Petrolio e gas tornano a pesare sull’economia italiana: il terzo trimestre parte in salita
Per le imprese italiane, la sfida dei prossimi mesi sarà quindi duplice: assorbire l’aumento dei costi senza compromettere la competitività e, contemporaneamente, non rinunciare agli investimenti necessari per affrontare la trasformazione del sistema produttivo.

L’economia italiana si affaccia sul terzo trimestre del 2026 con un quadro più fragile del previsto. Dopo i segnali di rallentamento già emersi nei mesi precedenti, il nuovo aumento dei prezzi di petrolio e gas rischia infatti di aggiungere un ulteriore ostacolo alla crescita. È questo il quadro delineato dal Centro Studi di Confindustria nella Congiuntura Flash del 24 luglio 2026, secondo cui la nuova escalation militare tra Stati Uniti e Iran sta producendo effetti diretti sui mercati energetici e, attraverso questi, sull’intera economia italiana.
L’Italia in difficoltà
Il punto di partenza è la crisi geopolitica. La nuova fase della guerra nel Golfo Persico ha ridotto drasticamente i transiti delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, con una contrazione del 32% a metà luglio. Il risultato è stato immediato sul prezzo del petrolio: il Brent è tornato a quota 91 dollari al barile il 21 luglio, dopo essere sceso a 72 dollari a giugno. Un valore ancora inferiore al picco di 104 dollari registrato a maggio, ma nettamente superiore ai 69 dollari medi di febbraio. Anche il gas ha ripreso a correre, arrivando a circa 60 euro per megawattora, dopo non essere mai realmente tornato sui livelli di inizio anno.
Per un Paese fortemente dipendente dalle importazioni energetiche come l’Italia, uno shock di questo tipo non rimane confinato alle stazioni di servizio o alle bollette. L’energia rappresenta infatti un costo trasversale che attraversa la produzione industriale, i trasporti, la logistica, i servizi e, alla fine della catena, i prezzi pagati dalle famiglie.
Gli effetti reali
Il primo effetto è quindi sull’inflazione. Dopo essere salita rapidamente dall’inizio della primavera, l’inflazione italiana ha raggiunto a maggio il 3,2%, rispetto all’1% di gennaio. A giugno si è registrata una parziale discesa, al 3%, ma secondo Confindustria sarebbe un errore interpretare questo dato come un ritorno immediato alla normalità. La dinamica dei prezzi, infatti, tende a essere “vischiosa”: anche quando lo shock energetico si attenua, il livello generale dei prezzi non torna automaticamente a quello precedente.
È questo uno degli aspetti più delicati della situazione. Anche un’inflazione temporanea può produrre effetti duraturi sul potere d’acquisto. Le famiglie si trovano a fare i conti con prezzi che, pur crescendo meno rapidamente, restano più elevati rispetto al passato. E quando aumenta l’incertezza, la prima reazione può essere quella di rinviare acquisti e spese non essenziali.
I segnali in questo senso sono già visibili. Nel primo trimestre il potere d’acquisto delle famiglie era aumentato dello 0,8%, sostenendo la domanda interna. Nel secondo trimestre, tuttavia, la dinamica dei redditi è stata frenata dall’aumento dei prezzi e da un lieve calo degli occupati registrato a maggio. Le vendite al dettaglio hanno segnato una crescita appena dello 0,1% in volume e a giugno gli acquisti di automobili sono diminuiti dell’1,5%.
E se manca la fiducia…
A rendere ancora più complesso il quadro è il comportamento della fiducia. Le aspettative dei consumatori sull’andamento dei prezzi hanno raggiunto un picco in aprile, determinando un forte deterioramento della fiducia delle famiglie. Secondo il Centro Studi di Confindustria, esiste una relazione particolarmente significativa tra la percezione dell’aumento dei prezzi e la fiducia complessiva: quando le famiglie temono nuovi rincari, tendono a ridurre o rimandare i consumi.
Anche le imprese sono sotto pressione. L’industria italiana, dopo mesi caratterizzati da diversi shock, mostra nuovi segnali di rallentamento. A maggio la produzione industriale è diminuita dello 0,3%, con una contrazione dello 0,8% per i beni intermedi e dello 0,5% per quelli di consumo. La crescita della produzione energetica, pari al 4,6%, ha solo attenuato la flessione complessiva. A giugno il PMI manifatturiero è rimasto in territorio espansivo, ma è sceso da 52,9 a 52,2, mentre cominciano a indebolirsi gli effetti positivi dell’accumulo di scorte.
Il tema dell’energia si intreccia così con quello degli investimenti. I prestiti alle imprese sono cresciuti del 3,5% su base annua, ma una parte significativa di questa maggiore domanda di credito non è destinata a finanziare nuovi impianti, tecnologie o progetti di sviluppo. Serve piuttosto a sostenere la liquidità necessaria per affrontare bollette energetiche più pesanti. Nel frattempo, a maggio si è fermata la crescita della produzione di beni strumentali e nel secondo trimestre sono peggiorate le previsioni di spesa per investimenti.
È un segnale particolarmente importante perché gli investimenti rappresentano uno dei principali motori della produttività e della competitività futura. Se le imprese sono costrette a utilizzare risorse finanziarie per assorbire l’aumento dei costi correnti, rimane meno spazio per innovazione, digitalizzazione, ricerca, automazione e ampliamento della capacità produttiva.
Qualche segnale positivo
Non tutto, però, è negativo. Il settore dei servizi mostra una sostanziale stabilizzazione e il turismo internazionale sta offrendo un contributo significativo. La spesa dei turisti stranieri in Italia è tornata a crescere rapidamente: a maggio ha segnato un incremento del 6,2% su base annua a prezzi correnti, dopo il calo registrato a marzo. Il PMI dei servizi è salito a giugno a 50,2, dal 49,4 di maggio, indicando una stabilizzazione dell’attività.
Anche sul fronte estero il quadro presenta luci e ombre. L’export italiano di beni è diminuito a maggio dello 0,4% a prezzi costanti, dopo il -2,6% di aprile. Nei primi cinque mesi dell’anno, tuttavia, le esportazioni rimangono complessivamente in crescita, anche se a un ritmo inferiore rispetto alla media di lungo periodo. Interessanti sono soprattutto le differenze tra mercati: aumentano le vendite verso Svizzera e Cina, mentre quelle verso Turchia, Spagna e Stati Uniti risultano in calo. In forte accelerazione, invece, le esportazioni verso i Paesi del Mercosur, cresciute del 21,2% nel primo mese di applicazione dell’accordo commerciale, sostenute soprattutto dai macchinari e dalla farmaceutica.
E l’Europa?
Sul piano internazionale, l’Eurozona offre qualche segnale di recupero nei servizi, mentre la manifattura rimane disomogenea. Gli Stati Uniti mostrano segnali di rallentamento e la Cina deve fare i conti con una domanda interna debole, pur mantenendo una produzione industriale robusta e un export particolarmente dinamico, sostenuto anche dal boom dei semiconduttori legato all’intelligenza artificiale.
A complicare ulteriormente la situazione c’è la politica monetaria. L’aumento dei prezzi energetici rischia infatti di costringere la Banca centrale europea a mantenere una posizione prudente sui tassi. Le previsioni indicano un possibile picco dell’inflazione europea nel 2026 e un successivo rientro nel 2027, ma il percorso dipenderà in larga misura dall’evoluzione del prezzo del petrolio e dalla situazione nello Stretto di Hormuz.
Il rischio, dunque, è quello di una combinazione particolarmente scomoda: prezzi ancora elevati, credito più costoso e minore fiducia. Tre fattori che possono frenare contemporaneamente consumi e investimenti. Confindustria sottolinea proprio questo punto: anche qualora l’inflazione dovesse rientrare rapidamente, gli effetti negativi sulla crescita non scomparirebbero immediatamente.
Le prospettive
Il terzo trimestre si apre quindi in salita non tanto perché l’economia italiana sia già in recessione, quanto perché arriva dopo una sequenza di shock che ha progressivamente ridotto i margini di manovra di famiglie e imprese. Il vero elemento di rischio è l’incertezza: se la crisi geopolitica dovesse prolungarsi e i prezzi energetici rimanessero elevati, lo shock temporaneo potrebbe trasformarsi in un freno più persistente alla crescita.
Per le imprese italiane, la sfida dei prossimi mesi sarà quindi duplice: assorbire l’aumento dei costi senza compromettere la competitività e, contemporaneamente, non rinunciare agli investimenti necessari per affrontare la trasformazione del sistema produttivo. Energia, innovazione e produttività diventano così tre facce dello stesso problema.
Il messaggio che arriva dal rapporto di Confindustria è, in definitiva, prudente ma non necessariamente pessimista. L’economia italiana dispone ancora di alcuni elementi di resilienza, dal turismo all’export di determinati comparti, ma il margine per assorbire nuovi shock si è ridotto. Il futuro del terzo trimestre dipenderà soprattutto dalla durata della crisi energetica e geopolitica. Se petrolio e gas torneranno rapidamente verso livelli più sostenibili, parte delle tensioni potrebbe rientrare. Se invece la pressione dovesse prolungarsi, il conto rischierebbe di presentarsi sotto forma di minori consumi, investimenti più deboli e crescita più lenta.
In altre parole, il problema non è soltanto quanto costa oggi un barile di petrolio. È quanto a lungo quel prezzo resterà abbastanza alto da modificare le decisioni di milioni di famiglie e migliaia di imprese. Ed è proprio questa la variabile che rende il terzo trimestre 2026 uno dei passaggi più delicati per l’economia italiana.




