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Perché il bitcoin vale più di un reale quadro di Leonardo da Vinci?

Bitcoin, cerchiamo di rispondere alla domanda che in tanti si pongono, ossia: perché valgono così tanto e aumenta sempre di più il loro valore?

Ricordo nel 2009, quando il mio collega Marcello Cama mi regalò un po’ di bitcoin, scambiavamo per gioco questa criptovaluta, perdendoli un po’ di settimane dopo su uno dei tanti hard disk dismessi.

Eravamo contenti e soddisfatti di quel nuovo sistema di scambio che muoveva i primi passi, così come PayPal su cui ci concentrammo, senza sapere che quelle prove stavano per cambiare le nostre vita.

Questa volta non voglio spiegare cos’è il bitcoin o meglio un algoritmo che scrive su una blockchain, non voglio usare questi termini, ma qualcosa di più semplice che mi viene spesso chiesto. Voglio cercare di rispondere alla domanda che in tanti, proprio in questi giorni in cui il bitcoin vale oltre 40.000 euro mi pongono e cioè:

Perché un bitcoin vale 40.000 euro

Chiariamo subito due cose, la prima; il valore del bitcoin pari a 40.000 euro è riferito al Febbraio del 2021, la seconda; non ne posseggo molti e comunque meno del fatidico importo di 51.000 euro, soglia entro la quale vanno dichiarati al Fisco.

Per spiegare il valore di un bene, voglio partire da tre oggetti molto vicini a noi: oro, diamante e un dipinto dal valore inestimabile.

Nel 2017 un dipinto di Leonardo da Vinci, il suo Salvator Mundi, fu acquistato ad una asta per ben 450 milioni di dollari. Si ho scritto bene, l’importo che nel 2017 in molti offrirono fu molto alto, a tal punto che un acquirente ha proposto, vincendo, la cifra record di mezzo miliardo di dollari.

Ma – attenzione – lo stesso quadro nel 1958 fu acquistato per soli 60 dollari e il suo valore o meglio l’importo richiesto per il suo acquisto è rimasto pressoché invariato fino al 2011, quando lo stesso dipinto venne attribuito al grande Leonardo da Vinci, diventando il suo Salvator Mundi che raffigura Cristo, appunto il Salvatore del mondo, realizzato intorno al 1500. Da lì gli acquirenti sono diventati molti, così come le offerte, arrivando alla fatidica somma di 450 milioni di dollari.

Ecco, soffermiamoci su questo esempio: un “semplice” dipinto dal 1958 al 2017 ha un incremento del suo valore di ben il 7.500.000% in 59 anni.

Perchè mai dovremmo allora stupirci se il bitcoin dal 2009, anno in cui nasce, con il valore di 0,01 centesimi di euro, arriva ad un valore di 40.000 euro con un incremento in percentuale di 400.000.000% in 10 anni?

Quali sono allora le differenze tra un dipinto ed un bitcoin?

Con un bitcoin, seppur in modo immateriale è possibile farci qualcosa di “utile”, non solo come bene rifugio come l’oro e il diamante, di cui dopo farò un accenno, ma il bitcoin è possibile dividerlo in più parti, potendone conservare una parte e utilizzarne la restante come moneta d’acquisto. In più il valore del bitcoin è protetto da complessi calcoli matematici che lo rendono inalterabile, difficile da rubare, ed è ancora più difficile modificarne il valore a nostra insaputa.

In breve il bitcoin non ha alcun costo relativo alla conservazione, protezione ed esposizione del bene.

È impensabile utilizzare la stessa logica con un dipinto di valore, indipendentemente dall’artista: non è possibile “strapparlo” ed utilizzarne parte per fare acquisti, così come conservazione, rischio furto e trasporto hanno costi incalcolabili. Una tela necessita di precauzioni fuori dal comune, pensiamo solo alla nostra Gioconda protetta dietro uno strato di vetro antiproiettile unico al mondo i cui costi di manutenzione (e assicurativi) sono enormi.

Ma a questo punto già dovrebbe essere chiaro che un bitcoin ha più valore o meglio maggiore utilità rispetto ad un quadro di Leonardo da Vinci.

Ma effettivamente un dipinto quanto vale?

Senza citare la famosa formula matematica, che è pari alla somma del lato più l’altezza moltiplicato il coefficiente dell’artista, è più semplice pensare che di fatto il Salvator Mundi non è altro che una vecchia tela del 1500, macchiata di colori. In fin dei conti questo è dipinto su tela, nulla di più.

Allo stesso modo un bitcoin non è altro che una sequenza di numeri e lettere assegnate ad un individuo o meglio ad un file o peggio ancora ad una sequenza di elementi con energia elettrica (1) o senza energia elettrica (0).

Descritti così, un quadro o un bitcoin – pur se realizzati da un certo Leonardo da Vinci o da una formidabile mente matematica – non hanno entrambi alcun valore effettivo, se non per le materie prime utilizzate dal valore di pochi euro.

Ma cos’è allora che spinge il costo di una tela intrisa di colori ad essere così elevata?

Il valore di 450 milioni di euro è un valore immateriale, perché colui o coloro che sono disposti a pagare una tale cifra lo fanno perché di fatto ricevono una emozione osservando o possedendo quel quadro.

Ricevono l’emozione di avere un opera realizzata dal più grande di tutti i tempi, semmai con la tecnica più complessa mai utilizzata prima, oppure per la tipologia di colori utilizzati, del soggetto raffigurato, eccetera… In breve, l’opera trasmette delle emozioni a tal punto che ci sono persone disposte ad ottenerlo in cambio pagando un cospicuo importo.

Non c’è quindi un valore calcolato sulle materie prime o sulle ore uomo per realizzarlo, ma bensì si paga l’emozione che quell’oggetto trasmette ad ognuno di noi.

Personalmente, se disponessi di una buona quantità di soldi, non mi sognerei affatto di spendere 450 milioni per un quadro, ma ad esempio investirei su immobili su cui ho maggiore gradimento; ma qualcun altro potrebbe fare l’inverso: le donne spenderebbero 450 milioni di euro prevalentemente in abbigliamento griffato e scarpe.

Qualcuno potrebbe dire che il quadro di Leonardo da Vinci è unico al mondo, quindi un oggetto raro. Un discorso che richiama l’oro e il diamante.

Entrambe queste risorse sono rare, ed è per questo che entrambe (oro e diamanti) sono considerati beni rifugio: il loro valore può solo aumentare e non diminuire.

Il bitcoin è vincente anche come risorsa limitata

Il nostro bitcoin risulta vincente anche come risorsa limitata: è spesso definito oro digitale, perché i bitcoin prodotti – o meglio elaborati – nel tempo possono essere al massimo 21 milioni e secondo il suo algoritmo nel 2040 saranno tutti prodotti, diventando limitati e rari come l’oro.

Anche qui la storia ci viene in aiuto: il nostro Cristoforo Colombo, quando arrivò in quella che poi abbiamo battezzato come “Americhe”, per entrare in sintonia con gli indigeni offrì loro qualcosa che interessava molto, un banale specchio.

Per gli indigeni era qualcosa di eccezionale: quell’oggetto che luccicava al sole, al punto tale che barattavano il “vetro” con il loro “oro” che utilizzavano solo in modo ornamentale.

Ecco, un esempio ulteriore dove il valore di un bene è suscitato dall’emozione che esso produce: inutile specchio per noi, importante per gli indigeni; inutile e solo ornamentale oro per loro, bene prezioso e raro per noi del vecchio Continente.

In ultimo un piccolo parallelo tra l’oro e il bitcoin, da molti ritenuti simili dal punto di vista economico: un bitcoin è più leggero, sicuro e facilmente trasportabile rispetto all’oro, non è soggetto a furti, ne può essere confiscato.

Il valore complessivo nel mondo dell’oro è di circa 11 trilioni di dollari, al bitcoin è sufficiente arrivare al valore di 500mila dollari per soppiantare anni e anni di economia del buon vecchio oro. Un valore, quello di 500 mila dollari, che è solo 10 volte superiore a quello di oggi, con 20 anni ancora avanti di progressi.

Felice Balsamo

Nato a Napoli, informatico dall'età di 9 anni, nel 1998 scopre il mondo Internet, si appassiona al web e ai motori di ricerca, sviluppa in SOAP, WSDL per i BlackBerry e per il nascente DTT (Digitale Terrestre) e protocollo MHP. Ha una breve parentesi in Linden Scripting Language, per la creazione di nuovi mondi in Second Life. Nel 2011 e 2016 coordina la comunicazione web per la campagna a Sindaco di Napoli di Luigi de Magistris. Da Luglio 2011 segue le attività di informatizzazione, razionalizzazione delle risorse economiche, contrasto all'evasione per il Comune di Napoli. Appassionato di anagrafe, ha collaborato per l'introduzione della CIE 3.0 (carta d'identità elettronica) e dell'ANPR (Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente). Dal 2018 coordina il progetto "Napoli Blockchain" finalizzato alla diffusione e sperimentazione di tale tecnologia nella città di Napoli.

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