Società

“Persecuzioni e violenze non appartengono solo ai Paesi poveri, e con il cinema lo dimostriamo”

Maurizio Del Bufalo coordina da oltre 15 anni il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli, che in queste ore si fa "scorta mediatica" del cineasta curdo Veysi Altay

In queste ore Veysi Altay atterrerà a Capodichino, dove ad attenderlo ci saranno una delegazione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli e della Rete del caffè sospeso. Sono loro ad aver organizzato per il cineasta, documentarista e attivista curdo un tour che toccherà, dal 4 al 12 aprile, città italiane che vanno dal sud al nord. Un risultato non scontato, dato che Altay è per molti un “perseguitato” politico nella Turchia a guida Erdogan. Altay ha lavorato per molti anni come fiduciario per Amnesty International e per l’Associazione per i Diritti Umani (İHD) ed è stato reporter della guerra in Rojava (Kurdistan occidentale) durante le battaglie contro l’ISIS a Serêkaniyê / Ras al-Ayn (2013) e Kobanê (2014) ed è proprio a lui che si devono le prime immagini arrivate in Occidente di quei drammatici scontri. In Turchia, invece, passa da un processo all’altro: per “NUJIN (nuova vita)”, che racconta la storia di tre donne soldato protagoniste della liberazione di Kobane dalle milizie islamiche dell’ISIS, è ancora in corso un processo con l’accusa per Altay di “propaganda terroristica” (con annesso divieto, fino a un mese fa, di lasciare il suo Paese), così come per “BÎR (Well)” e un’altra pena detentiva è a suo carico a causa della sua attività giornalistica.

Altay, con il Festival del Cinema dei Diritti Umani, farà tappa in università e associazioni, da Salerno a Trieste passando per Napoli e Cagliari. Per Maurizio Del Bufalo, coordinatore del Festival, prima ancora dell’occasione di far conoscere da un’altra prospettiva agli italiani la situazione curda si tratta di un modo di fare da scorta mediatica al cineasta.

Maurizio Del Bufalo, Veysi Altay arriverà in Italia e il Festival si farà scorta mediatica. Cosa vuol dire?

“La scorta mediatica consiste nel seguire a distanza una persona esposta a rischio di violazione dei suoi diritti fondamentali (libertà di movimento, di espressione, eccetera) attraverso un costante monitoraggio della sua posizione e delle sue condizioni. nel caso di Veysi Altay, noi vorremmo che al suo rientro in Turchia, qualora fossero confermati i verdetti di primo grado e quindi le condanne a quasi quattro anni di carcere, le sue condizioni fossero comunque tenute sotto controllo da parte dei suoi amici italiani attraverso scambi di messaggi coi suoi avvocati ed altri amici e compagni che possano accertare il suo stato fisico e psichico”.

In un momento in cui il cinema sembra legato esclusivamente all’intrattenimento, si rischia di sottovalutare il valore che ancora oggi ha di denuncia sociale?

“Il Cinema dei Diritti Umani è quello che definiamo, in genere, cinema politico, cioè rivolto all’esame e all’approfondimento delle condizioni in cui vivono minoranze e singoli sottoposti a violazioni dei diritti fondamentali ed ad abusi di potere, come, ad esempio, i perseguitati per idee politiche, religiose o per appartenenza etnica e sociale. E queste violazioni non riguardano solo i Paesi poveri (il Terzo mondo cosiddetto) ma anche l’Occidente più ricco e democratico, almeno apparentemente. Il Cinema ci aiuta moltissimo a raccontare situazioni complesse e delicate attraverso la potenza del suo linguaggio audiovisuale che ci permette di arrivare, in tempi brevissimi, a livelli di sensibilizzazione e di informazione che difficilmente potrebbero essere raggiunti con la sola informazione verbale o scritta”.

Cosa si può fare, in un mondo dominato dall’entertainment, per ridare la giusta centralità a questi racconti? Per sensibilizzare lo spettatore?

“Innanzitutto si dovrebbe trovare posto per queste discipline (I Diritti Umani) nei programmi scolastici e universitari; poi le Istituzioni più sensibili dovrebbero impegnarsi a rendere disponibili spazi di incontro (proiezione, auditorium, eccetera) in maniera programmabile e trasparente affinché le associazioni e gli Enti di studio e ricerca su questi temi potranno disporre di luoghi e orari di divulgazione e aggiornamento, di confronto e discussione, con testimoni ed esperti, di ciò che accade nel mondo più lontano da noi, ma anche per offrire punti di vista diversi su questioni apparentemente già discusse e sviscerate”.

In che modo il Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli in questi anni ha in questi anni acceso i riflettori sui drammi di persecuzioni e abusi nel mondo?

“Sono oramai 15 anni e più che, anno dopo anno, il nostro concorso cinematografico raccoglie, seleziona e diffonde opere da tutto il mondo che raccontano di realtà nascoste e sconosciute ai più. Attraverso questi film, a volte anche fiction e animazione e non solo documentari, abbiamo offerto uno sguardo sul mondo dei poveri e degli ultimi a portata della nostra gente, senza chiedere investimenti speciali né misure straordinarie. E il tempo ci sta dando ragione, purtroppo. Questioni come la pace e la guerra sono fisiologiche del nostro lavoro e il modo in cui le affrontiamo è molto diverso da quello degli altri media di ampia diffusione. Il nostro cinema prova a ragionare sulle crisi e sui problemi politici e sociali dando voce non solo alle vittime ma anche a chi lavora ogni giorno per il rispetto dei Diritti Umani e per la Pace, usando prospettive e punti di vista differenti, a volte inesplorati”.

Dopo due anni di pandemia, cosa dobbiamo aspettarci dalla prossima edizione?

“Sulla pandemia e sul rapporto tra pandemia e diritti abbiamo molto lavorato e continueremo a farlo, tanto più che l’emergenza non è affatto finita. La prossima edizione tratterà anche i temi della salute, ma nell’obiettivo della XIV edizione ci saranno le Nazioni Unite con il loro messaggio universale di pace e tolleranza ahimè tradito e scavalcato dalle potenze planetarie che ne hanno affievolito e quasi cancellato l’azione. Per noi la bussola del mondo resta quella tracciata 75 anni fa dai nostri padri sopravvissuti alla Guerra Mondiale e all’Olocausto e crediamo che la realizzazione dei Principi della Carta Universale del 1948 non sia affatto una utopia ma una battaglia politica e ideale che va ancora combattuta anche se c’è bisogno di apportare dei cambiamenti all’ordine delle cose che in quel tempo fu stabilito. E di questo parleremo a novembre, anche alla luce dei risultati della pandemia e della guerra, tristemente tornata di attualità”.

Enrico Parolisi

Giornalista, addetto stampa ed esperto di comunicazione digitale, si occupa di strategie integrate di comunicazione. Insegna giornalismo e nuovi media alla Scuola di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa. Aspirante re dei pirati nel tempo libero.

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