Interviste

Testa (Cio Club Italia): “Vi racconto perché gli IT Manager sono fondamentali per il business aziendale”

"L’IT è sempre stato visto come una spesa e ancora per molti è così, quando poi con la pandemia è stato dimostrato che si è trattato di un elemento fondamentale, senza il quale le aziende si sarebbero fermate".

La congiuntura pandemica, ormai si sa, ha fatto da contraltare all’ordine precostituito della vita in azienda. E, senza neanche dare il tempo di pensarci su, ha attivato e spinto ovunque nel mondo la leva della digitalizzazione e dell’informatizzazione come indiscutibile necessità, mettendo in luce le carenze dei complessi industriali meno avvezzi ad affidarsi ad un CIO (Chief Information Officer) o ad un IT Manager.

Non è un caso, infatti, che nel corso degli ultimi ventiquattro mesi – complice anche lo smart working improvvisato e forzato, la carenza di VPN, la complessa gestione del cloud e una mancanza generale di cultura sulla sicurezza informatica – gli attacchi alla cybersecurity si siano addirittura quadruplicati: non è più tanto raro sentire di aziende attaccate da malware e ransomware, finite nel mirino di hacker che il più delle volte chiedono un “riscatto” salato per poter riottenere i dati aziendali.

Ma come si sta evolvendo il panorama italiano sul finire della pandemia in termini di informatizzazione e cultura della stessa? Quali sono le prospettive e gli slanci che attendono il futuro del business aziendale? Per rispondere a queste domande, ci siamo rivolti a Pasquale Testa, presidente di CIO Club Italia, associazione nata per mettere in connessione gli esperti IT e di sicurezza informatica, con la finalità di dare spessore ad una professionalità ormai sempre più centrale nel mondo delle aziende ma spesso non valorizzata come dovrebbe. E della quale si registra una forte carenza in termini di risorse umane.

Dott. Testa, come si è evoluta negli ultimi mesi la situazione nel mondo IT in Italia?

“Andiamo su tre aspetti. Il primo, quello delle risorse: non ce ne sono. In questo momento c’è un abisso fra domanda e offerta di professionisti del settore IT, tanto è che si sta cercando di formare nel più breve tempo possibile nuove risorse. Parliamo di un ammanco di circa 300mila figure in tutta la nazione. Passando alla visione aziendale, l’altro aspetto determinante degli ultimi mesi è stata la necessità di far evolvere velocemente le proprie infrastrutture, cercando di aprire i “perimetri” dell’azienda alla connettività in remoto, per far sì che i dipendenti potessero lavorare da casa. Ma in questo modo hanno anche messo a rischio la sicurezza dell’azienda, ed è il terzo aspetto: il perimetro si è allargato, le aziende spesso non sono state pronte a questa emergenza”

In che senso?

“In alcuni casi ci hanno messo un po’ di tempo per adeguarsi alle nuove necessità. In altri casi poi sono riuscite ad adeguarsi durante il periodo di pandemia, ma a discapito totalmente della sicurezza”

Infatti, sono aumentati gli attacchi malevoli…

“Sì e, purtroppo, in modo esponenziale. Tanto è vero che molti CIO e IT manager, ma anche i System Administrator – perché in molte aziende queste figure mancano – si sono dovuti scontrare con tutto ciò che riguardava l’autenticazione, la connettività, la presenza di linee idonee a supportare tutto ciò che potesse essere adatto a garantire una connettività da remoto ai dipendenti. Molti si sono trovati ad affrontare questo tsunami di dati che li ha letteralmente subissati, così come altri operatori hanno dovuto affrontare un “lavoraccio” ritenuto del tutto improbabile quando prima si lavorava in ufficio. Inoltre, avere i figli in DAD, le persone in smart working e rendersi conto che spesso a mancare era proprio la linea internet dimostra quanto siamo poco sensibili a questo tema in Italia”

Secondo lei, quindi, non è solo un problema di mancati investimenti nella sicurezza e nelle infrastrutture informatiche?

“No, purtroppo è mancanza di mentalità. L’IT è sempre stato visto come una spesa e ancora per molti è così, al pari della cancelleria e della segreteria ad esempio. È sempre stato considerato in questo modo, quando poi con la pandemia è stato dimostrato che si è trattato di un elemento fondamentale, senza il quale le aziende si sarebbero fermate. Trovo giusto dire, allora, che l’IT è il reale motore che spinge l’azienda: tutto è generato dall’IT, se ad esempio un’azienda fa vendita senza IT non potrebbe fare oggi vendita, dalla transazione semplice all’ e-commerce non può andare avanti; tutti i flussi di dati che girano fra le piattaforme è IT; ancora, tutto ciò che è Industria 4.0 ma anche retail riguarda l’IT. Senza IT, per chiudere, le aziende non avrebbero fatturato online con la chiusura dei negozi fisici durante il lockdown”

Quindi, secondo lei, che futuro si prospetta per il settore?

“Io sono abbastanza positivo, nel senso che spero che molti abbiano fatto tesoro da quello che è accaduto e non si facciano trovare impreparati da altri imprevisti che possono trovarsi dietro l’angolo. Occorre comprendere che l’IT va potenziato all’interno delle aziende, deve essere sfruttato come canale, avere più persone all’interno dell’azienda che si occupano di IT può accelerare il lavoro di tanti altri dipartimenti, che siano questi amministrativi, commerciali, HR, vendite e quant’altro. I professionisti del settore sono oggi i detentori dell’innovazione, della tecnologia, delle nuove possibilità e possono dare una mano a sviluppare qualcosa di più veloce, automatizzato e semplice per le aziende”

Certo, anche perché la direzione del Governo è quella di spingere il più possibile verso la transizione tecnologica e digitale. A questo proposito, voi del CIO Club Italia fate parte anche della Repubblica Digitale…

Si, siamo stati accettati nel gennaio 2021 dal Ministero dell’Innovazione e nel novembre scorso siamo stati selezionati in uno speech fra le 200 associazioni più attive che hanno aderito a Repubblica Digitale. Questo è importante perché anche il Ministero, con il PNRR, sta spingendo molto sulle risorse umane, ossia sulle persone che possono ricoprire questi ruoli e che possano essere generatori di novità, agevolatori, consulenti per hub di innovazione e startup”.

Ma il CIO è una figura definita e riconosciuta con decreto ministeriale, ad esempio come l’Innovation Manager?

Assolutamente no, purtroppo, non esiste alcun albo o elenco. Stiamo infatti cercando di lavorare in maniera unita insieme ad altre associazioni più storiche per il riconoscimento della figura, perché in molti casi anche se il CIO è una figura presente in azienda non fa quasi mai parte dei livelli direttivi. È una figura che non ha avuto quasi mai la possibilità di guidare l’innovazione”

Ma solo in Italia o anche all’estero?

“In tante aziende all’estero, ma alcune – finalmente! – anche in Italia soprattutto se grandi, si sta osservando un’inversione di tendenza, infatti, spesso è messo a capo dell’azienda come il CEO. Questo perché ad oggi è l’unico che può guidare l’azienda in questo mondo ormai digitale. Il fatto che conosca tecnologie e metodologie può sicuramente aiutare l’azienda che non deve essere snaturalizzata ma deve avere la capacità di innovarsi legando la tradizione del passato al nuovo mondo che si prospetta”

Quindi si potrebbe parlare del CIO o dell’IT Manager come figura chiave del business aziendale. Forse è questo che non è stato ancora recepito?

“Recepito sì, almeno durante la pandemia: se guardiamo il numero di offerte di lavoro come CIO o IT Manager negli ultimi due anni sono addirittura quadruplicate rispetto al periodo pre- pandemico. Questo perché molti si sono resi conto che se non hanno una persona interna e vogliono semplicemente basarsi su fornitori o risorse esterne non riuscirebbero sempre a raggiungere gli obiettivi che si sono posti”

Si ricollega a questa considerazione la vostra iniziativa “Noleggia un CIO”?

“Si è nata proprio da questo: volevamo fare fronte comune e riuscire a dare un peso al ruolo del CIO e dell’IT Manager. Allora per tutte le PMI che non hanno, o che non possono permettersi, un CIO, abbiamo pensato di proporre la possibilità di avere una prima consulenza gratuita di un CIO del settore a cui si appartiene. In questo incontro si potrà proporre anche soluzioni e nuove implementazioni per la trasformazione digitale dell’azienda”

Come si sta evolvendo il percorso di CIO Club Italia e quali sono le azioni che intraprenderete nel prossimo futuro?

Noi siamo nati circa due anni fa, oggi tocchiamo quasi gli 800 iscritti fra CIO e IT Manager italiani, con tanti delegati di altre regioni per replicare e scalare quello che abbiamo fatto qui in Campania. L’obiettivo è quello di fare fronte comune, continuiamo a crescere e ogni settimana ci sono persone che vogliono far parte di questo network, fino a collaborare con altre associazioni storiche – che hanno venti o quarant’anni di attività – per far sì che la figura venga riconosciuta e iscritta ad un albo o ad un registro, o che il ruolo venga certificato. Non solo, ci stiamo muovendo anche su altre due direzioni principali: dare formazione continua ai CIO e agli IT Manager attraverso i fondi per la formazione disponibili, perché nel nostro ambiente o ti formi o ristagni. E, infine, dare appoggio e ulteriore formazione ai giovani che si approcciano al mondo del lavoro, ma non solo: vogliamo colmare il gap fra disoccupati volenterosi e posti vacanti nell’ambito IT, quindi di agevolare la formazione per chi intende intraprendere questo percorso, semplificando la trafila fra domanda e offerta”.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Condirettore di FMag.it

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