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Pandora Papers, l’Europa fa i conti contro l’evasione fiscale

I Pandora Papers hanno avuto il merito di smuovere collettivamente le coscienze e far comprendere come gli Stati abbiano bisogno di rivedere e aumentare l'impegno nella lotta contro le pratiche fiscali che privano gli Stati membri di entrate sostanziali, che portano ad una concorrenza sleale e minano la fiducia dei cittadini.

Lo avevamo previsto e sta accadendo: dopo il terremoto dei Pandora Papers – l’indagine internazionale condotta da oltre 600 giornalisti di 150 testate da tutto il mondo che ha svelato paradisi fiscali e pratiche di evasione dei “super ricchi e potenti” – le personalità coinvolte, che vanno dal mondo della politica a quello dell’imprenditoria, passando per personaggi pubblici di spettacolo e persone famose, sono finite sotto severo esame nel Vecchio Continente.

“si chiama Pandora Papers perché scoperchia un vaso di veleni di portata mondiale. Più di 11,9 milioni di documenti con i nomi di oltre 29 mila beneficiari di società offshore, fino a ieri sconosciuti. Dietro le carte intestate ai fiduciari, emergono per la prima volta investimenti e patrimoni esteri di politici europei e sudamericani, dittatori africani, ministri asiatici, sceicchi arabi. Le casseforti segrete di 46 oligarchi russi. Le offshore che azzerano le tasse a una super casta di oltre 130 multi-miliardari americani, indiani, messicani e di altre nazioni”.

da L’Espresso “Pandora Papers, ecco i tesori nei paradisi fiscali di 35 capi di Stato e di governo e migliaia di vip”

In particolare, la Commissione Europea ha chiesto l’avvio di un’indagine approfondita e dettagliata sui nomi resi pubblici nei Pandora Papers che sono riconducibili a personalità di spicco (soprattutto, ma anche quelle ignote) che risiedono negli Stati membri.

Nel dettaglio, finiranno sicuramente nel mirino politici ed ex politici, capi di Stato, ministri e quant’altri fanno parte dell’ecosistema della politica internazionale europea, i cui conti segreti sono stati svelati dai Pandora Papers: parliamo di nomi come Andrej Babiš, Primo ministro ceco, Nicos Anastasiades, Presidente di Cipro, Wopke Hoekstra, ministro olandese delle Finanze, Tony Blair, ex Primo ministro britannico, e John Dalli, ex ministro maltese e Commissario europeo, Ilham Aliyev, Presidente dell’Azerbaigian, e Milo Đukanović, Presidente del Montenegro.

Tutti azionisti “schermati e protetti” da società offshore utilizzate per acquistare ville di lusso, trasferire denaro, finanziare mercati illeciti internazionali, accordi sottobanco con altri capi di stato e così via. E finiti, ovviamente, fra le righe esplosive e velenose dei Pandora Papers.

I Pandora Papers e la concorrenza fiscale (spietata) fra Paesi

Al netto dei nomi finiti nel mirino dei Pandora Papers, l’indagine apre anche ad una serie di considerazioni di non poco conto per la politica fiscale (europea, ma non solo) e legale degli Stati (membri e non): la lotta all’evasione fiscale, da una parte, e la concorrenza fiscale nequitosa fra i Paesi del mondo globalizzato.

Facciamo un passo indietro. Per spiegare con semplicità la portata devastante dei Pandora Papers, l’evasione fiscale pesa in ogni Stato perché, in modo lapalissiano, chi non versa tasse e contributi non produce ricchezza nelle casse dello Stato, eludendo di fatto un sistema legale di controllo e impoverendo, negli effetti, il Paese in cui risiede.

Più persone evadono le tasse, soprattutto quando si tratta di redditi e attività finanziarie di altissimo livello, meno possibilità economiche avrà l’amministrazione governativa per finanziare a sua volta le politiche territoriali di sviluppo e di sostegno: parliamo del welfare, ma anche delle scuole, delle infrastrutture, delle opere pubbliche, della sanità e così via.

Ma non è l’unico problema: la pressione fiscale, per effetto di questo impoverimento, sarà così forte che, inevitabilmente, verranno alzate le tasse (entro un certo limite) per tutti, prelevando di più dalle fasce di contribuenti “storici”, ossia di coloro che percepiscono un reddito fisso “automatico” (dipendenti, pensionati o la così detta classe media) o che sono sottoposti a minuziosi controlli fiscali (aziende, imprese e così via). E’ un po’ quello che accade in Italia e a cui si sta cercando di far fronte, con non poche difficoltà.

E’ il classico problema che in psicologia sociale viene definito “del free-rider“, ossia di colui che usufruisce e beneficia di risorse, beni, servizi etc senza però contribuire al pagamento degli stessi, il cui peso economico ricade sulla collettività.

Adesso, senza scomodare del tutto i padri della psicologia sociale, è piuttosto chiaro il perché sia un problema gravoso per tutti l’evasione fiscale. D’altra parte, dove vanno a finire questi consistenti gruzzoli di denaro? Nei così detti “paradisi fiscali”, ossia Stati che hanno una de-regolamentazione (rispetto al Vecchio Continente, ma anche rispetto agli Stati Uniti per intenderci) economica tale da consentire una de-tassazione importante su cifre così consistenti di capitale.

Questo accade perché, nella politica internazionale, i “grandi” Paesi si sono dati regole più o meno affini per evitare una concorrenza spietata: in Europa, ad esempio, gli Stati membri devono seguire una regolamentazione condivisa e collettiva, agendo appunto da “unione”. Però questo non sempre accade: l’Europa, da vecchia signora arrabbiata, si è resa conto proprio di questo.

Il Parlamento esorta gli Stati membri e la Commissione a fare di più per identificare i titolari effettivi, che in ultima analisi beneficiano delle società di comodo, e condividere le informazioni ottenute. I deputati sottolineano inoltre che numerosi Paesi UE sono in ritardo nell’attuazione delle attuali norme contro il riciclaggio di denaro e l’elusione fiscale. Gli Stati ritardatari dovrebbero essere perseguiti dalla Commissione. Alla Commissione si chiede anche di presentare proposte per regolamentare i programmi di “passaporto d’oro” e di residenza.

Nella risoluzione si afferma che nuove norme più severe saranno inutili se non si applicano correttamente le misure già in vigore e senza una migliore cooperazione tra le autorità nazionali dell’UE. Si chiedono inoltre maggiori risorse per questo settore strategico, nonché una dimostrazione di buona volontà. La Commissione dovrebbe anche valutare se le unità di informazione finanziaria nazionali dispongano di sufficienti risorse.

dal Parlamento Europeo, “Pandora Papers: il Parlamento chiede indagini e misure restrittive”

Cosa hanno svelato, ancor più, i Pandora Papers? L’esistenza di una complessa evasione fiscale, che travalica anche i Paesi definiti come “black list” di paradisi fiscali. Per fare un esempio, le Isole Vergini britanniche contano due terzi delle società di comodo menzionate nei Pandora Papers, ma non sono attualmente incluse nella lista nera dell’Unione Europea.

I Pandora Papers, allora, hanno avuto il merito di smuovere collettivamente le coscienze e far comprendere come gli Stati abbiano bisogno di rivedere e aumentare l’impegno nella lotta contro le pratiche fiscali che privano gli Stati membri di entrate sostanziali, che portano ad una concorrenza sleale e minano la fiducia dei cittadini.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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