Interviste

“Storie di Napoli”, dall’idea social alla più grande community italiana del suo genere

Il format che piace è fatto di ricerca storica, racconti originali e divulgazione digitale. Quagliuolo: "La sfida è quella di normalizzare lo storytelling di tutto il Sud Italia, creare una narrazione culturale semplice e diretta"

Per cercare di spiegare il successo di Storie di Napoli, community che solo su Facebook vanta oltre 200mila follower quando scriviamo, bisogna guardare innanzitutto ai contenuti che questo gruppo di ragazzi propone. Archiviati i soliti aneddoti ormai triti e ritriti, copiati e ricopiati dai siti che strizzano l’occhio al mai sopito orgoglio partenopeo (così come funziona del resto in maniera uguale con gli stereotipi negativi), in una delle città più particolari in assoluto da raccontare i ragazzi di Storie di Napoli vanno oltre e propongono con un linguaggio semplice, diretto e digitale vere e proprie narrazioni storiche, frutto di passione e ricerca.

Riuscendo in una impresa ormai epica – per una città che nell’immaginario collettivo è storicamente vissuta con eccesso e che con i social che accentuano il meccanismo polarizzante ancor di più. Quell’impresa è narrare la straordinarietà di Napoli in modo assolutamente normale. E l’obiettivo, ci spiega Federico Quagliuolo (tra i fondatori), è estendere questo concept a tutto il sud Italia.

Federico Quagliuolo, come è nata l’idea di Storie di Napoli?
Storie di Napoli è nato per gioco nel 2014, quando io e alcuni miei compagni del liceo ci divertivamo a girare la città di Napoli per scattare fotografie e per condividere sui social le nostre esperienze nella città. La pagina nasce per rendere più coinvolgente questa condivisione, soprattutto perché spesso ci chiedevamo con curiosità quei luoghi che scattavamo cosa fossero, che storie raccontassero. Il format è piaciuto, la pagina è cresciuta in modo esponenziale e rapidissimo e in due anni siamo arrivati a 20mila fan, un libro pubblicato da un editore locale… e ora abbiamo un sito con più di 1800 storie e 10 milioni di lettori all’anno. Siamo diventati il più grande network di promozione culturale in tutta Italia, perché non esiste in nessuna regione un’iniziativa che ha la nostra dimensione e i nostri numeri. Siamo cresciuti tutti nel tempo con Storie di Napoli, il gruppo è diventato grande, con tante persone under 30 che lavorano insieme nell’associazione che è nata a novembre dello scorso anno. Storie di Napoli ha avuto un’evoluzione spontanea e speriamo che un giorno – ed è l’obiettivo di quest’anno – si trasformi anche in un posto che dia lavoro alle persone

Com’è fare marketing territoriale in una città dalle mille narrazioni, controverse, con tante luci e tante ombre, sovranarrata, come Napoli?
Il problema è la polarizzazione nelle narrazioni. Napoli in generale è proprio così, luci ed ombre, ma spesso Napoli mette in ombra la Campania. La sfida è quella di normalizzare la narrazione di tutto il Sud Italia, creare una narrazione culturale semplice e diretta. Ci sono tanti temi controversi – ad esempio ultimamente abbiamo fatto un video approfondimento sul Villaggio Coppola che è tutto tranne che semplice – ma non è abbellendo o peggiorando la realtà che si cambiano le cose. Occorre raccontare, raccontare, raccontare le cose così come stanno, provando a spiegarne storie e situazioni. Quindi sì, è difficile perché ci si scontra con la narrazione paradossalmente “a-normale” fatta dagli stessi napoletani che vivono del positivo e del negativo estremizzati, degli stereotipi che positivi o negativi, non fanno bene alla città. Invece, ci vorrebbe tanta normalità”.

Fate anche attività di promozione sul territorio però, non solo raccontando, ma anche costruendo percorsi…
Si, ne abbiamo fatti parecchi. Storie di Napoli nasce virtuale ma deve diventare reale: anche se il futuro è nel digitale non bisogna dimenticare che siamo esseri umani che viviamo in un mondo tangibile. È importante quindi portare le storie nei luoghi in cui nascono, in cui sono esistite e questo è il senso di Storie di Napoli con i suoi racconti, i suoi video, ma anche con le targhe e i percorsi che abbiamo inaugurato e continueremmo ad inaugurare. Riportare le storie e raccontarle nei luoghi fa sì che non restino nell’astratto: ad esempio, al Centro Storico, abbiamo molte strade da nomi incomprensibili e spesso le persone che ci abitano non conoscono la storia di dove vivono. Per questo bisogna riportare le storie nei luoghi dove nascono”.

Un esempio?
Non solo le targhe al Vomero, come il percorso in Villa Floridiana che riporta la storia e le curiosità del luogo; ma ad esempio a Capodimonte mi ha contattato un ragazzo per chiedermi, in modo spontaneo, come potesse portare le targhe anche nel suo quartiere. Lui e tante persone hanno organizzato una colletta per ricordare la storia della Birreria, che non era a Miano ma a Capodimonte, uno dei primi birrifici del Sud Italia nella fine dell’Ottocento. Questi cittadini si sono autotassati per ricordare la memoria del quartiere: all’inaugurazione c’erano tante persone commosse, degli anziani che hanno rivissuto l’emozione della fabbrica in cui lavoravano o lavoravano i genitori. Abbiamo restituito, in modo tangibile, la storia del luogo. Il passato esiste per ispirarci per creare un futuro migliore”.

Quindi raccontare e ricordare per valorizzare l’identità e la memoria, non solo personale ma collettiva, di una città…
“Il futuro è sempre migliore del passato e le targhe servono proprio a questo: far rivivere l’identità collettiva che Napoli ha da sempre difficoltà a costruire”.

Perché, secondo lei?
E’ un grosso problema storico. Napoli ha una serie di conflitti interni, sociali e culturali, che sono giganteschi che non sono di facile risoluzione. Ci sono delle fortissime divisioni sociali, che pesano, ma anche l’automortificazione che subiscono i napoletani e in generale gli abitanti del Sud, che non sono abituati a valorizzare il loro patrimonio sociale, culturale, enogastronomico e così via. Nel ‘600 Benedetto Croce racconta che i nobili partenopei millantavano discendenze spagnole (inesistenti) per sentirsi accettati a corte dalla dominazione spagnola. Piccoli passi di orgoglio e di amore, dare un nome e un affetto al luogo in cui vivi o ti trovi con una targa che ne racconta la storia, sicuramente aiuta a sentirsi più vicini, a creare un sentimento positivo”.

È quasi una lettera d’amore la vostra, per i cittadini e la città…
Ma non solo, stiamo lavorando per tutta la regione. Il marchio-Campania merita di più, perché noi tendiamo ad essere Napoli-centrici e bisogna lavorare per il marchio di tutto il territorio. Storie di Napoli è anche Storie Campane

Quindi nascerà uno spin-off?
Esiste già, anche se Storie di Napoli è il motore trainante. Raccontiamo di tutto il territorio, di luoghi come il Lago di Brignano a Salerno, unico nel suo genere (guardate il video sulla pagina, ndr). Questo è anche un modo per creare distensione e coesione territoriale fra popoli spesso in conflitto: ci capita che sotto i nostri post si superi la difficoltà ad unire divisioni storiche fra Napoli e Salerno, ad esempio, mettendo alla portata di tutti la conoscenza di luoghi e storie che in realtà li accomunano. È un primo passo per scardinare una porta chiusa da troppo tempo per creare un’identità campana comune e condivisa”.

Progetti per il futuro?
Continuare così. Non è facile, siamo indipendenti, autonomi e autofinanziati. Ma è bellissimo perché possiamo dare voce ai nostri ideali”.

Ma, secondo lei, la politica come potrebbe aiutare a valorizzare esperienze come la vostra?
In due modi. Il primo è quello di istituire un ente di regolamentazione di tutte le attività come la nostra, piccole e grandi: realtà educative sulle città che possano coordinarsi fra loro ma anche che diano vita ad un sistema premiale in cui le migliori realtà possano accedere a finanziamenti e aggiudicazioni di attività e bandi nei luoghi rappresentativi della cultura. In secondo luogo, la collaborazione con gli enti locali per promuovere insieme il brand cittadino di divulgazione culturale: gli influencer culturali come noi non vanno guardati come ‘mostri’ ma come modalità alternative di narrare, di uscire dagli stereotipi della pizza e del mandolino, ma regolamentarli per il bene collettivo. Ci vorrebbe un osservatorio comunale per valorizzare e promuovere, dall’istituzione centrale e non più in modo individuale, la bellezza di queste attività”.

Per visitare il sito web di Storie di Napoli clicca qui.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Condirettore di FMag.it

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