Interviste

Hikma, i giovani prendono in mano il futuro: “Non chiamateci bamboccioni”

"La digitalizzazione può creare diseguaglianze sociali, gli stessi danni all’ambiente sono spesso frutto di diseguaglianze e mancanza di strumenti. L’approccio che possono portare i giovani è quello costruttivo".

Dal 13 al 16 maggio ci sarà, in streaming, la seconda edizione dell’Hikma Summit of International Relations (HSIR). Al centro delle conferenze, dei dibattiti e dei workshop i temi delle diseguaglianze economiche e sociali, della digitalizzazione e dei suoi effetti, e dell’ambiente. Ma soprattutto al centro ci saranno i giovani che, con l’associazione Hikma, si preparano a prendere in mano il futuro. Un gruppo di circa 40 studenti che, dalla sede di Forlì dell’Università di Bologna, allargano la loro visione per affrontare le prossime sfide mondiali. Ne parliamo con la presidente di Hikma, Benedetta Camerini, che insieme ad Andrea Sau, coordina le attività del gruppo.

Partiamo dal nome dell’associazione, perché Hikma e cosa fate?
“Hikma viene dall’arabo e significa “casa della sapienza”. Riassume in sé i nostri obiettivi: dare a chi fa parte dell’associazione delle occasioni di crescita e di networking, e al tempo stesso creare per tutti l’opportunità di informarsi e discutere sulle tematiche che riteniamo centrali per il futuro. Oltre al festival, infatti, organizziamo workshop e conferenze su base mensile, oltre a divulgare notizie e riflessioni tramite il nostro blog e i nostri social”.

Nella prima edizione avete avuto Romano Prodi e Enrico Letta tra gli ospiti del festival, chi ci sarà quest’anno?
“Il programma è ancora in via di definizione, ma posso anticiparvi che ci sarà un premio Nobel, esperti di relazioni internazionali, rappresentanti dell’UNHCR (Agenzia Onu per i rifugiati) e altre figure di spicco del panorama mondiale che ci daranno la loro visione sui cambiamenti in atto in termini di ambiente, digitalizzazione e diseguaglianze”.

Cosa possono portare i giovani a queste tematiche?
“Sono 3 temi correlati. La digitalizzazione può creare diseguaglianze sociali, gli stessi danni all’ambiente sono spesso frutto di diseguaglianze e mancanza di strumenti. L’approccio che possono portare i giovani è quello costruttivo. Sono tutte dinamiche di lungo corso, non legate all’adesso e qui, ma che riguarderanno sempre più proprio le nostre generazioni. Con le conferenze, le room e i workshop del summit potremo confrontarci con grandi personalità e al tempo stesso esprimere dubbi, chiedere maggiori informazioni e proporre strade da percorrere. Insomma potremo dire la nostra su questioni che toccano noi da vicino, forse più degli altri”.

L’Italia non è un paese per giovani?
“No, purtroppo non lo è. Da quando organizziamo il festival abbiamo riscontrato grandi aperture da parte degli speaker, ma sono un’eccezione. Già trovare degli sponsor è più difficile. Diciamo che in Italia quando sei giovane sembra che tu non abbia diritto a esprimere la tua opinione, spesso non sei preso nella giusta considerazione. Essere giovani in questo paese, purtroppo, è una diminuito”.

Come si crea un mondo a misura di giovani?
“Partendo da loro, dai loro bisogni. Durante la pandemia e anche nel Recovery Plan, l’università è stata considerata pochissimo. Non lasciare spazio alle nuove generazioni, non ascoltarle, è come avere una risorsa e non sfruttarla. I giovani sono molto più consapevoli di quanto si pensi. Basta non considerarli ‘bamboccioni’”.

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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