Si comincia da un dato. In Italia, le miniere di zolfo evocano un immaginario quasi esclusivamente siciliano: Pirandello e Ciàula scopre la luna, Sciascia, i carusi-bambini delle solfare di Caltanissetta e Agrigento. La Campania mineraria è invece una geografia rimossa — pure quando ha lavorato e pure quando è morta — e sopravvive al massimo nei nomi di qualche frazione irpina. Il primo romanzo di Gabriella Bianchi parte esattamente da questo vuoto cartografico. Anno 1982, “piccola provincia dell’entroterra campano” come da quarta di copertina, un giovane minatore di sedici anni — Giacomo Di Natale, per tutti Giacomino — finisce sotto le pietre di una galleria in apparente incidente sul lavoro. Ai carabinieri della compagnia locale arriva, la stessa sera, un tenente nuovo di nomina: Giordano Di Capua, ufficiale “in punizione”, trasferito in fretta da Roma per aver pestato il naso al maggiore Scarfatti, suocero acquisito della fidanzata che lo ha appena scaricato. Zolfo parte da qui. E ci mette dieci capitoli per arrivare dove sembrava di dover arrivare alla seconda pagina, ma intanto, di pagina in pagina, ti porta da un’altra parte.
Bianchi è una collega che molti lettori del Mattino e dell’AGI hanno incontrato senza saperlo. Nata a Benevento nel 1973, “l’anno del colera a Napoli” come ricorda nella sua nota biografica con una di quelle frasi-incipit che si imparano in trent’anni di cronaca, è cresciuta tra Napoli e l’Irpinia, è stata sotto il terremoto del 23 novembre 1980, ha fatto cronaca nera e giudiziaria per anni in Campania prima di trasferirsi a Roma e occuparsi per AGI di informazione digitale. Quando una giornalista di quel mestiere e di quella geografia decide, dopo trent’anni di cronache di vite altrui, di sedersi a scrivere una storia tutta sua, le possibilità sono due: il romanzo-saggio inchiesta-camuffata, oppure il romanzo vero. Zolfo sceglie la seconda strada con una pulizia che pochi cronisti riescono a tenere quando si convertono alla finzione. La cronaca nera, qui, è materia metabolizzata; non un travestimento, non una citazione di sé.
L’impalcatura del giallo regge — c’è il caso, c’è la dinamica omicidiaria, c’è l’arresto finale, c’è perfino il colpo di teatro su cui non spoilero — ma non è quello che spinge avanti il libro. Zolfo è in realtà un romanzo sui binari paralleli di due ragazzi del Sud cresciuti senza padre. Giacomino Di Natale, il sedicenne morto, dopo la prematura scomparsa del genitore aveva mollato gli studi nonostante il professor D’Alfonso — corrispondente locale del Mattino, figura splendidamente disegnata — fosse andato a casa sua per convincerlo a fare il liceo. Giordano Di Capua, il tenente che indaga, ha perso il padre a quindici anni e si è infilato in accademia perché bisognava “sistemarsi presto”, come ripete a un certo punto del libro: avevamo solo una possibilità da non buttare via, perché non avevamo più il paracadute. Bianchi mette i due percorsi sullo stesso piano, senza sottolineature: l’investigatore non è il salvatore esterno che capisce la vittima, ne è il sopravvissuto. Una manciata di anni, un colpo di fortuna, un mentore — il professore-cronista per Giordano, il sindacalista Armando Rocco per il giovane Marino — bastano a deviare le traiettorie. Una sola cosa fa la differenza tra arruolarsi nei carabinieri e morire in galleria: chi ti tiene la penna in mano.
C’è poi il tema politico, e qui Bianchi mostra che la cronista non l’ha lasciata in redazione. Quando Giordano arriva sulla scena del delitto e prova a interrogare Enzo “Enzuccio” Marino — il minatore ventenne che ha conosciuto Giacomino fin da bambino — la risposta che si sente dare alla domanda “ce ne sono parecchi di incidenti?” è di tre parole: «No, qualche volta. Ma è normale. Succede…». Quel «succede» è la radiografia politica del libro. Non è omertà di mafia, non è camorra, non è codice di silenzio rurale: è la naturalizzazione del morto bianco, quella convinzione cementata che certi posti di lavoro consumano carne umana per statuto e che chiamare omicidio quello che è omicidio sarebbe quasi un’esagerazione borghese. In Italia, secondo i dati Inail più recenti, restano sopra le mille vittime all’anno per infortunio sul lavoro. Quaranta e passa anni dopo il 1982 in cui Bianchi ambienta Zolfo, il «succede» di Enzuccio non è invecchiato di un giorno. È questo che rende il libro un noir contemporaneo a dispetto della cornice cronologica.
La cornice, peraltro, è piazzata con cura. Sul finale, mentre Giordano e il maresciallo Zotti — pignolo, garbato, gradualmente complice, uno dei caratteri meglio costruiti del romanzo — attraversano il paese in una mattina di novembre limpida, Zotti osserva che il 23 novembre dell’80 non era una giornata altrettanto chiara. Il riferimento al terremoto dell’Irpinia è uno solo, è laterale, e proprio per questo funziona: dà profondità storica al paese di pietra e tufo dove tutta la vicenda si svolge, ricorda al lettore che quei costoni e quelle case basse hanno una memoria recente di crollo e che lo Stato — quel piccolo Stato di compagnia carabinieri ricavata in un convento sconsacrato, con la cella per ufficio e la cella per alloggio — è arrivato in molti di quei comuni soltanto dopo, e male. Il dialetto campano, usato in dosi misurate quasi sempre nei dialoghi e quasi mai nelle didascalie, fa il suo mestiere senza scivolare nel folklore: serve a marcare i confini di classe e di codice, non a strizzare l’occhio.
Il bilancio è abbondantemente in positivo, anche perché chiude su un’invenzione narrativa che è il vero dono di Bianchi al romanzo italiano contemporaneo: la parola “bravagentemaperò“, scritta tutta attaccata, a indicare quella categoria di cittadini per cui varcare la soglia di un tribunale è di per sé una macchia, qualunque sia il ruolo processuale, perché qualcosa sotto sotto è sempre poco chiara e limpida. È il miglior conio della lingua italiana dei prossimi tre anni, segnatevelo. E descrive, in una parola sola, una porzione consistente della classe dirigente meridionale degli ultimi quarant’anni.
Zolfo esce per Bookabook, casa editrice che lavora con il modello del crowdfunding editoriale. Il dato organizzativo, di solito, viene relegato in fondo alle recensioni come nota a piè di pagina; in questo caso conviene metterlo all’inizio del paragrafo finale, perché è significativo. Una giornalista di lungo corso, con quattro libri precedenti pubblicati con sigle minori, sceglie un editore che chiede ai lettori di pre-ordinare il libro per finanziarne la stampa. È, per chi conosce il mercato, un atto di onestà strutturale: significa che il romanzo è andato in libreria perché qualcuno lo voleva leggere, non perché un ufficio marketing aveva deciso di provarci. Da bravagentemaperò, ne ho ordinata una copia.
