Sociale

Papa Francesco: “No alla schiavitù del lavoro. Un’economia diversa è possibile”

Un messaggio potente da Papa Francesco sul lavoro “non lavoro”, il lavoro che diventa sfruttamento, negazione di diritti, oblio della vita e della dignità stessa è apparso questa mattina su La Stampa. L’occasione è data dallo scrittore Maurizio Maggiani che, in una lettera dello scorso primo agosto, aveva denunciato di aver scoperto che i suoi libri sono stampati sfruttando il lavoro nero e schiavizzante di cittadini pakistani. E aveva chiesto a se stesso, al Papa e ai lettori: “vale la pena produrre la bellezza grazie agli schiavi?”.

“Lei non pone una domanda oziosa, perché in gioco c’è la dignità delle persone, quella dignità che oggi viene troppo spesso e facilmente calpestata con il ‘lavoro schiavo’, nel silenzio complice e assordante di molti” risponde Papa Francesco in prima battuta.

L’appello di Papa Francesco a non girarsi dall’altra parte

Il coraggio dello scrittore di lanciare un allarme – questa volta ascoltato, innescato come una scintilla che ha liberato una forza poderosa tanto da valicare gli spazi della carta stampata – ha dato luogo ad un altro tipo di audacia: quella di un Papa, da sempre considerato più vicino alle persone, che si schiera fortemente dalla parte dei diritti umani. Non è scontato, non era per forze di cose dovuto. E Papa Francesco lo fa con parole che travalicano anche il senso della fede e diventano politica, democrazia, stato sociale, pretesa, cultura, cura del prossimo.

Persino la letteratura, pane delle anime, espressione che eleva lo spirito umano – scrive Papa Francesco – è ferita dalla voracità di uno sfruttamento che agisce nell’ombra, cancellando volti e nomi. Ebbene, credo che pubblicare scritti belli ed edificanti creando ingiustizie sia un fatto di per sé ingiusto. E per un cristiano ogni forma di sfruttamento è peccato. Ora, mi domando, che cosa posso fare io, che cosa possiamo fare noi? Rinunciare alla bellezza sarebbe una ritirata a sua volta ingiusta, un’omissione di bene. La penna, però, o la tastiera del computer, ci offrono un’altra possibilità: quella di denunciare, di scrivere cose anche scomode per scuotere dall’indifferenza, per stimolare le coscienze, inquietandole perché non si lascino anestetizzare dal «non mi interessa, non è affare mio, cosa ci posso fare se il mondo va così?». Per dare voce a chi non ha voce e levare la voce a favore di chi viene messo a tacere”.

Credenti o meno, questa non è una questione di fede e non è un fatto scontato: una presa di posizione così forte dal Pontefice è una cassa di risonanza potente, che vibra portando con se una missiva fastidiosa, disturbante, scomoda ma reale, che toglie il velo – ancora una volta – allo sfruttamento globalizzato dei lavoratori che si ripercuote nelle nostre società.

“Ma denunciare – avvisa il Pontefice – non basta. Siamo chiamati anche al coraggio di rinunciare. Non alla letteratura e alla cultura, ma ad abitudini e vantaggi che, oggi dove tutto è collegato, scopriamo, per i meccanismi perversi dello sfruttamento, danneggiare la dignità di nostri fratelli e sorelle. È un segno potente rinunciare a posizioni e comodità per fare spazio a chi non ha spazio. Dire un no per un sì più grande. Per testimoniare che un’economia diversa, a misura d’uomo, è possibile. Questi sono – conclude Papa Francesco – i pensieri che mi vengono dal cuore. Le sono fraternamente grato per aver attirato la mia attenzione su un grave problema dei nostri giorni, grazie per la sua denuncia costruttiva! E grazie a quanti fanno rinunce buone e obiezione di coscienza per promuovere la dignità umana”.

Un messaggio commovente, onesto, che invita ad una riflessione corale: quanto siamo responsabili rispetto al mondo di cui siamo cittadini? Un pensiero solidale, che si ostina a non girarsi dall’altra parte e a guardare il problema dritto negli occhi. La speranza che ci resta è che anche nelle sfere alte del Potere – in Italia e nel mondo – si faccia qualcosa per cambiare rotta e restituire alle persone diritti e dignità.

Ma il cambiamento parte anche da noi: “resistenza” e “cambiamento” è anche non guardare altrove e chiedere alla Politica di guardare ai problemi reali, alle dignità negate, alle condizioni deplorevoli che permettono a stento di sopravvivere.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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