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La questione afghana vale più dei pregiudizi sull’Islam

"L’Islam è la seconda religione d’Italia per diffusione e il sunnismo la seconda confessione dopo il cattolicesimo: è come ammettere di non sapere nulla del proprio vicino di casa"

L’Islam è l’altra metà del mondo. Ne abbiamo avuto consapevolezza, in tempi di pace, in occasione della liberazione della cooperante Silvia Romano e la successiva conversione all’Islam con il nome Aisha. In quell’occasione, tra voyeurismo giornalistico spicciolo e rigurgiti di ignoranza su hijab, niqab e burqa, è stato evidente quanto gli italiani del mondo musulmano non sanno molto. Anzi, quasi niente.

donnearabe | F-Mag La questione afghana vale più dei pregiudizi sull'Islam
Una semplice infografica, per fare chiarezza

Nell’occasione, un’indagine del Pew Research Center datata 2018 fotografava gli italiani in maniera impietosa: tra i 15 Paesi europei al centro della ricerca, i connazionali risultano quelli con maggiori pregiudizi verso ebrei e musulmani ma che – soprattutto – autodichiarano di non sapere niente o quasi di Islam (3 intervistati su 4 lo ammettono candidamente e pure sul quarto io avanzo qualche dubbio).

Ed è assurdo, considerando che l’Islam è la seconda religione d’Italia per diffusione e il sunnismo la seconda confessione dopo il cattolicesimo: è come ammettere di non sapere nulla del proprio vicino di casa, in pratica ammettere di non guardare oltre il proprio recinto.

Afghanistan e Islam, la storia si ripete

Con la presa di Kabul da parte dei taleban la storia si ripete. Non perché la situazione non desti comunque estrema preoccupazione – e le immagini che arrivano dall’aeroporto della città afghana ne sono riprova evidente – ma per quel carico di ignoranza che accompagna buona parte delle nostre interazioni social e prese di posizione sull’Islam, generando ancora più confusione.

Non parliamo, in questa sede, di fake o simili come l’improbabile bandiera taleban issata sul Palazzo del Governo che è un evidente fotomontaggio ma che è stata presa per buona da siti d’informazione italiani (anche autorevoli). Non parliamo nemmeno delle due foto a confronto della corrispondente della CNN Clarissa Ward che con l’avvento dei taleban sarebbe passata dal look occidentale all’abbaya (fatto smentito in parte dalla stessa giornalista che ha sì spiegato che prima in pubblico copriva solo i capelli, ma che in strada lo ha sempre fatto come forma di rispetto per il credo del luogo).

È proprio questo il punto. Quello tra parentesi. L’integralismo islamico e la Shari’a (la legge islamica) in questo calderone di commenti sono confusi e mescolati in una nuova infodemia che non permette al lettore – ignorante, ed è un suo imprescindibile diritto quello di ignorare, altrimenti non avrebbe bisogno di chi lo informa – di comprendere bene i paletti entro i quali ci stiamo muovendo.

La restaurazione della Shari’a non è prerogativa della conquista talebana dell’Afghanistan e la legge islamica è diffusa in gran parte del mondo musulmano. Quel mondo musulmano ogni giorno si relaziona con noi. Si veda l’Arabia Saudita, che ospita ad esempio la nostra Supercoppa di calcio e di cui alcuni esponenti politici dei nostri (si legga Matteo Renzi) vantano amicizie importanti con gli sceicchi del posto. In Arabia Saudita vige la Shari’a e il percorso per l’emancipazione delle donne intesa come nel mondo occidentale, sebbene iniziato, è ancora frenato da uno zoccolo duro integralista e resistente.

In Arabia si uccide ancora per onore, come dimostrerebbe la storia di Hadeel Alharthi, che il fratello avrebbe ucciso per un account TikTok. Secondo Amnesty International “le donne e le ragazze saudite hanno continuato a subire discriminazioni nella legge e nella prassi, senza essere sufficientemente protette da abusi sessuali e altre forme di violenza”. Questo nonostante le condizioni della donna siano migliorate e in trend positivo da qualche anno in Arabia e nonostante la donna possa accedere a istruzione (il 70 percento delle arabe è laureata), ruoli pubblici e politici (il 20 percento dei parlamentari è donna). Un controsenso, se si pensa che poi per compiere alcune attività come uscire di prigione o sottoporsi a un intervento chirurgico, le donne devono avere il consenso di un “mahram”, un familiare uomo.

La questione del tutore è ancora più stringente nel vicino Qatar, Paese scelto per ospitare i prossimi mondiali di calcio, che un recente rapporto di Human Rights Watch sintetizza così: ““Il sistema di tutela maschile incoraggia violenza e soprusi e lascia alle donne pochissime occasioni per sfuggire ad una famiglia o ad un marito oppressivi”.

Negli Emirati Arabi Uniti Dubai, Abu Dhabi e gli altri Emirati declinano ognuno la loro Shari’a (esiste una legge federale e una legge locale) ma rispondono comunque alla legge in un tribunale molto occidentale nell’aspetto. Tanto da essere protagonista di una serie TV, Justice (la trovate anche su Netflix) in cui la protagonista è un’avvocatessa che al ritorno dagli Stati Uniti decide di mettersi in proprio e non proseguire la carriera nello studio del padre, brillante avvocato emiratino.

Gli EAU, che forse sono il più occidentale dei Paesi arabi in tal senso, peccano ancora in parecchie cose per quelli che noi occidentali assumiamo come diritti umani imprescindibili (l’omosessualità è ancora un reato, è ancora punibile con la pena di morte anche se – anche in questo caso – il trend sembra in inversione). Ciò non ha vietato all’Occidente di organizzare negli Emirati Arabi Uniti la prossima Esposizione Universale. E non ha vietato a tantissime realtà finanziare ed economiche di stringere accordi con gli sceicchi.

Questo per dire che la questione diritti non è prerogativa di una vittoria talebana in Afghanistan. Non sorprende, infatti, che il regime del terrore che ha fatto storia si presenti alla presa di Kabul annunciando un Islam moderato e diverso rispetto a quello raccontato e temuto. Quasi a voler rispondere ai timori dell’Occidente. Certo è che ricondurre la sconfitta internazionale tutta al ritorno del burqa in Afghanistan tradisce una banalizzazione dell’altra metà del mondo, e una sorta di inconsapevole ipocrisia nel voler scegliere quale diritto violato merita maggiore attenzione e risalto. Ogni essere umano è importante, e non esistono deroghe geografiche per motivi economici.

Enrico Parolisi

Giornalista, addetto stampa ed esperto di comunicazione digitale, si occupa di strategie integrate di comunicazione. Insegna giornalismo e nuovi media alla Scuola di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa. Aspirante re dei pirati nel tempo libero.

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