Cultura e Spettacoli

Nunzia Marciano, 40 anni mamma: un referto generazionale travestito da guida insolita

Dieci anni dopo Single per legittima difesa, la collega torna in libreria con un libro che mette in fila amore, lutto, motherhood penalty e uno Stato che ai padri concede dieci giorni di congedo e alle madri il senso di colpa come unica policy. Homo Scrivens, aprile 2026, 156 pagine, prefazione di Paolo Siani

Partiamo dai numeri, che tanto le madri, nei libri italiani, esistono quasi sempre in versione aggettivata e raramente quantificata. Quattro libere professioniste su cinque sono convinte che la maternità comprometta la carriera. L’83% delle under 45 lo dà per certo. Tre su quattro non usufruiscono delle tutele disponibili, perché nella quasi metà dei casi manco sanno che esistano. Il 77% di chi le ha usate le considera inadeguate. Ai padri, lo Stato italiano riserva dieci giorni di congedo obbligatorio; alle madri, centocinquanta. Poi ci si sorprende se la cura dei primi anni resta, testualmente, “responsabilità quasi esclusiva” della prima figura. I dati sono di Le Equilibriste 2025 di Save the Children, e Nunzia Marciano li ha impaginati in blocco nel capitolo dodicesimo di 40 anni mamma, appena uscito per Homo Scrivens. Impaginati, non citati di sfuggita. La differenza è tutta qui — ed è il motivo per cui questo libro non è l’ennesimo memoir di maternità che si esaurisce nell’applauso al “primo sorriso della piccolina”.

40 anni mamma è il secondo atto di una saga che non sapeva di essere una saga. Nel 2016 Nunzia inaugurava il filone con Single per legittima difesa — libro che accompagnai al lancio e di cui qualche ospite accanito del Museum Shop & Bar, ancora oggi, mi parla. Allora raccontava, con un’ironia che non ha mai dismesso, la trentacinquenne alle prese con l’universo maschile in versione -ato: sposati, fidanzati, impegnati, insomma -ati. Dieci anni dopo, la stessa autrice mostra il passaggio da single per legittima difesa a “in coppia per legittimo amore” e poi a “mamma per legittima gioia”: di mezzo, un reportage umanitario in Togo che per una giornalista di cronaca napoletana è già di per sé materiale narrativo potente; una ginecologa dal talento predittivo con pochi pari al mondo che sentenzia “a quarant’anni non crederai mica di riuscirci da sola”; due parti distanti trentasei mesi; e un lutto doppio — prima il padre, poi la madre — che riconfigura geografia e verbi del suo stare al mondo. Cornice: Bacoli. E qui una parentesi: sulla scelta del Comune guidato dal sindaco Josi Gerardo Della Ragione di aprire il primo asilo nido pubblico, richiamata nella prefazione di Paolo Siani, ci sarebbe da scrivere un libro a parte. Sul perché, in un Paese allergico ai servizi all’infanzia, quando uno funziona lo si derubrica sempre a “buona pratica” locale e mai a metodo replicabile.

Ma torniamo al referto. Perché 40 anni mamma può anche sembrare una lunga lettera d’amore — al compagno conosciuto in un ospedale da campo in Africa, alle due figlie, alla seconda parte di una vita che non si aspettava — e nei capitoli dispari lo è davvero. Solo che in mezzo c’è tutto l’altro. C’è la trentacinquenne a cui al compleanno chiedono in pubblico “perché non fai un figlio”, come si trattasse di provare la farina di grillo. C’è la collega che sul posto di lavoro spiega agli altri che se pretendi professionalità è perché sei incinta, e dunque isterica. C’è la suocera-mamma e il papà-mammo trattati come eccezione antropologica. E c’è il tredicesimo capitolo, che da solo vale il prezzo del volume: Marciano prende la più vecchia delle nostre rubriche educative domestiche — il catalogo degli imbecille, stai zitta, se non la smetti ora abbuschi, t’ià ‘mparà — e la sottopone a un esperimento molto semplice. Le riscrive come se il destinatario fosse un adulto o un anziano. Scatta la denuncia per violenza, minacce, aggressione a soggetto debole. Poi rimette al posto del destinatario un bambino, e non scatta più niente. Al massimo, la solidarietà al genitore “esasperato” e l’etichetta di “bambino insopportabile”. Non è un capitolo di puericultura, questo: è la radiografia di un rigurgito eteropatriarcale in cui siamo cresciuti tutti — tutti e tutte — e che continuiamo a travestire da saggezza popolare col corollario sempreverde dei “due schiaffi non hanno mai fatto male a nessuno”. Siamo venuti su proprio così bene, come chiede Marciano, o siamo venuti su talmente pieni zeppi di frustrazione da scaricarla al primo capriccio a portata?

Su un binario parallelo, non richiesto, scorre anche la mia corsia — di collega coetaneo, napoletano, giornalista, diventato genitore quando i compagni di liceo facevano la prima comunione al secondogenito — ed è per questo che certi passaggi li leggo senza quella distanza che di solito ti permette il mestiere. Il capitolo dieci, per esempio, dove Nunzia tira via la punteggiatura e scrive d’un fiato lo sclero della madre che ha urlato e vorrebbe chiedere scusa a sua figlia, è tra le cose più oneste mai scritte sull’essere genitori oggi. Non per l’inedito del tema — semmai per l’inedito dell’ammetterlo. Qui non c’è la mamma da social che guarda in camera coi capelli in ordine. C’è una donna che si ferma a sera, riconosce la propria imperfezione, e ci fa pace senza chiedere ai figli di perdonarla al posto suo. E senza — questa è la parte politica — delegare allo Stato quello che lo Stato ha deciso, su carta e nei fatti, di non fare.

Perché il grande assente del libro, per paradosso, è proprio lo Stato. Non gli si arrabbia mai contro, Marciano, e questa è la scelta narrativa più fine: lo lascia parlare attraverso le sue misure. Dieci giorni al padre, centocinquanta alla madre. Una motherhood penalty che in Italia nessuno traduce perché tradurla significherebbe riconoscerla, e legiferare di conseguenza. Tre professioniste su quattro che non accedono alle tutele. Un congedo paterno così miserabile da rendere strutturale — scientificamente documentato, peraltro, come ricorda Siani nella prefazione sui primi mille giorni — il sovraccarico materno nella fase più delicata della crescita. E una generazione, la nostra, che arriva al primo figlio dopo i quaranta — non perché lo decida romanticamente tardi, ma perché prima non sa come permetterselo — e si ritrova a fare i conti con genitori anziani, lutti precoci, ginocchia scricchiolanti, strumenti finanziari dimezzati e un discorso pubblico che da un lato la incita a figliare (“denatalità”, “inverno demografico”, “culle vuote”) e dall’altro non si muove di un millimetro per rendere praticabile la cosa.

In mezzo a tutto questo, Marciano riesce a non scivolare nella lamentela — che è la trappola più facile — perché il libro sta dritto su due gambe. Da un lato la lucidità di essere diventata, per molte, “la speranza” di chi le ripete se ce l’hai fatta tu, con tutto l’imbarazzo che una frase così porta con sé quando sei una donna e non un motivational speaker. Dall’altro la capacità, rarissima, di raccontare la gioia senza farla diventare retorica. Il compagno conosciuto in Togo — medico volontario con cui per due anni l’autrice si frequenta “con la condizionale”, visto che lui era impegnato e serio — è il personaggio maschile migliore che io abbia incontrato in un’autobiografia italiana recente. Non perché faccia il medico volontario. Perché funziona come contraltare al maschile che tutti e tutte conosciamo, e con cui siamo cresciuti. Non è un padre-mammo — categoria da abolire per decreto — è semplicemente un padre, ovvero qualcuno che fa metà del lavoro senza considerarlo un atto eroico.

40 anni mamma serve a chi sta per diventare madre o padre e non sa come fare. A chi ha deciso di non diventarlo e vuole capire perché la cosa non sarebbe un pranzo di gala nemmeno volendolo. E soprattutto a chi, ancora, è convinto che due schiaffi non abbiano mai fatto male a nessuno. Che poi, nella testa di una bambina di tre anni, non è questione di schiaffi. È questione di stanze: si mettono a posto una per volta, diceva la mamma di Nunzia. Stanz’ p’ stanz’.

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Enrico Parolisi

Giornalista, addetto stampa ed esperto di comunicazione digitale, si occupa di strategie integrate di comunicazione. Insegna giornalismo e nuovi media alla Scuola di Giornalismo dell'Università Suor Orsola Benincasa. Aspirante re dei pirati nel tempo libero.

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