consiste nel far dialogare le startup italiane (ma non solo, anche PMI capaci di crescere e scalare) con fondi di investimento, investitori e più in generale con l’ecosistema dell’innovazione di Boston.

Ho deciso di accettare la proposta di Andrea Ridi di diventare Ambassador per diversi motivi: è un progetto creato da un imprenditore che ha fatto una exit importante negli USA. Questa a mio parere è la garanzia più importante; non si vende formazione ed il programma è assolutamente gratuito; è composto da imprenditori, innovatori, investitori e, come nel mio caso professionisti, uniti da un unico obiettivo: aiutare l’Italia a creare un ambiente fertile per lo sviluppo delle startup e delle imprese innovative, fornendo una piattaforma per favorire il confronto di idee, la condivisione di conoscenze, talenti e risorse.

Aprirsi ad un ecosistema più grande ed evoluto è indispensabile per nostre imprese e per noi professionisti. Favorisce anche un cambio di mentalità e ci aiuta a vincere la tentazione dell’alibi. Frequentare gli amici di Accelerate Italy mi sta insegnando a cercare i motivi per collaborare insieme più che i motivi per non farlo. Sembra una sciocchezza ma il cambio di approccio non può far che bene ad un Paese fin troppo individualista come il nostro”.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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