Il progetto “Che Storia!”, ideato dal Gruppo Pleiadi con il sostegno di Fondazione Cariplo, ha acceso per un intero anno scolastico la curiosità scientifica di oltre centocinquanta bambine e bambini tra i due e i sei anni nei quartieri milanesi di Corvetto, Niguarda e San Siro.
A prima vista l’iniziativa potrebbe sembrare “solo” una serie di attività laboratoristiche, ma in realtà innesta un tassello importante in due urgenze nazionali: l’abitudine alla lettura in età precoce e il progressivo disinnamoramento dei più giovani verso le discipline STEM.
Trasformare tre opere ottocentesche del Museo di Storia Naturale di Milano in libri giganti tattili, costruire murales permanenti sulle facciate di scuole e biblioteche e allestire laboratori pratici che mescolano scienza, gioco e arte significa infatti intervenire là dove i dati segnalano maggiori fragilità: le periferie urbane e le fasce d’età in cui si formano, o si perdono, le competenze di base.
Una situazione complessa
I numeri della lettura in Italia raccontano un Paese che fatica a trasmettere l’amore per i libri in maniera uniforme. Secondo l’ultima nota ISTAT sulla lettura di libri e la fruizione delle biblioteche, nel 2022 soltanto il 39,3 % della popolazione di sei anni e più ha letto almeno un libro per motivi non scolastici; la quota sale, per fortuna, tra gli undici e i quattordici anni, dove oltre la metà dei ragazzi (57,1 %) si definisce lettrice, con un netto vantaggio delle coetanee femmine – più di sei su dieci – rispetto ai maschi. Dietro questa parvenza di vitalità giovanile si nasconde però un fenomeno strutturale di “lettori deboli”: quasi un under‑14 su due, pur dichiarandosi lettore, non supera i tre titoli l’anno. La stessa indagine evidenzia anche un forte divario territoriale: l’abitudine alla lettura coinvolge il 46 % dei residenti del Nord, ma precipita al 28 % nel Mezzogiorno, proprio nelle aree dove si concentra la maggiore povertà educativa.
La geografia delle biblioteche conferma il quadro. Un’analisi Openpolis condotta nel 2025 mostra che soltanto un bambino su tre legge se i genitori non sono lettori, mentre la quota sale a tre su quattro nelle famiglie dove i libri circolano abitualmente; in regioni come la Sicilia la percentuale di ragazzi tra i sei e i diciassette anni che legge nel tempo libero scende al 29 %, la più bassa d’Italia. L’assenza di presìdi culturali accessibili aggrava la distanza tra i quartieri centrali, ricchi di offerta, e le periferie dove il progetto di Pleiadi è intervenuto. Portare “i libri fuori dai libri” – fisicamente, con supporti giganti maneggiabili anche da chi ha disabilità visive – diventa quindi una strategia concreta per spezzare il circolo vizioso della povertà educativa.
Lo STEM che non attrae
Alla fragilità dell’ecosistema lettura si affianca quella, altrettanto nota, dell’orientamento verso le discipline scientifico‑tecnologiche. L’Osservatorio STEM 2024 della Fondazione Deloitte fotografa un’Europa in cui appena il 26,6 % degli universitari sceglie corsi STEM, percentuale che in Italia si ferma al 24,9 %: un giovane su quattro – troppo poco, se si considera che metà delle aziende segnala già oggi difficoltà a reperire profili tecnici. Non sorprende quindi che il 57º Rapporto Censis quantifichi in 1,3 milioni il fabbisogno di laureati e diplomati tecnico‑scientifici nel quinquennio 2023‑2027, di cui quasi l’80 % in ambito STEM; eppure, nell’anno accademico 2021‑2022, gli iscritti italiani a lauree STEM erano 494 mila, solo il 27,1 % del totale, con un divario di genere evidente: le donne rappresentano appena il 37 % degli studenti in questi corsi. È chiaro che il seme va piantato molto prima dell’università.
Innestare il seme già nei primi anni di vita
“Che Storia!” interviene proprio in questa fase cruciale. I tre testi storici selezionati – I minerali di Ettore Artini, Storia naturale degli uccelli che nidificano in Lombardia di Eugenio Bettoni e Le farfalle di Ferdinando Sordelli – sono diventati volumi alti quasi quanto i loro lettori, illustrati da Terry Agostini, Amedeo Macaluso e Fabiola Sangineto su pannelli robusti, copertinati in modo che le immagini possano essere esplorate con le dita. Il braille integra i testi a caratteri grandi, trasformando la lettura in un’esperienza multisensoriale dove vista e tatto collaborano a fissare vocaboli come “cristallo”, “pappa reale” o “nictitante” nell’immaginario dei più piccoli.
Ma la forza del progetto si sprigiona quando le pagine saltano fuori dai loro confini e approdano nei laboratori delle biblioteche Oglio, Harar e Niguarda. Qui, l’approccio hands‑on tipico di Pleiadi prende la forma di vernici naturali pestate con i mortai per imitare l’arte rupestre, di fili di lana e piume raccolti nel parco per tessere nidi ergonomici, di ali di carta sovrapposte in collage che insegnano simmetrie e pigmenti delle farfalle. Sono attività calibrate per la fascia 2‑6 anni, un’età in cui la neuroscienza ci dice che toccare e manipolare stimola la formazione di reti neurali stabili, soprattutto se l’input verbale (“questo è un carbonato”) si accompagna a un gesto (“senti come gratta il calcare quando lo sfregi”).
Nulla di provvisorio: i murales realizzati da Anna Spreafico, Veronica Altezza e Maria Bressan sulle facciate delle scuole Cadorna e Suzzani e sulle pareti esterne delle biblioteche resteranno nel paesaggio urbano. C’è un valore pratico – le immagini guidano i bimbi nel riconoscere l’edificio come “loro spazio” – e uno simbolico: fissare la scienza nello scenario quotidiano, al pari dei graffiti calcistici o dei loghi di street‑wear. Ogni volta che un passante alza lo sguardo su un nido dipinto in scala gigante o su una sezione cristallina color zaffiro, riafferma inconsapevolmente che la conoscenza scientifica fa parte del patrimonio culturale di quartiere.
La sinergia tra libro, laboratorio e arte pubblica sviluppa anche una dote rara nella divulgazione per l’infanzia: la continuità. I libri giganti rimangono in prestito permanente alle scuole dell’infanzia, i murales non svaniscono e le biblioteche conservano kit di materiali per ripetere gli esperimenti. Così la “notte dei tempi” dei pigmenti preistorici può essere rivissuta anche dalla sezione primavera dell’anno successivo, e il ciclo biologico delle farfalle diventa un riferimento visivo ricorrente, non l’episodio isolato di una gita scolastica.
È un modello replicabile altrove? I dati suggeriscono di sì. Dove mancano spazi e risorse – il rapporto biblioteche/minori in Campania, Puglia e Sicilia è tra i più bassi del Paese – l’idea di portare “risorse mobili” che restano sul posto può mitigare il divario. Allo stesso modo, la combinazione di linguaggi (scientifico, artistico, tattile) affronta quel mix di percezione di difficoltà, scarsa informazione e stereotipi che, secondo l’Osservatorio STEM Deloitte, spinge ancora un giovane su tre a giudicare le materie tecnico‑scientifiche “troppo complesse”.
“Che Storia!” non aggiunge soltanto un tassello all’offerta extra‑scolastica milanese; dimostra con la concretezza dei gessetti colorati e delle tavole giganti che la promozione della lettura e delle competenze STEM può uscire dalle slide e radicarsi nei cortili di periferia. Se, come indica ISTAT, l’Italia tocca il punto più basso di lettori in venticinque anni, e se le iscrizioni universitarie STEM faticano a superare la soglia psicologica di un quarto degli studenti, allora esperienze di questo tipo non sono eventi accessori, ma una delle poche strade per invertire la rotta. Portare un bambino di quattro anni a sporcare le mani con l’ocra e a sfogliare un libro alto un metro non cambierà da solo le statistiche nazionali, ma potrebbe cambiare le sue, e di riflesso quelle della comunità a cui appartiene.
