Interviste

Sharenting: quando condividere il proprio figlio sui social diventa un problema?

Il suo nome è sharenting ed è un termine che iniziamo a sentire con sempre maggiore frequenza. Sempre più in linea con il concetto di on-life, in cui vita reale e digitale si sovrappongono, madri e padri dei nostri giorni digitalmente connessi postano storie e foto pregne d’orgoglio genitoriale dei propri figli: risultati conseguiti, bellezza, virtù da elogiare pubblicamente. Sharenting unisce i termini sharing (condivisione) e parenting (genitorialità) per indicare, appunto, la condivisione costante sui social media di immagini dei propri figli. Un atteggiamento comune tanto ai millennial che iniziano a mettere su famiglia ché alla generazione X che non è propriamente nativa digitale, che condividono piattaforme come Facebook e Instagram, piattaforme da dove i propri pargoli spesso scappano proprio per reclamare i propri spazi.

Ma quando questo comportamento diventa un problema? Al netto di quanto alcune importanti realtà come Save the Children ricordano (quanto pubblicato dai genitori negli anni di fatto inizia a “sedimentarsi in Rete, diventando parte dell’identità digitale dei ragazzi” e “bambini e bambine cominceranno a navigare autonomamente e dovranno fare i conti con l’essere stati continuamente esposti pubblicamente o dal ritrovare un’identità digitale costituita anche da immagini molto intime su cui non hanno effettuato scelte o consensi“), abbiamo affrontato l’argomento sharenting con Armando Cozzuto, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Campania.

Presidente Cozzuto, quali sono i meccanismi che portano un padre o una madre a sentire la necessità di “decantare pubblicamente le doti del figlio”?
“Guardi, io non parlerei di meccanismi, per non passare l’idea che le relazioni umane siano determinate da rapporti di causa – effetto con l’illusione, tra l’altro, di poter trovare una spiegazione per qualsivoglia fenomeno. Tutti sentono, in un modo o nell’altro, il bisogno di riconoscersi attraverso il confronto con l’altro, confronto che, nel caso specifico dei genitori, risente di innumerevoli fattori: l’età anagrafica, la propria storia personale e familiare, il momento specifico del ciclo di vita che vive la famiglia.
Tutti fattori da tenere in considerazione per evitare generalizzazioni. Freud ad esempio diceva che ‘I genitori rimangono giovani nei figli, ed è questo uno dei più preziosi vantaggi psicologici ch’essi ricavano da loro‘, concetto che nonostante gli anni e i cambiamenti sociali e culturali trova ancora oggi il suo fondamento. Una tale lettura chiama in causa un concetto importante e talvolta trascurato che è quello del trigenerazionale: ovvero tenere conto della dimensione storico-evolutiva della famiglia considerando sia le relazioni orizzontali (quelle interne alla famiglia per intenderci) sia quelle verticali (tra generazioni). Secondo questa prospettiva infatti tutto ciò che non è stato risolto o elaborato potrebbe riproporsi ed assumere il carattere di obbligo, vincolo o debito per le generazioni successive. Ciò può riguardare ad esempio i desideri dei genitori quanto le loro aspettative che possono poi confluire figli: ad esempio nello sport, nello studio eccetera”.

Quali i rischi di sovraesporre i propri figli, adolescenti e preadolescenti, sui social network facendone motivo di vanto e decantandone le proprie lodi?
“Il rischio non è direttamente legato al fatto di pubblicare le foto dei propri figli o al fatto di sottolinearne gli aspetti positivi sui social media. Si può parlare di rischio quando tale attività diventa eccessiva, totalizzante, senza tener conto della privacy e del tipo di condivisione che si utilizza. In questo caso potrebbe essere utile sostenere i genitori e aiutarli a capire come mai, in quel preciso momento di vita, i figli prendono così tanto spazio rispetto alla propria vita personale e magari a quella di coppia”.

Come invece questo impatta (se impatta) sull’armoniosa crescita del ragazzo / della ragazza?
“Un iperinvestimento sui figli, soprattutto nel caso di preadolescenti e adolescenti, potrebbe far nascere in loro il bisogno di rispondere alle aspettative dei genitori, spingendoli a nascondere le proprie aree di fragilità invece necessarie per un sano sviluppo psico-fisico. Un accorgimento, unito a quelli precedenti, potrebbe essere quello di parlarne apertamente in famiglia, creando un ambiente accogliente che dia la possibilità ai ragazzi di poter dire cosa  pensano a riguardo. Il mondo degli adolescenti è ricco e pieno di risorse. Molti genitori potrebbero rimanere stupiti di fronte alla quantità di informazioni che un adolescente potrebbe esternare e condividere se sente che l’ambiente intorno a lui glielo consente, se sente di non essere giudicato per questo”.

Armando Cozzuto, presidente dell'Ordine degli Psicologi della Campania
Armando Cozzuto, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Campania

C’è bisogno di una sensibilizzazione rivolta alla popolazione di fascia adulta sull’utilizzo dei social in termini di tutela della crescita dei propri figli?
“Guardi, come spesso accade per ogni fenomeno sociale anche in questo caso è stato subito coniato un termine, sharenting appunto. Creare etichette come sharenting serve soprattutto a studiosi e divulgatori per studiare un fenomeno, ma non deve spaventare né far cadere nella tentazione di generalizzare un comportamento. L’importante è che sia chiaro che ogni eccesso rappresenta un fattore di rischio. Su questo potrebbe essere utile mostrare a genitori e figli l’impatto che una condivisione può avere sul web e la potenza che alcuni strumenti hanno nel diffondere immagini e contenuti che poi di fatto è impossibile rimuovere del tutto. Senza dimenticare il rischio di frodi di identità sul web che diventano sempre più frequenti”.

Quali sono le regole da seguire per evitare per un adulto di incappare in comportamenti social lesivi per il figlio?
“Difficile individuare regole che possano andar bene per tutti. Tenendo conto dei molti fattori che intervengono e di cui abbiamo già discusso, di sicuro un invito che può essere rivolto ai genitori è quello di monitore la quantità di foto pubblicate, fare attenzione a condividere contesti intimi (che variano a seconda dell’età dei figli: ad esempio dal bagnetto di un bambino alla foto di un adolescente con il proprio partner) senza sottovalutare la diffusione che tali condivisioni possono avere. Oggi viviamo in quella che Bauman ha definito una società liquida, dove i confini e i riferimenti sociali si perdono. Sta ad ognuno di noi dunque trovare la giusta misura ed il giusto equilibrio tra restrizioni ed eccessi“.

Enrico Parolisi

Giornalista, addetto stampa ed esperto di comunicazione digitale, si occupa di strategie integrate di comunicazione. Insegna giornalismo e nuovi media alla Scuola di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa. Aspirante re dei pirati nel tempo libero.

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