Editoriale

L’Europa alla prova della sovranità digitale

L'Europa ha scoperto che regolamentare i servizi digitali e le reti di comunicazione non basta: occorre controllare direttamente gli strumenti. È di questi giorni la notizia secondo cui Francia e Danimarca abbandonano il software americano; intanto Germania e Spagna avanzano su fronti diversi, l'Italia resta indietro. I big tech si adattano senza cedere il controllo reale. Il Regno Unito vive le contraddizioni della Brexit. La strada è più lunga del tempo disponibile.

La Francia abbandona Windows. Lo ha annunciato la Direction interministérielle du numérique, che coordinerà la transizione di tutti i ministeri verso workstation Linux e avvierà una mappatura sistematica delle dipendenze dai fornitori extraeuropei: ciascun ente dovrà presentare un report entro l’autunno.¹ Non è la prima mossa in Europa: la Danimarca sta facendo lo stesso con gli strumenti di produttività, sostituendo Microsoft Office con LibreOffice.² Il segnale, preso insieme, è diverso da tutto quello che è venuto prima.

A quanto pare in Europa si sono resi conto che non è sufficiente regolamentare: occorre controllare direttamente gli strumenti. Anche se non parliamo delle strutture e dei server, il controllo del software è uno dei tasselli necessari alla sovranità. Da qui la decisione di Francia e Danimarca, che probabilmente saranno seguite anche da altri Stati. Purtroppo a parte Linux, che è un sistema molto più aperto di Windows, non abbiamo una reale competizione europea in molti settori strategici legati alle comunicazioni informatiche e digitali.

La consapevolezza è arrivata tardi, e non spontaneamente. Per anni la strategia europea in campo digitale si era fermata alla regolamentazione: il GDPR, il Digital Markets Act, il Digital Services Act. Si trattava di atti che dicevano ai giganti americani cosa non potevano fare, senza però costruire nulla di alternativo. L’idea implicita era che il mercato europeo fosse abbastanza grande da condizionare il comportamento dei fornitori stranieri, e che questo bastasse. Non bastava.

Quello che ha cambiato il calcolo non è stato un ragionamento strategico a freddo. Sono state le modifiche del rapporto di cooperazione con l’alleato americano. Anche se i termini di questo rapporto sono in discussione da oltre 25 anni, sono stati Trump, i dazi, le minacce sulla Groenlandia, e soprattutto la scoperta, non teorica ma pratica, che infrastrutture critiche affidate a fornitori stranieri possono diventare leve di pressione politica. Quando il procuratore capo della Corte Penale Internazionale, Karim Khan, ha perso l’accesso al suo account Microsoft Outlook dopo che Washington aveva sanzionato i funzionari del tribunale, il problema ha smesso di essere astratto.³ La CPI ha sostituito Microsoft con OpenDesk, la suite open source sviluppata dal Centro tedesco per la sovranità digitale, ZenDiS.⁴ La questione non poteva essere più ignorata.

La Francia si muove con l’architettura più strutturata. La DINUM ha avviato una mappatura sistematica delle dipendenze di tutti i ministeri dai fornitori extraeuropei. Entro l’autunno, ciascun ente dovrà presentare un report su postazioni di lavoro, strumenti collaborativi, software antivirus, intelligenza artificiale, database, sistemi di virtualizzazione e infrastrutture di rete. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha già completato NUBO, un’infrastruttura cloud privata basata su OpenStack per la gestione dei dati sensibili.⁵

La Danimarca parte da una posizione più reattiva: le motivazioni sono esplicitamente geopolitiche, legate alla crisi con Washington sui dazi e sulla Groenlandia. Anche lì, però, la direzione è netta. Il Ministero della Digitalizzazione sta sostituendo Microsoft Office con LibreOffice, seguendo le municipalità di Copenhagen e Aarhus.⁶ L’ostacolo tecnico però è chiaro anche ai danesi: la transizione richiede competenze che molti enti locali non hanno ancora.

Chi avanza, chi resta indietro, chi si contraddice

La Germania è il paese che ha fatto di più, strutturalmente. Il Land  dello Schleswig-Holstein ha completato la migrazione di 40.000 account email da Microsoft a soluzioni open source, dopo aver già sostituito Windows con Linux e Office con LibreOffice.⁷ A luglio 2025, Germania, Francia, Italia e Paesi Bassi hanno fondato il Consorzio europeo per le infrastrutture digitali dei beni comuni, con l’obiettivo di sviluppare e scalare strumenti sovrani condivisi.⁸ La Spagna è presente nel progetto EURO-3C, un cloud paneuropeo sostenuto da Telefónica e dalla Commissione europea, che punta a costruire un’alternativa credibile ad AWS e Azure: ambizione legittima, ma che richiede uno sforzo e una competenza notevoli.⁹ L’Italia partecipa ai centri di supercalcolo EuroHPC ma resta, nei fatti, tra i paesi più dipendenti: il suo indice di sovranità digitale, misurato sull’adozione effettiva di infrastrutture autogestite, è tra i più bassi d’Europa, significativamente al di sotto della media UE.¹⁰

Qual è la risposta americana a tutto questo? Amazon ha lanciato a gennaio 2026 l’AWS European Sovereign Cloud: una nuova entità legale costituita in Germania, con dirigenza esclusivamente composta da cittadini europei, infrastruttura fisicamente separata da AWS US, e un investimento dichiarato di 7,8 miliardi di euro fino al 2040.¹¹ Sul piano formale, risponde punto per punto alle obiezioni europee: residenza dei dati, autonomia operativa, governance locale. Sul piano sostanziale, Amazon rimane proprietaria dell’intera struttura. Il CLOUD Act, la legge americana che autorizza le autorità statunitensi a richiedere dati detenuti da aziende americane anche se fisicamente archiviati altrove, non è stato abrogato. Microsoft France ha detto esplicitamente al Senato francese, nel giugno 2025, che la società non può garantire che i dati europei non vengano mai richiesti dalle autorità americane.¹² E questo costituisce un vulnus alla sovranità europea e alla sicurezza nazionale.

Ci addentriamo in una nuova concezione della sovranità, la “sovranità digitale”, con i suoi nuovi problemi e i suoi rischi specifici. Cristina Caffarra, fondatrice dell’Eurostack Foundation, ha coniato il termine “sovereignty-washing” per descrivere la tattica dei grandi fornitori americani: adottare il linguaggio dell’autonomia per rendere più difficile, non più facile, uscire dalla dipendenza.¹³ Una struttura legale europea che rimane di proprietà americana non è espressione di sovranità; è solo un adattamento commerciale alle pressioni regolative. Il fatto che sia necessario contrattarlo è già una misura della debolezza strutturale europea: il 90% dell’infrastruttura digitale del continente, cloud, computing, software, è controllata da aziende non europee, in larga parte americane.¹⁴

La risposta dei big tech americani alla pressione europea non sarà, con ogni probabilità, l’abbandono del campo o il conflitto aperto: sarà l’adattamento. L’AWS ESC è già un esempio: strutture legali localizzate, dirigenze europee, linguaggio della sovranità adottato come argomento commerciale. Microsoft ha annunciato che entro il 2026 estenderà l’elaborazione in-country dei dati di Microsoft 365 Copilot a Germania, Italia e Spagna, tra gli altri.¹⁵ Google sta seguendo la stessa traiettoria. Il mercato europeo vale troppo per abbandonarlo, e costa meno adattarsi formalmente alle richieste di sovranità che perdere i contratti pubblici. Il rischio reale per i big tech non è di uscire dal mercato europeo, ma la progressiva esclusione dagli appalti pubblici sensibili. Anche se ora vale una frazione dei ricavi, stabilisce precedenti regolatori e fa da traino per il mercato privato. La competizione si sposterà probabilmente su un terreno dove l’adattamento formale non basta: il controllo delle infrastrutture fisiche e dell’intelligenza artificiale. Chi possiede i data center, i cavi, i chip e i modelli foundation — i grandi modelli linguistici e multimodali addestrati su scala massiva (GPT, Gemini, Claude, LLaMA) che fungono da base per la maggior parte delle applicazioni di intelligenza artificiale — detterà le condizioni indipendentemente da dove è registrata la società che li gestisce. Su questo piano l’Europa parte svantaggiata in modo più strutturale.

Se la mia lettura è corretta, la domanda che segue è se l’Europa investirà anche in infrastrutture proprie, e con quale tecnologia. Il progetto EuroHPC, con centri di supercalcolo distribuiti in Spagna, Italia, Finlandia e Paesi Bassi, ha un budget complessivo di circa 7 miliardi di euro.¹⁶ OpenEuroLLM, il consorzio di venti organizzazioni che punta a sviluppare modelli linguistici aperti in tutte le lingue ufficiali UE, dovrebbe rilasciare una prima versione entro metà 2026.¹⁷ Sul fronte hardware, l’iniziativa RISC-V, finalizzato a creare un’architettura open standard per processori, è esplicitamente identificata dall’UE come leva per la sovranità nel settore dei semiconduttori, con l’obiettivo dichiarato di portare la quota europea dal 10 al 20% del mercato globale entro il 2030.¹⁸ Sono mosse reali e sono mosse politiche. Ma arrivano con due decenni di ritardo rispetto al momento in cui avrebbero potuto cambiare l’equilibrio.

Il caso britannico e la contraddizione aperta

Il caso britannico merita una nota separata. Uscendo dall’Unione europea, il Regno Unito ha anche abbandonato il perimetro entro cui quella direzione si stava definendo. Attualmente non ha una strategia organica di sovranità digitale: il DSIT ha risposto alle richieste del Parlamento definendo la questione “un’area politica complessa e in evoluzione”, senza fornire scadenze.¹⁹ A gennaio 2026, 45 parlamentari hanno presentato una mozione formale segnalando la dipendenza delle funzioni democratiche e delle infrastrutture critiche da un numero ristretto di fornitori stranieri.²⁰ Nel frattempo, il governo ha assegnato senza alcuna gara a Palantir, un contratto da 240 milioni di sterline col Ministero della Difesa per la gestione di dati operativi classificati.²¹  Solo che Palantir è un’azienda americana fondata da Peter Thiel — tra i principali finanziatori della galassia politica che ha sostenuto la Brexit — la cui crescita fu finanziata fin dall’inizio da In-Q-Tel, il braccio di venture capital della CIA.

Certo, c’è Linux. C’è LibreOffice. OpenDesk esiste, funziona, è già in produzione in alcuni ministeri europei. Il problema non è la disponibilità degli strumenti: è che al di sopra del livello del sistema operativo e della produttività da ufficio, l’Europa non ha ancora alternative competitive nei settori dove la dipendenza è più costosa: cloud su scala, intelligenza artificiale, sistemi di comunicazione cifrata di massa. Il cambio di passo è in atto, ma lo svantaggio accumulato in vent’anni di indifferenza è tanto, e la strada da recuperare è più lunga del tempo che resta prima che quella dipendenza diventi, in certi scenari, un problema che non si risolve con una delibera ministeriale.

Note

¹ DINUM, comunicato ufficiale, 10 aprile 2026. Riportato da Tom’s Hardware Italia e TechCrunch, tra gli altri.

² Ministero per gli Affari Digitali danese, dichiarazione della ministra Caroline Stage Olsen a Politiken, giugno 2025.

³ L’account Microsoft di Khan fu disconnesso nella primavera del 2025, a seguito delle sanzioni imposte dall’amministrazione Trump alla CPI. Le circostanze della disconnessione sono disputate: Microsoft sostiene che fu l’ICC a decidere di sospendere l’accesso di Khan ai propri servizi, e non l’azienda ad agire unilateralmente. Il presidente di Microsoft Brad Smith ha dichiarato che “in nessun momento Microsoft ha cessato o sospeso i propri servizi alla CPI”. Fonti olandesi e The Register riportano una ricostruzione differente, secondo cui Microsoft avrebbe comunicato all’ICC che le sanzioni rendevano necessaria la disconnessione, e l’ICC avrebbe poi agito di conseguenza. Microsoft ha chiesto al Parlamento britannico di rettificare le dichiarazioni rese da un suo dirigente in audizione. Cfr. The Register, 18 febbraio 2026; Techzine, 4 giugno 2025; Computer Weekly, 23 maggio 2025.

The Register, 31 ottobre 2025; Handelsblatt, ottobre 2025. OpenDesk è sviluppato da ZenDiS, il Centro tedesco per la sovranità digitale.

The Register, “Europe gets serious about cutting US digital umbilical cord”, 22 dicembre 2025.

⁶ Dichiarazione di Caroline Stage Olsen, Politiken, giugno 2025. Sulle municipalità di Copenhagen e Aarhus, cfr. gli articoli originali forniti in apertura.

The Register, 31 ottobre 2025; Computerworld, 22 dicembre 2025.

The Register, 22 dicembre 2025.

⁹ IEEE Spectrum, “Is EURO-3C Europe’s Path to Cloud Sovereignty?”, marzo 2026.

¹⁰ Nextcloud Digital Sovereignty Index 2025, pubblicato il 7 agosto 2025. Indice Italia: 6,5; media UE: 16,31. Va precisato che il DSI misura quanti server open source autogestiti (per la collaborazione, la condivisione file, la comunicazione) sono pubblicamente accessibili in rete per ogni 100.000 abitanti. Più il numero è alto, più un paese ha scelto di gestire in proprio la propria infrastruttura digitale invece di affidarsi a provider esterni. Non misura le intenzioni politiche né le leggi: misura l’uso reale. Tuttavia rileva solo i server visibili pubblicamente — quelli dietro firewall o VPN non compaiono, il che penalizza le grandi organizzazioni istituzionali e favorisce privati e PMI. Inoltre l’indice è pubblicato da Nextcloud, che è anche uno dei 50 strumenti misurati. Non è quindi un indicatore neutro.

¹¹ AWS blog, “Opening the AWS European Sovereign Cloud”, 15 gennaio 2026.

¹² Audizione al Senato francese, giugno 2025. Cfr. Computerworld, 22 dicembre 2025; The Register, 31 ottobre 2025.

¹³ The Register, 22 dicembre 2025.

¹⁴ Stima di Cristina Caffarra, Eurostack Foundation. Cfr. The Register, 22 dicembre 2025.

¹⁵ Microsoft Azure Blog, “Microsoft strengthens sovereign cloud capabilities with new services”, 5 novembre 2025.

¹⁶ TechCrunch, “Open source LLMs hit Europe’s digital sovereignty roadmap”, febbraio 2025.

¹⁷ Ibid.

¹⁸ OpenHW Foundation, comunicato stampa, 26 gennaio 2026. Cfr. anche Chips Joint Undertaking, progetto TRISTAN.

¹⁹ Computer Weekly, febbraio 2026, su risposta DSIT a richiesta di commento.

²⁰ Computer Weekly, “Breaking the stranglehold”, aprile 2026. ²¹ Ibid.; Computer Weekly, “Campaigners urge UK to develop digital sovereignty strategy”, gennaio 2026

Ernesto Bianchi

Nato nel Novecento a Napoli, dopo la laurea in Filosofia e due idoneità al Dottorato, è andato a insegnare a Bergamo, vincitore di concorso, perché non voleva chiedere e non voleva accettare raccomandazioni. Ama la cultura e gli piace moltissimo insegnare quando ci riesce. Ci prova da 27 anni, ma nel frattempo ha lavorato anche a cose noiosissime, facendo il vicepreside e il coordinatore di aree e progetti. Ha sempre preferito stare in classe a fare lezione. Tuttavia ha anche un canale di lezioni su Youtube.

Articoli correlati

Pulsante per tornare all'inizio