Tecnologia

Il crollo di Netflix in borsa e le montagne russe dell’economia post-pandemica

La bolla della pandemia sta finendo: senza lockdown e isolamento sociale Netflix, ma anche altre aziende che avevano incontrato una domanda di servizi e beni che si conciliavano con la vita durante la pandemia, stanno perdendo grinta.

Bernie Sanders, l’uomo che da anni incarna la sinistra americana più antitrumpiana, con un tweet ha attaccato frontalmente, e non per la prima volta, Netflix. L’ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti, cinguettando, ha accusato Netflix di “avidità imprenditoriale”.

Secondo Sanders infatti la divisione dei profitti dell’azienda californiana è estremamente ingiusta: sui 5,1 miliardi di dollari di profitti, l’azienda californiana pagherebbe di tasse federali solo 1,1%, “una percentuale di gran lunga minore – scrive Sanders – di quanto pagano infermiere, insegnanti e camionisti”.

La storia di Netflix

Al netto della polemica, Netflix non sta vivendo un momento esaltante. A pesare non è certo un tweet di Sanders, o l’idea che queste piattaforme concentrino i profitti senza distribuirli e pagando percentuali basse al fisco. Quando nel 1997, in una piccola cittadina californiana, due imprenditori già attivi nel mondo dell’informatica hanno deciso di creare Netflix, l’idea originale era quella di replicare il business di Amazon specializzandosi però sui dvd.

Inizialmente, infatti, il servizio offerto era ben diverso da quello di oggi: gli utenti potevano noleggiare i film che preferivano e li avrebbero ricevuti direttamente a casa su formato fisico. Nel 1998 quando Netflix iniziò a funzionare aveva solo 30 dipendenti, neanche mille dvd e un competitor molto forte: Blockbuster.

Quando poi iniziò ad utilizzare l’on demande, Netflix si trasforma in una vera e propria impresa OTT (over-The-Top) e le cose iniziano a cambiare. Le over the top devono questa definizione proprio al fatto di riuscire a vendere servizi e contenuti al di sopra delle reti materiali senza infrastrutture pesanti. Il loro ricavo è prevalentemente dato dagli abbonamenti che gli utenti sono disposti ad acquistare per avere i contenuti, ma anche, e forse in questo momento soprattutto, dalla quantità di dati che queste piattaforme riescono ad ottenere.

Netflix, proprio grazie sia all’enorme numero di abbonati che ha e dei quali possiede i dati personali, che può gestire e utilizzare per la profilazione, negli anni è arrivata in vetta all’economia a livello globale. 
Quello dell’on demand è però un mercato che non ha grosse barriere all’ingresso. E in più è molto appetibile per le grandi case di produzione televisiva e cinematografica (Disney, HBO) ma anche per altre aziende del settore digitale (Amazon con Prime o Apple con la sua TV) che ci si sono lanciate, come si fa su un terreno di conquista naturale.

Netflix ha provato a vincere la concorrenza investendo sulla produzione di contenuti esclusivi che hanno portato l’azienda californiana a produrre film e serie di successo planetario. Attraverso questi contenuti unici e di successo, Netflix ha migliorato l’esperienza utente e arrivando nel 2020 ad avere 180 milioni di abbonati.

Su questo dato ha pesato però anche l’effetto pandemico che per Netflix è stato positivo. Il lockdown ha costretto le persone in casa, ha fatto chiudere le sale cinematografiche e questo ha avuto una ricaduta positiva importante sui numeri di abbonati di Netflix. Con l’allentamento delle restrizioni e la crescita dei concorrenti su scala globale, ma anche su quelle locali, i numeri di Netflix hanno subito una frenata. Questo ha avuto una ricaduta negativa immediata sulla salute finanziaria dell’azienda.

Il tonfo di Netflix a Wall Street

Eppure l’azienda californiana ha chiuso il 2021 con 221,8 milioni di abbonati. Un numero in crescita di 2,5 milioni, pochi rispetto ai 4 milioni dell’anno precedente.  Questa frenata ha provocato un vero e proprio tonfo del titolo di Netflix in borsa. L’azienda americana ha perso 24 punti percentuali a Wall Street, bruciando 385 dollari per azione, in un solo giorno.

A nulla sono serviti i successi delle produzioni come Squid Game, La Casa di Carta o Don’t Look Up, che hanno fruttato 7,71 miliardi di ricavi nell’ultimo trimestre del 2021 facendo registrare un +16% rispetto all’anno precedente.

Il tonfo di Netflix porta in luce tre processi economici. Il primo è quello di un settore, quello delle piattaforme, dove a contare, prima ancora che i dati finanziari ed economici di ogni azienda sono gli utenti. È il numero di abbonati a dare valore al titolo in borsa. È  la possibilità di gestire, catalogare e osservare un numero sempre maggiore di dati, a rendere davvero appetibili le società di questo settore.

Il secondo è che la concorrenza vorace è diventata una caratteristica del settore dell’on demand. Questo ha degli effetti pesanti sulla gestione aziendale. Investire nelle produzioni originali diventa sempre più complicato e meno conveniente e, visto ciò che accade a Netflix, non assicura una stabilità all’azienda. Per questo il rischio è quello di una frenata proprio in quegli investimenti in contenuti che, invece, in questi anni avevano ridato ossigeno ad un mercato culturale che era in affanno.

Il terzo è la volatilità della spinta che la pandemia ha dato ad alcune realtà aziendali che hanno potuto prosperare proprio grazie alle nuove abitudini di vita dovute ai lockdown e al distanziamento sociale. Non solo Netflix, ma anche altre aziende che avevano incontrato una domanda di servizi e beni che si conciliavano con la vita durante la pandemia, ora che il mondo inizia a ricominciare a vivere stanno perdendo grinta.

Ad esempio, Peloton, l’azienda americana che si è specializzata nella produzione e nella vendita di biciclette da camera, ha sospeso la produzione visto il crollo degli ordini, o Zoom, la piattaforma più usata per meeting online e per il lavoro agile, che nonostante la crescita del 54% del fatturato ha perso 10 punti percentuali a Wall Street.

Sono 3 dinamiche che saranno al centro dell’economia post-pandemica e faranno salire e scendere, come sulle montagne russe, i titoli di quelle aziende diventate giganti globali grazie al Covid ma che hanno alla base una fragilità di fondo che rischia di rendere ancora più instabile l’intero sistema economico globale. 

Claudio Mazzone

Nato a Napoli nel 1984. Giornalista pubblicista dal 2019. Per vivere racconta storie, in tutti i modi e in tutte le forme. Preferisce quelle dimenticate, quelle abbandonate, ma soprattutto quelle non raccontate. Ha una laurea in Scienze Politiche, una serie di master, e anni di esperienza nel mondo della comunicazione politica.

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