Interviste

“Senza parità di genere c’è disfunzione democratica”: parola di Rina De Lorenzo

Parità di genere, c'è ancora molto lavoro da fare: con l'On. Rina De Lorenzo, il quadro italiano ed europeo sugli interventi da fare

La parità di genere è un tema molto attuale, dibattuto in tutti gli ambiti: dalla politica alla cultura, dal lavoro al welfare, dall’istruzione alle attività di volontariato. Spesso, però, sembra che oltre le belle parole, le iniziative di solidarietà e commemorazione, le panchine rosse e i progetti europei, un cambiamento radicale sia comunque lontano. Forse siamo ancora un Paese che ha molta strada da fare, in barba all’articolo 37 della nostra Costituzione.

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.

Art. 37 Costituzione Italiana

Abbiamo analizzato la situazione attuale sulla parità di genere con la deputata Rina Valeria De Lorenzo di Leu, componente dell’Intergruppo Parlamentare per le Donne, con la quale abbiamo fatto una lunga chiacchierata telefonica sullo stato dell’arte.

On. De Lorenzo, come si potrebbero mettere al centro le donne nell’attuale quadro politico ed economico?
“Le donne saranno protagoniste del rilancio economico e sociale del Paese solo se la politica saprà utilizzare al meglio gli strumenti messi a disposizione dall’Unione Europea. L’obiettivo dovrebbe essere quello di trasformare in “rosa” quella che nel 2020 è stata la maglia nera dell’occupazione femminile. Ma avere i mezzi non basterà a raggiungere l’obiettivo della parità di genere, né ad imprimere un’accelerata all’empowerment femminile, se lo sguardo sul domani sarà condizionato da spesse lenti azzurre: quelle degli uomini”

Avere i mezzi non basterà a raggiungere l’obiettivo della parità di genere, né ad imprimere un’accelerata all’empowerment femminile, se lo sguardo sul domani sarà condizionato da spesse lenti azzurre: quelle degli uomini

Rina Valeria De Lorenzo, Deputata

I dati ISTAT hanno certificato che delle 101 mila persone che hanno perso il lavoro a causa della pandemia, 99 mila sono donne. L’impatto più pesante al Sud. Perché lo smartworking ha penalizzato proprio le donne?
“La fotografia scattata dall’Istat è allarmante. I dati disegnano un Paese che non è a misura di donna, perché è costruito su un’architettura maschile. Se pensiamo ai piani per l’occupazione femminile, alle infrastrutture sociali, al welfare di prossimità già abbiamo gli elementi per riconoscere le cause di questo dato terribile. Un quadro che si fa più drammatico se pensiamo che il tasso di occupazione femminile in Italia è tra più bassi in Europa e se operiamo un confronto tra donne impiegate al nord e donne impiegate al Sud notiamo un ulteriore calo. La Campania è la prima regione per inattività femminile eppure nel Mezzogiorno il numero di donne laureate è di gran lunga superiore a quello degli uomini. La pandemia ha acuito la distanza di genere e lo smartworking ha peggiorato la situazione delle donne lavoratrici che con la chiusura delle scuole, degli asili e di molte altre realtà di welfare hanno dovuto dedicarsi alla cura dei figli, all’accudimento di genitori o parenti anziani e anche al sostegno della didattica a distanza”. 

Al Parlamento il compito di mettere in campo azioni rivolte al raggiungimento della parità di genere anche occupazionale. Quali sono indispensabili?
“Serve un cambio di marcia culturale che si deve tradurre in interventi sul welfare di prossimità, in interventi sulle infrastrutture sociali e nella revisione dei congedi parentali. Questi devono diventare obbligatori anche per gli uomini perché fino a quando il congedo parentale sarà facoltativo e possono prenderlo alternativamente i due genitori lo stereotipo culturale dominante, che vede la donna come madre e come educatrice dei figli, indurrà l’uomo a rinunciarvi in favore della donna a cui è tradizionalmente e culturalmente destinato l’incarico di accudire i figli e seguire la famiglia. Altra questione da affrontare è quella del gap salariale. Troppo spesso ci ritroviamo con donne che pur svolgendo lo stesso incarico e le stesse mansioni di un uomo sono retribuite diversamente. L’agognata parità di genere è un percorso che si fa irrealizzabile se non si superano quei preconcetti radicati nella cultura e imposti nella società”.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza rappresenta l’occasione giusta per perseguire la parità di genere e dare slancio all’empowerment femminile?
“Il PNRR deve contenere per ogni singola mission un’indicazione che riguarda l’entità delle risorse destinate ai progetti per la promozione della parità di genere. L’intervento per garantirla e realizzarla non può esaurirsi in un singolo progetto, ma deve essere un elemento trasversale che permea tutti i progetti inclusi nel Piano e finanziati con i 209 miliardi di euro che l’Europa ha destinato all’Italia. Io propongo e chiedo che nel PNRR siano inseriti finanziamenti per la formazione delle donne nelle materie Stem erroneamente considerate appannaggio maschile. E’ bene dare spazio alle donne nei settori occupazionali come quello ambientale e digitale garantendone sia la partecipazione più ampia possibile nei concorsi che l’assunzione. Nella gestione dei progetti contenuti nel PNRR occorrerebbe inoltre  assicurare pari rappresentanza di genere perché se il controllo e la verifica nell’approvazione dei progetti verrà affidata solo agli uomini non potrà mai essere garantita un’attenzione reale verso l’universo femminile”. 

Si può ridurre l’empowerment femminile ai soli bonus e sgravi fiscali? Come immagina la donna del futuro?
“Io immagino una donna del futuro consapevole delle proprie straordinarie capacità e quindi prima di parlare di empowerment parlerei di self empowerment, parlerei di consapevolezza delle capacità di stampo cognitivo, relazionale, comunicativo di cui la donna è dotata. Penso inoltre all’indipendenza economica come fondamentale leva per contrastare la violenza di genere. La vera lotta si fa attraverso il sostegno all’indipendenza economica”. 

Quale ruolo possono e devono giocare la scuola e l’Università?
“Il ministro Patrizio Bianchi ha preso a prestito la proposta contenuta nel documento del comitato dei diciotto, a cui fu assegnato il compito di disegnare la roadmap della scuola per uscire dalla pandemia che non ha trovato applicazione con la ministra Azzolina, e ha proposto di introdurre nelle scuole medie gli streamspace per promuovere le metodologie didattiche più all’avanguardia nelle discipline come le scienze, la tecnologia e l’ingegneria. L’innovazione didattica che è innovazione culturale non può avvenire senza l’innovazione dello spazio fisico. Questo si traduce in investimenti sul fronte dell’edilizia scolastica. I fondi li prendiamo dal Recovery fund consapevoli del fatto che non si può fare buona cultura in assenza di un edificio che non risponde al principio del bello”. 

E’ possibile trovare una morale nella pandemia che sta cambiando il mondo e le priorità?
“La pandemia è una sorta di cartina tornasole che mette in luce le disfunzioni della democrazia perché il mancato riconoscimento della parità di genere è la punta più alta della disfunzione democratica”. 

Federica Colucci

Napoletana, classe 1990, Federica Colucci è giornalista, HR e communication specialist. Già responsabile della comunicazione dell'Assessorato al Lavoro e alle Politiche Sociali del Comune di Napoli, ha come expertise i temi del lavoro, del welfare e del terzo settore. Direttore editoriale di FMag.it

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