Anziani sempre più online, ma non per questo meno soli

Uno studio di Harvard conferma che i neopensionati passano più di un'ora al giorno connessi con i propri dispositivi. Il digital divide non è più generazionale, e i rischi per la terza età sono identici a quelli per gli adolescenti, tra cui la mancanza di rapporti veri.

Non sono più ai margini della trasformazione tecnologica. Secondo dati citati dal Technology and Ageing Laboratory del McLean Hospital della Harvard Medical School, il 59% dei neopensionati trascorre oltre un’ora al giorno online tramite smartphone. Una percentuale che fotografa un cambiamento strutturale: la terza età non è più esclusa dall’ecosistema digitale, ma ne è parte integrante.

Il tema non riguarda soltanto l’accesso agli strumenti. Se fino a pochi anni fa il cosiddetto digital divide era letto soprattutto in chiave generazionale, oggi la frattura si è spostata sul terreno della qualità dell’esperienza. La connessione è diffusa, i dispositivi sono entrati stabilmente nella quotidianità, ma resta aperta la questione di ciò che quella connessione produce in termini di relazioni, benessere e partecipazione sociale.

Il tempo trascorso online non è di per sé un indicatore negativo. Per molti anziani lo smartphone rappresenta una finestra sul mondo: comunicazione con familiari lontani, informazione, servizi digitali, intrattenimento. Il punto critico emerge quando la dimensione virtuale tende a sostituire quella fisica, soprattutto in una fase della vita in cui le reti sociali possono essere più fragili per ragioni anagrafiche, lavorative o familiari.

«Non siamo più davanti a un digital divide generazionale», osserva Stefano De Carolis, direttore operativo di Giochi Uniti. «Gli anziani sono pienamente dentro l’ecosistema digitale. Questo è un segnale di inclusione, ma comporta anche un’esposizione identica a quella dei più giovani rispetto a disinformazione, dipendenza dallo schermo e progressiva riduzione delle relazioni fisiche».

Il passaggio è significativo perché ribalta una narrazione consolidata. Non si tratta più di alfabetizzare chi è escluso, ma di interrogarsi su come accompagnare un utilizzo consapevole e bilanciato della tecnologia. La “solitudine digitale” non coincide con l’assenza di connessione, bensì con la possibilità che la connessione diventi l’unico spazio di interazione.

«Essere connessi non significa automaticamente essere meno soli», prosegue De Carolis. «Il rischio è che lo smartphone diventi un sostituto della relazione e non un suo supporto. È una dinamica che abbiamo già osservato nei ragazzi e che oggi riguarda anche la terza età».

Il fenomeno si inserisce in un contesto demografico preciso. L’Italia è uno dei Paesi europei con l’età media più elevata, e il progressivo aumento dell’aspettativa di vita impone una riflessione sulle forme di partecipazione sociale degli over 65. La questione non è soltanto sanitaria o assistenziale, ma culturale e relazionale.

In questo scenario si colloca il tema del gioco come strumento di ricostruzione della socialità reale. Non come ritorno nostalgico al passato, ma come pratica contemporanea in grado di creare spazi di incontro. «L’immagine del vecchietto che giocava a briscola per strada appartiene a un’altra epoca», osserva De Carolis. «Ma quel gesto raccontava una cosa molto semplice: il bisogno di stare insieme. Oggi quel bisogno può trovare nuove forme intorno a un tavolo da gioco».

Il gioco da tavolo viene definito dal direttore operativo di Giochi Uniti una “tecnologia sociale”. Un dispositivo analogico che, in un contesto dominato da schermi individuali, costruisce uno spazio condiviso. «Sedersi insieme significa guardarsi negli occhi, rispettare turni e regole comuni, condividere tempo. Per un anziano è stimolazione cognitiva, ma soprattutto è presenza».

L’elemento centrale non è la contrapposizione tra digitale e analogico. La tecnologia resta una risorsa, soprattutto per chi può avere difficoltà di mobilità o vive lontano dai propri affetti. Il nodo riguarda l’equilibrio tra strumenti diversi e la capacità di preservare luoghi di relazione concreta.

Il dibattito sulle nuove solitudini digitali, dunque, non può più essere circoscritto ai più giovani. Coinvolge trasversalmente le generazioni e interpella istituzioni, associazioni e comunità locali. Ripensare la socialità significa immaginare contesti in cui la connessione non sostituisca la presenza, ma la integri.

In questa prospettiva, il gioco non è soltanto intrattenimento. Può diventare uno degli strumenti attraverso cui ricostruire legami e favorire partecipazione attiva, soprattutto in una fase della vita in cui il tempo libero aumenta e il rischio di isolamento può crescere. La questione non è tecnologica in senso stretto, ma relazionale. E riguarda l’idea stessa di comunità nell’era della connessione permanente.

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